Polizia, SIULP, il governo chiuderà la metà delle Questure

questuraRoma, 14 lug – Dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi, e sulla base del dato storico dei colleghi che sono cessati dal servizio negli ultimi 5 anni, la cui media è pari ad oltre 2.300 unità in meno per ogni anno, il SIULP rilancia la necessità di modificare la norma sulle assunzioni per la Polizia di Stato.

«Se il Governo non elimina le percentuali assunzionali oggi previste dal D.L. sulla spending review, la carenza di organico che si registrerà nel 2016 sarà pari a circa 23.000 poliziotti in meno rispetto all’organico, peraltro fissato nel 1989 e totalmente inadeguato alle nuove ed accresciute esigenze di sicurezza attuali, che è di 117.000 unità».

Lo afferma Felice Romano, Segretario del SIULP, il quale nel commentare il decreto sulla spending review traccia un quadro preoccupante e destabilizzante rispetto ai riflessi negativi che il provvedimento avrà sulla sicurezza del Paese. Il deficit di organico al 01.01.2012 è pari a quasi 16.000 unità. «Quindi, sottolinea Romano, gli effetti dei tagli sulle assunzioni saranno,sino al 2015, di altre circa 7000 unità in meno e non saranno mai più ripianabili visto che il ritorno al turn over al 100% previsto per il 2016 si basa sulle cessazioni registrate nel solo 2015 e non anche su quelle degli anni precedenti. Ciò comporterà che dal 1° gennaio 2016 la forza effettiva sarà di circa 94.000 unità».

«Questo significa, sottolinea Romano, che con 23.000 unità in meno è come se, in un istante fossero chiuse quasi la metà delle questure medio piccole d’Italia. Una sciagura senza precedenti che comporterà la negazione del diritto di sicurezza a tutti i cittadini che vivono quelle province che saranno interessate da questo taglio che, senza ombra di dubbio può essere definito lineare e devastante».

«Spero, chiosa Romano, che il Parlamento faccia comprendere al Governo di quanto sta provocando e del fatto che la sicurezza, non essendo un costo di sistema ma una condizione imprescindibile per lo sviluppo economico e sociale del Paese, è considerata dagli investitori stranieri una delle condizioni primarie che li scoraggia nello scegliere l’Italia come territorio in cui investire».

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