Peculato: carabiniere usa il telefono dell’ufficio per motivi privati. La Cassazione lo assolve

cassazioneRoma, 8 feb – Non integra il reato di peculato ex art. 314 c.p., la condotta del dipendente che utilizza la linea telefonica per fini privati, qualora il danno economico arrecato alla pubblica amministrazione sia di modesta entità. E’ quanto stabilito nella sentenza 10 gennaio 2011, n. 256 dalla Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sull’argomento.

In particolare, i Giudici di Piazza Cavour hanno ribaltato la pronuncia della Corte d’Appello di Catania, che in precedenza, aveva riconosciuto l’imputato colpevole del reato di peculato continuato. Il caso riguardava un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri a cui era stato contestato l’utilizzo delle utenze telefoniche intestate all’Amministrazione per telefonate d’interesse personale.

Non ha condiviso tale decisione la Suprema Corte, che nella sentenza oggetto del presente esame, ha enunciato letteralmente :“il fatto lesivo si sostanzia propriamente nella “appropriazione”, che attraverso tale uso si consegue, delle energie, formate da impulsi elettronici, entrate a far parte della sfera di disponibilità della pubblica amministrazione, occorrenti per le conversazioni telefoniche (Cass, Sez. VI, n. 26595 del 6 febbraio 2009).

Occorre sottolineare che il delitto di peculato ha carattere plurioffensivo, ovvero è volto alla tutela dell’interesse e del patrimonio della pubblica amministrazione, e si può estrinsecare mediante l’appropriazione o mediante la distrazione di un bene economico rientrane nella sfera pubblica.

Tuttavia, affinchè sussista l’elemento materiale di tale delitto, è necessario che i beni sottratti all’amministrazione posseggano un significativo rilievo economico. Altrimenti, qualora tali cose oggetto di appropriazione da parte del dipendente, siano di scarso valore, non saranno idonee a costituire elemento materiale del peculato.

In effetti, nella fattispecie esaminata, i Giudici di Legittimità hanno osservato che i beni costituenti l’elemento oggettivo del peculato sono di entità così modesta da non provocare un vero e proprio danno al patrimonio della pubblica amministrazione, per cui il reato suddetto non sussiste.

La conclusione a cui perviene la Suprema Corte è che “l’elemento materiale è integrato allorchè la condotta di abusiva appropriazione abbia avuto a oggetto cose di valore economico intrinseco apprezzabile e tali da arrecare un reale e altrettanto apprezzabile danno patrimoniale per la pubblica amministrazione (Cass., Sez. VI, n. 25273 del 9 maggio 2006)”.

Pertanto, con la sentenza n. 256/2011 la Suprema Corte si è uniformata ai più recenti orientamenti giurisprudenziali in tema di peculato (Corte di Cassazione, sentenza 25 novembre 2010, n. 41709) escludendo il configurasi di tale fattispecie criminosa a causa dell’inidoneità dei beni, di cui il dipendente si è impadronito, a rilevare come elemento materiale dell’appropriazione.

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