Carceri: pagati a Telecom 110 milioni per 400 braccialetti elettronici. Utilizzati meno di 10

braccialetto-elettronicoRoma, 16 ago – «Le carceri sono ogni giorno sempre più invivibili, per chi ci lavora e per chi sconta una pena. L’allarmante situazione delle carceri italiane, con l’anomala ma considerevole percentuale di soggetti imputati e quindi in attesa di un giudizio definitivo (oltre il 41% dei circa 67mila detenuti presenti), sta determinando da molti mesi ormai tensioni tra i detenuti e inevitabili problemi di sicurezza interna in molti istituti penitenziari che ricadono sulle donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. La strada da percorrere è il potenziamento delle misure alternative alla detenzione, anche avvalendosi di quel braccialetto elettronico per il controllo dei detenuti per il quale lo Stato ha stipulato un contratto per dieci anni e paga a Telecom 110 milioni di euro per la fornitura di 400 braccialetti elettronici, quasi tutti custoditi in qualche armadio del Viminale visto che ne sarebbero stati usati meno di un decina! Il Ministro Palma faccia luce su questa ingiustificato speco pubblico, tanto più indigesto in un momento come quello attuale in cui alla Polizia Penitenziaria vengono tagliati i fondi ed ai poliziotti viene chiesto di stringere ancora una volta una cinta che non ha più buchi.»

Lo dichiara Donato CAPECE, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa Organizzazione di Categoria.

«Mi sembrano apprezzabili gli intendimenti del nuovo Ministro della Giustizia Nitto Francesco Palma che si è detto  intenzionato a mettere a punto un programma di depenalizzazione dei reati minori, dal momento che l’inefficienza dell’elefantiaca macchina della giustizia dipende dall’eccessiva criminalizzazione, cioè da sanzioni penali sovrastimate per violazioni punite negli altri paesi con semplici sanzioni amministrative o civili. Noi diciamo che si deve avere il coraggio di puntare maggiormente sulle misure alternative alla detenzione, ridisegnando un nuovo ruolo operativo al Corpo di Polizia Penitenziaria al di fuori delle mura perimetrali delle carceri, facendo ad esempio scontare in affidamento ai servizi sociali con contestuale impiego in lavori socialmente utili – che è detenzione a tutti gli effetti – il residuo pena ai detenuti italiani con pene inferiori ai 3 anni, anche avvalendosi di quel braccialetto elettronico per il quale lo Stato ha pagato e paga per dieci anni a Telecom 110 milioni di euro senza però veder decollare questo progetto che, allo stato, risulta essere l’ennesimo caso di spreco italiano del bene pubblico. Ma il primo Sindacato della Polizia penitenziaria, il SAPPE, vuole suggerire un’altra concreta soluzioni al sovraffollamento carcerario. Partiamo dal dato che al 31 luglio scorso c’erano nei 206 penitenziari italiani 66.942 detenuti, di cui quasi 24mila stranieri. Rendiamo concreta la possibilità che questi stranieri scontino la pena nelle carceri del proprio Paese d’origine. Avremmo così anche un notevole risparmio di svariati milioni di euro al giorno, costando un detenuto in media circa 250 euro al giorno, soldi che potrebbero essere destinati tra l’altro proprio alla riorganizzazione del sistema carcere del Paese».

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria replica al sindacato Sappe che ha chiesto al Guardasigilli, Nitto Francesco Palma, di far luce sul mancato utilizzo dei 400 braccialetti elettronici: ”La situazione è ben nota – sottolinea il Dap -, sorprende però che la richiesta di far luce sui braccialetti venga rivolta al ministro della Giustizia che ha altre competenze e non quelle di sindacare sulle scelte fatte a suo tempo dal ministero dell’Interno”.

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