Roma: due militari di Strade Sicure a processo perchè non si sono comportati da “Rambo”

strade-sicure-2015Roma, 12 feb – (di Giuseppe Paradiso) “Buonsenso”, questo è il sostantivo che viene in mente valutando il comportamento di due militari dell’Esercito impegnati nell’operazione “Strade Sicure” che si sono trovati – loro malgrado – a fronteggiare uno scervellato che a Roma ha scagliato un posacenere contro i vetri di una finestra dell’Ambasciata di Francia.

Come hanno affrontato questa “gravissima” emergenza i due militari? Hanno aspettato che il tizio si calmasse e scendesse di sua sponte dalle robustissime grate di ferro che proteggono le finestre dell’ambasciata – dove si era arrampicato -, lo hanno bloccato (senza manette, giacché ne sono sprovvisti) consegnandolo successivamente ai carabinieri nel frattempo accorsi su loro chiamata. Fine.

Tutto qui? Sì, è tutto qui, e ci vuole davvero una fervida fantasia solo per pensare di mettere su un processo per “Violata consegna aggravata”, con tanto di faldone contenente dichiarazioni di servizio dei due militari, del loro ufficiale di picchetto, del loro comandante, dei carabinieri, dell’ufficiale a capo della sicurezza interna dell’ambasciata e di chissà quanti altri.

I due militari si erano accorti subito che il tizio probabilmente aveva alzato un po’ il gomito e che non costituiva una seria minaccia al sito da loro presidiato ma, a quanto pare, forse perché dieci giorni prima si era verificato l’attentato alla sede di Charlie Hebdo, qualcuno pretendeva che i due militari reagissero indirizzando una raffica delle loro armi da guerra contro l’avvinazzato.

E pazienza se poi l’opinione pubblica – aizzata dalle solite penne inviperite – avrebbe preteso lo scalpo dei due Caporali dell’Esercito per la loro condotta improvvida e violenta, come abbiamo purtroppo visto accadere soprattutto quando simili avvenimenti coinvolgono operatori delle forze dell’ordine.

Adesso i due militari – difesi dagli avvocati Giorgio Carta e Leonardo Bitti – rischiano fino ad un anno di reclusione, sempre che il giudice militare non intenda altresì applicare le circostanze aggravanti contestate dal P.M.

Il Procuratore militare capo del Tribunale di Roma Marco De Paolis, nel 2014, in un’intervista rilasciata al “Tempo”, tuonò: «È venuto il momento di riflettere: se si ritiene che nel 2014 i tribunali militari non siano più storicamente attuali, allora che li si abolisca. Altrimenti gli si permetta di funzionare in maniera efficiente, ridandogli le competenze di cui sono stati progressivamente svuotati».

Ecco dott. De Paolis, se c’era il dubbio che i tribunali militari non fossero più storicamente attuali, vicende come questa rischiano di fugarlo. Nel frattempo, leggere la relazione di uno dei due militari sull’accaduto, in tutta la sua scoraggiante ordinarietà, serve a far maturare la libera opinione dei nostri lettori sui fatti contestati.

«Mentre svolgevo il turno di servizio dalle ore 19:00 del 16 gennaio 2015 alle ore 01:00 del 17 gennaio 2015, alle ore 00:05 circa sopraggiungeva un taxi nella zona antistante il portone d’ingresso dell’ambasciata, con all’interno, in qualità di passeggero, un uomo di carnagione chiara e di circa trent’anni. Dopo aver notato tale persona ed assicuratoci che non rappresentasse alcuna minaccia, riprendevamo i nostri normali settori di osservazione. Dopo qualche istante la nostra attenzione veniva attirata da un rumore, immediatamente volgevo la mia attenzione verso la direzione dello stesso, ma non notando alcun particolare rilevante riprendevo il mio normale servizio. Ad un certo punto il Caporale S.C., mio sottoposto, notava che l’individuo prima citato, approfittando della copertura del taxi, si dirigeva verso la finestra adiacente l’ingresso dell’ ambasciata, per poi arrampicarsi sulla stessa. Prontamente ci dirigevamo verso l’individuo, che nel frattempo si era arrampicato sulla parte alta della grata, rendendo difficile raggiungerlo.

Da una rapida interpretazione dei fatti, considerando che non si sarebbe potuto introdurre all’interno dell’ambasciata, poiché la finestra è protetta da una grata e che un nostro tentativo di farlo scendere con la forza avrebbe potuto arrecargli gravi danni fisici e che non avendo alcuna via di fuga, poiché sotto la grata eravamo posizionati noi, ho valutato fosse più opportuno attendere che si calmasse e scendesse volontariamente.

Pertanto ho deciso che la linea d’azione più giusta da adottare era quella di intimargli in modo energico di scendere, informandolo che stava commettendo un’azione illegale verso una struttura da noi vigilata. Il soggetto non accoglieva la nostra richiesta, per tale motivo chiamavo la Sala Operativa dei Carabinieri descrivendo la situazione in atto. Approfittando di questo momento, il soggetto si spostava sulla grata adiacente continuando a sferrare calci e pugni alla finestra, provocandone la rottura.

A seguito di ulteriori intimazioni a scendere dalla grata, l’individuo si calmava e scendeva dalla stessa alzando le mani sporche di sangue a causa della rottura della finestra. Contestualmente arrivavano sul posto i carabinieri, da me precedentemente avvisati. In seguito alla nostra deposizione gli stessi procedevano all’identificazione e al successivo arresto dell’individuo in questione».

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