Dalla Chiesa: un intreccio di segreti lungo trent’anni

carlo_alberto_dallachiesaI “cento giorni a Palermo” del superprefetto lasciato solo. Palermo, 29 ago (di Franco Nicastro) – C’era un inquieto presagio nelle parole che Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva affidato a Giorgio Bocca nella sua ultima intervista: ”Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. Quelle parole davano forza a un senso di impotenza, frustrazione, ostilità che accompagnò Dalla Chiesa nei suoi “cento giorni a Palermo”. La sfida alla mafia era cominciata lo stesso giorno (30 aprile 1982) in cui era stato ucciso Pio La Torre. E si sarebbe conclusa la sera del 3 settembre 1982 in via Carini: sotto i colpi di Kalashnikov di un commando, il generale fu ucciso con la moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo.

Mentre all’Ucciardone si brindava, in una Palermo stretta tra orrore e disperazione, una mano anonima lasciò un cartello sul luogo dell’agguato: ”Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. All’indignazione della città fece eco la denuncia del cardinale Salvatore Pappalardo che ai funerali svolti in un clima di grande tensione tuonò: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (Mentre a Roma si discute Sagunto viene espugnata). Sagunto, cioè Palermo, era stata espugnata da un sistema criminale che aveva colpito lo Stato e stritolato Dalla Chiesa, lasciato solo e senza i poteri di coordinamento e di intervento a lungo e inutilmente reclamati. All’atto della sua nomina il generale era stato chiaro. Veniva in Sicilia per colpire la struttura militare di Cosa nostra ma soprattutto per spezzare il sistema di coperture e di complicità tra la mafia e la politica. Al presidente del consiglio Giulio Andreotti aveva promesso: ”Non guarderò in faccia nessuno”. L’attacco alla mafia era partito con un rapporto contro 162 boss, l’atto di avvio di un lavoro investigativo che pose le basi del primo maxiprocesso a Cosa nostra con 475 imputati e una montagna di accuse. L’altro fronte investigativo aperto da Dalla Chiesa era il sistema politico-affaristico contiguo alla mafia. Ma proprio queste iniziative, hanno scritto i giudici della corte d’assise, suonavano come un ”chiaro campanello d’allarme per chi all’epoca traeva impunemente quanto illecitamente vantaggio dai rapporti tra la mafia e la politica, soprattutto nello specifico mondo degli appalti”.

auto-dallachiesa1Per questo l’azione del superprefetto fu circondata dalle ostilità politiche ambientali. Preparata da una catena di sangue intitolata dalla mafia ”campagna Carlo Alberto”, con la strage di via Carini i boss poterono regolare i conti con un nemico storico implacabile che in Sicilia aveva già dato prova della sua determinazione: nel 1949 quando, giovane capitano, era stato mandato a Corleone a perseguire il clan di Luciano Liggio e tra gli anni ’60 e ’70 quando aveva comandato la legione dei carabinieri di Palermo. Dopo trent’anni i processi hanno scritto una verità parziale. Sono stati condannati i sicari e i vertici della cupola tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pippo Calò. Ma i lati oscuri sono tanti: ”Si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”. Così si legge nella sentenza che ha condannato all’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. L’ombra della ”coesistenza” di interessi, di cui parla la sentenza, incombe su un misterioso episodio. La sera del delitto qualcuno andò a cercare nella residenza di Dalla Chiesa lenzuoli per coprire i cadaveri. Ma ne approfittò per ripulire la cassaforte dove il superprefetto teneva documenti scottanti, compreso un dossier sul caso Moro. Quando i magistrati l’aprirono non trovarono più nulla. Da quel mistero ne sono germinati tanti altri, tutti irrisolti, sull’intreccio di poteri che decretarono la fine di Dalla Chiesa. (ANSA)

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