Vicenza, archiviate accuse per quattro poliziotti . Il COISP: “La specificità del nostro lavoro richiede maggiore celerità delle inchieste”

Luca-Prioli“In gioco c’è la credibilità del tutore dell’ordine e anche dello Stato che rappresenta”. Roma, 8 feb – “Certo che i colleghi ne sono usciti a testa alta, non poteva andare diversamente visto che l’onestà e lo spirito di servizio ce l’hanno nel Dna, ma quanta sofferenza prima di arrivare alla ‘verità pubblica’, e quanti danni, morali e personali, ma anche professionali, d’immagine e per così dire ‘di funzione’, per loro e per lo Stato che rappresentano. Parliamo di danni incalcolabili, i quali, soprattutto considerando il lavoro che i protagonisti di queste vicende svolgono, si moltiplicano ad ogni giorno di attesa che passa”.  E’ il commento di Franco Maccari, Segretario generale del Coisp, Sindacato indipendente di Polizia, in occasione della divulgazione della archiviazione di tutte le ipotesi d’accusa a carico di quattro poliziotti di Vicenza finiti sotto inchiesta a causa della denuncia di un pentito di mafia. Parole di soddisfazione ed orgoglio, per l’indubitabile ed indubitato successo giudiziario ottenuto da questi colleghi, miste al rammarico per il dolore immenso sopportato da ciascuno di loro in lunghi anni di attesa, e rispetto al quale solo il profondo senso del dovere e la fede nella vera giustizia gli ha consentito di restare in piedi, di non cedere allo sconforto, di non arretrare ma anzi di combattere come leoni per la verità una battaglia che “ancora – ha spiegato Maccari – non è neppure finita”.

La notizia dell’archiviazione delle accuse è stata al centro di una conferenza stampa che si è tenuta questa mattina a Vicenza, alla presenza del Segretario Generale del Coisp, nell’ambito della quale si sono potute ripercorrere le tappe principali della vicenda giudiziaria che ha coinvolto i quattro poliziotti, all’epoca impiegati nell’ufficio scorte di viale Mazzini, da cui furono allontanati a seguito delle indagini partite quando un pentito di mafia scortato in Sicilia per presenziare ai processi puntò il dito contro di loro.

Abuso d’ufficio e truffa aggravata le ipotesi che gravavano sui poliziotti per i fatti che il collaboratore gli attribuiva, risalenti agli anni 2005, 2006 e 2007 durante i quali, a dire del pentito, i quattro gli avrebbero fatto sostenere le spese dei viaggi in Sicilia per poi intascare loro i relativi rimborsi. Racconti dimostratisi completamente falsi, di cui sul piano penale Luca Prioli (Segretario Generale Regionale Coisp Veneto) e Adriano Davì, ora in servizio alle Volanti, e poi Giuliano Carniello e Luciano Dellai, entrambi in pensione dopo 30 anni di servizio, si sono liberati una volta per tutte.

“Ma questa, come tante altre simili – ha sottolineato Maccari –, è l’occasione per riflettere ancora una volta sulla ‘specificità’ dell’essere poliziotti. Lungi dal voler fare un discorso di ‘casta’ e di ‘privilegio’, e premettendo che resta sacrosanta la libertà di ciascuno di sporgere una denuncia, mi

preme evidenziare che se i tempi odiosamente lunghi della giustizia sono angosciosi per ogni persona, e rischiano di mandare in pezzi l’esistenza di chiunque ne sia a vario titolo coinvolto, per i poliziotti diventano un martirio ancora maggiore per via delle conseguenze ‘annesse e connesse’ al mestiere che facciamo. E non mi riferisco solo a tutte le questioni amministrative e disciplinari in cui un comune cittadino non incorre.

Va detto che la delicatezza del lavoro che i poliziotti svolgono, e la responsabilità anche ‘d’immagine’ legata alla funzione, richiederebbero una ‘tutela particolare’ correlata soprattutto a quest’ultima; e per particolare non intendo maggiore, ma maggiormente celere.

In ballo, infatti, non c’è solo la credibilità del poliziotto coinvolto in un’indagine, ma quella del Corpo e dello Stato che il poliziotto rappresenta. Quello stesso Stato che, dunque, deve conoscere al più presto la verità per riabilitare la credibilità propria e del proprio Servitore se questi è pulito ed onesto – soprattutto recuperandolo prima possibile alle funzioni la cui preparazione, magari, ha avuto dei costi -, oppure di liberarsi al più presto di un esponente delle Forze dell’ordine che sia invece infedele”.

“Ecco perché – ha spiegato Maccari – la mente mi corre a quando, un tempo, i fascicoli di indagini penali riguardanti esponenti dei tutori dell’ordine venivano avocati dalle Procure generali ed affidati a magistrati di quegli Uffici, in modo da garantirne un percorso ‘dedicato’ e rapido. Mi pare proprio una cosa alla quale tornare. Esistono ipotesi di chi, nel momento in cui viene sottoposto ad un procedimento penale, può addirittura trarre dei vantaggi dalla lungaggine dei tempi della giustizia, ma non è certamente il caso di un appartenente alle Forze dell’ordine onesto il quale, come un normale cittadino, non solo non sarà mai ristorato dei danni personali e morali subiti, ma in più vede compromessa la propria professionalità dal tempo che scorre via logorandone giorno dopo giorno, sempre di più, l’immagine lavorativa.

Anche perché, purtroppo, all’ovvia attenzione mediatica che un poliziotto guadagna se finisce sotto inchiesta non corrisponde mai un’altrettanto zelante comportamento dei media quando egli si libera dalle accuse. Ci sono centinaia di tutori dell’ordine che vengono denunciati ogni anno, e nel 99 per cento dei casi tutto finisce con un’archiviazione, ma quanti cittadini sanno che va così? E soprattutto, mi chiedo – incalza Maccari – quale tutela ‘successiva’ i colleghi trovano da uno Stato che avrebbe tutto l’interesse a difenderli se hanno ragione? Chi denuncia qualcuno per un illecito sapendo che questi non lo ha commesso, commette un reato che si chiama calunnia, ed è (“dovrebbe essere”) perseguibile d’ufficio.

Ma quanti pubblici ministeri perseguono d’ufficio pentiti che mentono a proposito di poliziotti indicati come infedeli? Quanti pubblici ministeri perseguono spacciatori, clandestini e qualsivoglia altro cittadino che, con troppa facilità, li accusa ingiustamente di ‘perseguitarli’ solo per cercare di ‘salvarsi le penne’? Quanti? Veramente pochi, purtroppo”.

“Luca, Adriano, Giuliano, Luciano e tanti, troppi altri colleghi che hanno subito un ‘massacro’ pur essendo innocenti, tenteranno di ottenere un risarcimento, ma ad accusare ingiustamente un poliziotto in genere non sono esattamente banchieri: più di frequente sono ex mafiosi che risultano nullatenenti tanto da farsi pagare la difesa dallo Stato italiano. Nulla può restituire ad un poliziotto onesto le notti insonni tormentate dal dispiacere, ma c’è da giurare che non vedrà mai neppure un centesimo di euro.

Certo, sapere che la giustizia farà il suo corso nella maniera più funzionale al prestigio delle Istituzioni che devono guadagnare e conservare il rispetto dei cittadini, e che chi spara a zero su un innocente paga inesorabilmente una severa condanna, aiuterebbe”.

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