Scontri, il poliziotto: «Perché i miei coetanei mi odiano tanto? Anch’io come loro combatto le ingiustizie»

scontri-torinoRoma, 15 nov – «Ho avuto paura, forse per la prima volta da quando sono in servizio ho avuto davvero paura. Sono rimasto al mio posto però anche quando mi hanno colpito perché è il mio dovere…» dice l’assistente di polizia Massimo C., 36 anni, il più grave dei tre poliziotti feriti a Torino.

Che cosa è accaduto precisamente?

«Proteggevo una sede della Provincia. Ci sono arrivati addosso in una quarantina mascherati con caschi e sciarpe. Impugnavano mazze da baseball, bastoni, spranghe. Mi hanno massacrato ma c’è una cosa che mi fa più male delle ferite. E’ l’odio che ho visto nei loro occhi, erano come invasati…»

Che pensa di loro?

«Che sono ragazzi come me e che probabilmente hanno i miei stessi problemi. Coetanei che però mi vedono come un nemico, un qualcosa da eliminare. Vorrei spiegare loro che con la violenza non si risolve nulla, che ci sono altri modi di combattere le ingiustizie. Io per farlo mi sono arruolato in polizia e nel mio lavoro ci credo…».

L’universitario: «per noi le divise sono un ostacolo se non ci fanno raggiungere gli obiettivi»

Nicola Malanga, 23 anni, è presidente del senato studenti dell’ateneo torinese, eletto tra gli Studenti indipendenti.

Perché l’aggressione al poliziotto?

«Non ho visto l’aggressione al poliziotto e comunque non era certo pianificata: per noi la polizia è un ostacolo se ci impedisce di raggiungere i nostri obiettivi. Non un nemico. È ovvio che ci siano anime diverse in un corteo di migliaia di persone, ma atti di singoli non devono ricadere sull’intero movimento».

Anche le incursioni contro diversi uffici pubblici non si possono definire “pacifiche”. Eppure le rivendica?

«Quelle sì, erano state concordate nelle assemblee che hanno preceduto la manifestazione. Purtroppo sono i media che ci obbligano ad alzare il livello dello scontro: se vogliamo far sentire la nostra voce siamo costretti a esporci in questo modo. Altrimenti sarei ben contento di attaccare dei manifesti con le nostre idee, come fece Lutero sulla porta della chiesa, ma adesso non otterremmo lo stesso effetto».

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