Carceri: l’esercito dei volontari, oltre 11mila al servizio dei detenuti

carcere_0Sono pari ad un quarto della polizia penitenziaria ed un settimo del totale dei reclusi. Roma, 5 ago – E’ un esercito silenzioso quello dei volontari che prestano la loro opera all’interno dei penitenziari italiani: oltre 11mila persone, che tradotto in numeri, sono pari a circa un quarto del personale di Polizia Penitenziaria e un settimo della popolazione carceraria. La loro è in cifre la terza realtà dell’universo-carcere che, attraversato com’è dall’emergenza del sovraffollamento, rivela più che mai l’assoluta necessità di una presenza massiccia del volontariato. Una presenza diffusa ma anche complessa perchè deve fare i conti con le norme che regolano il mondo penitenziario e con quella prerogativa della sicurezza che deve essere rispettata alle volte anche a scapito del contatto volontario-detenuto. A “fotografare” a tutto tondo la realtà del volontariato in carcere è l’ultimo numero della rivista del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria “Le due città”. In Italia – si spiega – la legge prevede due forme di volontariato: la prima consente l’ingresso in carcere, la seconda riguarda i cosiddetti “assistenti volontari”, singole persone o appartenenti a gruppi dediti esclusivamente al volontariato in carcere. Quanto al tipo di impegno e alle attività al servizio dei detenuti, le più comuni sono mirate al sostegno della persona e delle famiglie, oltre alle attività sportive, ricreative e culturali. Riguardano invece una minoranza di volontari la formazione al lavoro e le attività religiose. In ogni caso, per quanto si tratti di un esercito variegato, la maggior parte delle anime che compongono il volontariato italiano sono organizzate all’interno delle circa 200 associazioni riconosciute dal Ministero della Giustizia. Il loro è un prisma variopinto di attività, ispirazioni, missioni e modo di vivere e vedere il ruolo sociale che svolgono. Dal volontariato cattolico a quello laico, le tante facce dell’associazionismo mettono insieme oltre 9mila persone, la quasi totalità dei volontari impegnati nelle carceri italiane.

Guardando ai numeri, l’ultima analisi realizzata dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia (una delle realtà più importanti in questo settore) ha evidenziato alcune caratteristiche significative che ben spiegano il fenomeno. In media all’interno di ognuna delle strutture penitenziarie italiane operano 32 volontari, con una presenza, che tra il 2005 e il 2010, è andata crescendo nell’ordine del 10%. A livello territoriale la presenza maggiore è garantita al Nord da dove provengono quasi il 50% dei civili che offrono il loro sostegno, contro il 30% del Centro e il 20% del Sud. Sul fronte del genere, invece, la presenza delle donne è più massiccia perchè queste ultime rappresentano in media il 55% del totale, contro il 45% degli uomini. Un altro aspetto significativo riguarda l’anzianità dei volontari, la cui maggioranza opera in un istituto penitenziario già da oltre 5 anni, mentre solo il 17% del totale è attivo in un penitenziario per un lasso di tempo inferiore ad un anno. In termini di attività, la prima e la più diffusa è quella dell’ascolto attivo e del sostegno morale e psicologico. Accanto a ciò, parte del volontariato si dedica invece al sostegno materiale vero e proprio, che passa principalmente attraverso l’assegnazione di indumenti ai soggetti più poveri. Al terzo posto per diffusione ci sono poi le attività di supporto religioso, non solo cattolico, ma anche per le altre confessioni, considerato l’elevato livello di multietnicità e multiculturalismo che si registra nelle carceri italiane.

“Nel nostro caso – racconta a Le due citta’ Salvatore Tassinari, presidente dell’associazione Pantagruel che da anni opera all’interno del penitenziario toscano di Sollicciano – l’associazione, pur avendo una vocazione regionale, è cresciuta moltissimo negli ultimi anni e abbiamo registrato una passione e una domanda di partecipazione sempre crescenti da parte di individui esterni”. Tra le attività che l’associazione Pantagruel svolge nell’istituto di Firenze che ospita circa mille detenuti, ci sono prima di tutto i colloqui personali. Fin dalla sua fondazione, i volontari dell’associazione partecipano a colloqui diretti con i detenuti, sia uomini che donne. ”Si tratta di colloqui riservati e individuali – racconta Tassinari – che ci permettono di raggiungere la bellezza di 400 detenuti. E’ vero, all’inizio molti di loro chiedono un contatto per finalità strumentali, come quella di aiutarli a parlare con l’avvocato o con la famiglia. Ma con il passare del tempo il rapporto diviene più umano e più intenso e il nostro ruolo cambia riuscendo a svolgere una funzione di supporto psicologico e morale nei confronti di persone che si sentono spesso sole e perdute”. Accanto a questa iniziativa, Pantagruel gestisce all’interno della sezione femminile dell’istituto anche un laboratorio per la realizzazione di bambole, attivo dal 2003 e dentro il quale è sempre garantita la presenza di due insegnanti impegnati a formare i gruppi di detenute che si alternano alla produzione delle bambole. A questa si aggiunge poi un’altra attivitù, stavolta all’aria aperta, cioè una piccola asineria alla quale si possono dedicare i detenuti.

”Abbiamo messo a disposizione dei reclusi – racconta il presidente dell’associazione – due asinelli che devono essere accuditi e seguiti. Anche in questo caso è presente un istruttore che insegna ai detenuti come gestire questi animali. Inoltre, partecipare a questo progetto significa per i detenuti avere l’opportunità di uscire dal carcere almeno una volta all’anno, quando vengono organizzate delle uscite con gli animali”. Ma non è tutto perchè Pantagruel da settembre istituirà uno sportello salute con il compito di fare da interfaccia tra l’area sanitaria e i bisogni dei detenuti. E proprio nelle complessità della contingenza e nella limitatezza dei fondi a disposizione dell’Amministrazione per le attività trattamentali, si gioca oggi il ruolo del volontariato, tanto più necessario per garantire moltissime delle attività ludiche e culturali dei detenuti, dai cineforum ai gruppi di lettura, dalla gestione delle biblioteche ai corsi di lingue o di yoga. Del resto, l’azione del volontariato viene nella pratica coordinata dall’istituzione carcere e le associazioni sono sempre chiamate a lavorare in stretta collaborazione con gli operatori del sistema penitenziario. ”Siamo nati nel 1994 – racconta Daniela De Robert, presidente dell’Associazione Vic (Volontari in carcere), una onlus di ispirazione cattolica legata alla Caritas di Roma – e oggi raccogliamo circa100 volontari attivi negli istituti di Rebibbia e nel reparto protetto del Pertini. Alla base della nostra attività di supporto ci sono prima di tutto i centri ascolto attivi in tutti i reparti. In quest’ambito, oltre a dialogare con i detenuti e ad accompagnare quelli vicini all’uscita, teniamo i rapporti con le loro famiglie fuori del carcere”. Per chi invece ottiene i permessi premio ma non ha un luogo dove dormire, Vic mette a disposizione un alloggio con 12 posti letto. (Adnkronos)

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