Prefetti d’Italia, gli intoccabili della Repubblica

PrefetturaRoma, 17 dic – (di Thomas Mackinson) Se n’è parlato per mesi, tra mille polemiche, ma alla fine hanno vinto loro. E’ finito su un binario morto il piano di riduzione delle Prefetture che doveva rimodulare la presenza dello Stato sul territorio e garantire risparmi per almeno sei milioni di euro. L’unica misura della riforma che resta in piedi, paradossalmente, è un ulteriore rafforzamento delle prerogative dei prefetti su amministrazioni periferiche dello Stato ed enti locali. Quasi una contro-riforma, con buona pace del primo presidente della Repubblica italiana che al grido “Via il Prefetto” si scagliava contro “la realtà accentratrice dello Stato” tramite l’addentellato napoleonico. Una vana speranza quella del liberale Luigi Einaudi.

Settant’anni dopo i prefetti sono ancora qui, più in forma che mai. Nulla li ha scalfiti, neppure il governo dei tecnici. Tanto che a ottobre, mentre si parlava di fantomatici tagli, il Viminale bandiva per loro un concorso da trenta posti di cadetto, sui quali si sono fiondati in ventimila. Altrove si taglia, qui addirittura si assume. Un privilegio concesso ai rappresentanti di una casta di Stato rimasta nell’ombra e resistente a tutto. Intoccabili, ben pagati e talvolta impuniti, i prefetti sono un corpo a parte, alta burocrazia che rappresenta il governo sul territorio e per questo tutto può fare e tutto può dire, perfino mortificare un prete anticamorra per non aver dato del “signore” a un prefetto, come s’è visto in un video che ha fatto il giro d’Italia.

Hanno competenze ridotte in materia d’immigrazione e sicurezza, porti d’arma e ricorsi per le multe. E tuttavia in dieci anni il “corpo prefettizio” è calato di sole 198 unità, versando un contributo di sangue dello 0,03% alle 160mila cessazioni operate nel pubblico impiego. Oggi conta ancora 1.400 dirigenti che allo Stato costano la bellezza di 120 milioni di euro l’anno. Le piante organiche straripano, il rapporto tra dirigenti e dipendenti è di 1 a 6, tre volte superiore al resto della pubblica amministrazione: così sbilanciato che non è raro imbattersi in dirigenti che dirigono se stessi. Succede all’Ufficio V Relazioni esterne, dove un viceprefetto ha ottenuto un incarico di capo ufficio di staff, ma lo staff non c’è. Le retribuzioni vanno dai 57mila euro del vice aggiunto ai 151mila del Prefetto e in 10 anni sono cresciute del 57% contro il 30 degli altri dipendenti pubblici. Compensi che possono “arrotondare” grazie a doppi-tripli incarichi e funzioni di amministratori straordinari, con relative indennità. Dieci sono a capo di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, con una retribuzione di posizione di 5.760 euro e un ulteriore compenso a carico degli enti locali parametrato sul 50 per cento di quello del sindaco che sostituiscono. Il tutto mantenendo posizione e stipendio presso il ministero. Un vero e proprio secondo lavoro, svolto durante l’orario d’ufficio o mentre sono in pensione (l’80 per cento della retribuzione, per quelli di massimo livello a riposo sono 6.320 euro).

Quelli che non si accontentano trovano subito un’azienda privata felice di mettere a libro paga ex funzionari pubblici d’alto livello. Il gruppo Ligresti non ne è mai sprovvisto, ma emblematica è anche la storia dell’ex prefetto di Milano, Bruno Ferrante. Nel 2006 incassò il voto di 300mila milanesi per dar voce al centro sinistra in Comune. Dopo neppure un anno abbandonerà la città, dopo sei ricomparirà a Taranto a redimere i peccati ambientali dell’Ilva. Se proprio non trovano una collocazione, finiscono “fuori ruolo” e – tanto per occuparli – viene affidato loro un “incarico di studio” presso un ministero o presso la Presidenza del Consiglio. Sono 24 oggi e dal ministero ricevono 4.855 euro al mese, più eventuale indennità aggiuntiva attribuita dall’amministrazione di destinazione. Anche Monti non ha potuto sottrarsi a tale pratica e ne ha nominati perfino ai Beni Culturali o agli Affari regionali, turismo e sport.

Una carriera che inizia per meriti e magari progredisce per referenza politica. Si entra per concorso come “consiglieri” a 57mila euro lordi. L’inquadramento contrattuale – diversamente dagli altri impiegati dello Stato – è ancora regolato in regime di diritto pubblico e permette loro la certezza dell’impiegato statale e i privilegi economico-contrattuali del dirigente privato. Non timbrano il cartellino, ma hanno i buoni pasto, godono di 45 giorni di congedo straordinario e di 15 giorni di cure termali. Saranno poi le frequentazioni istituzionali e politiche talvolta ad aprire ad alcuni il soglio prefettizio: il ministro li propone, il Presidente del Consiglio li nomina. Autorità d’ispirazione monarchica al servizio di una Repubblica. (Il Fatto Quotidiano)

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