Carceri: quell’empatia tra il ministro e i detenuti di Regina Coeli

regina-coeliRoma, 9 ago – Fa caldo nella capitale quando le porte del carcere di Regina Coeli si aprono per ricevere il ministro della Giustizia Paola Severino. ”Nerone” imperversa e “Caligola” è alle porte. Ma in questo ex convento secentesco divenuto galera alla fine dell’Ottocento – posto alle pendici del Gianicolo nella parte più bella di Trastevere, negata alla vista dei detenuti dalle «gelosie» che coprono i finestroni e che tolgono aria e luce- sembra che gli imperatori romani si siano accaniti contro chi è costretto a viverci: i detenuti, ma anche i poliziotti.

Nella rotonda che nel ’58 accolse papa Giovanni XXIII e che ieri ha accolto il ministro Severino tra applausi e urla, si gronda di sudore. Manca l’aria. E allora capisci. Capisci perché l’estate, in carcere, porta con sé suicidi, autolesionismi, depressioni. malattie infettive. All’una Paola Severino sale i tre gradini che, secondo la tradizione, ogni vero romano (e trasteverino) dovrebbe salire. C’era già stata la settimana scorsa, a Regina Coeli, dopo aver saputo che un detenuto si era impiccato con l’elastico dello slip mentre era ricoverato al Centro clinico, dove avrebbe dovuto essere al sicuro. Torna per parlare con i poliziotti e con i medici, con i detenuti. Sale e scende le scale strette e sghembe, consumate dagli anni e che portano all’ultimo piano, si fa aprire i celloni del Centro clinico, entra, domanda, respira l’aria stagna di quelle mura (seppure più ampie delle celle ordinarie) che rinchiudono vite balorde, disgraziate, sospese.

Molti sono in attesa di giudizio, come Sebastiano, «ipovedente» lo definisce il poliziotto che staziona davanti alla sua «cella liscia», un letto di ferro piantato per terra con sopra un materasso di gommapiuma e nient’altro, altrimenti potrebbe tentare il suicidio. «Ci ha già provato ieri dice un altro poliziotto – perché gli hanno negato gli arresti domiciliari e nonsi dà pace»). Sebastiano piange, si dice innocente (è accusato di traffico di una quantità ingente di stupefacenti), è pieno di graffi sul torace nudo e sul collo, seduto su una sedia a rotelle con addosso soltanto le mutande. È controllato a vista 24 ore su 24 per evitare che si faccia male. Anche Girolamo è in una cella singola, ma non «liscia»: lui non è “matto, è un camorrista. «Alta sicurezza», spiega, dopo aver detto che è in attesa di un’operazione al ginocchio. Adrian, invece, è romeno e se ne sta raggomitolato sul letto in un cellone, con altri cinque detenuti, in attesa di operarsi a un rene.

L’altro glielo hanno già tolto. I poliziotti sembrano disarmati. Impossibile non assorbire questa sofferenza (si chiama «effetto ombra») che, unita allo stress dei turni e dei continui spostamenti dalle famiglie, provoca esasperazione, frustrazione, con conseguenze sempre più spesso simili a quelle dei detenuti. Severino incontra prima loro, le divise blu. Li ringrazia, cerca di rassicurarli. Poi si sposta nella rotonda dove l’attendono i detenuti, alcuni seduti, altri appiccicati alle grate dei piani superiori, da dove scendono striscioni azzurri con frasi celebri: «L’esperienza è semplicemente il nome che gli uomini danno ai loro errori» (Oscar Wilde); «Mai nulla fa chi troppo pensa» (Torquato Tasso). Il ministro avrebbe voluto pranzare con loro, ma per rispetto del ramadam ha rinunciato. Viene accolta da un applauso che la conunuove: nell’aria c’è una straordinaria empatia. Bianchi, neri, giovani, vecchi, i detenuti ascoltano con attenzione e rispetto, applaudono a più riprese le «buone notizie» che porta: misure alternative, lavoro. «Piccole cose, ma concrete», le chiama lei. Di amnistia non parla nessuno. Anche i detenuti elencano «piccole cose concrete» da affrontare. Danno suggerimenti che, dice Severino, «denotano una maturità straordinaria». Giovanni, di Roma, osserva a bassa voce: «Perché mai uno si deve fare 8 mesi per aver rubato un paio di pedalini? O 10 mesi per un panettone?». Già, perché? (Il Sole 24 Ore)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.