Intascava la pensione di una donna morta nel ’95, scoperto dalla Finanza

Guardia-di-Finanza8Roma, 5 set. – Era morta nel ’95, ma per tutto questo tempo ha continuato “ad intascare” la pensione di reversibilità del coniuge italiano: in tutto, oltre 75mila euro. E’ l’eclatante caso di una donna argentina scoperto dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Verona in collaborazione con la Direzione provinciale dell’Inps del capoluogo scaligero. Non solo: secondo quanto accertato dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria di Verona, qualcuno – forse la stessa persona che si recava puntualmente ogni mese a riscuotere l’assegno in Argentina – nel 2005 si era anche preoccupata di trasmettere un’istanza all’Inps di adeguamento del vitalizio a firma della povera defunta.

Le Fiamme gialle hanno lavorato in collaborazione con i colleghi esteri, per il tramite del II Reparto del Comando generale. Le indagini si sono estese anche ai cosiddetti “falsi poveri” e a immigrati che intascavano senza averne diritto l’assegno sociale: tra gli altri, sono stati scoperti due coniugi italiani residenti nella provincia scaligera, che pur di percepire il vitalizio assistenziale non hanno avuto alcuno scrupolo ad attestare falsamente all’ente previdenziale la propria situazione di assoluta indigenza, omettendo di dichiarare redditi per 35mila euro.

Individuati pure tre extracomunitari che – dopo aver ottenuto la residenza e il diritto all’assegno sociale in quanto nullatenenti – hanno fatto rientro nei propri Paesi di origine (Croazia, Marocco e Tunisia) continuando a intascare indebitamente il beneficio mediante accredito diretto sul conto corrente e nonostante il diritto alla riscossione sia vincolato per legge all’obbligo della residenza abituale e continuativa sul territorio italiano. In totale sono state 6 le persone denunciate alla procura di Verona per i reati di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Le violazioni in questione sono costate all’Inps oltre 200mila euro.

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