Black bloc svela i piani di guerra, intervista choc su Repubblica

black-bloc-roma“Ci siamo addestrati in Grecia le armi erano nascoste in piazza”. Roma, 17 ott – Pubblichiamo di seguito l’intervista realizzata da due giornalisti di Repubblica, Carlo Bonini e Giuliano Foschini, nella quale un black bloc svela il piano, preparato da tempo, per mettere a ferro e fuoco Roma.

E LUI, ora, ne sorride compiaciuto. «Poteva esserci il morto in piazza? Perché, quanti morti fa ogni giorno questo Sistema? Chi sono gli assassini delle operaie di Barletta?».

Non i poliziotti o i carabinieri a 1.300 euro al mese su cui vi siete avventati, magari. Non quelli che pagano a rate le macchine che avete bruciato. Non il Movimento in cui vi siete nascosti.

«Noi non ci siamo nascosti. Il Movimento finge di non conoscerci. Ma sa benissimo chi siamo. E sapeva quello che intendevamo fare. Come lo sapevano gli sbirri. Lo abbiamo annunciato pubblicamente cosa sarebbe stato il nostro 15 ottobre. Ora i “capetti” del Movimento fanno le anime belle. Ma è una favola. Mettiamola così: forse ora saranno costretti finalmente a dire da che parte stanno. Ripeto: tutti sapevano cosa volevamo fare. E sapevano che lo sappiamo fare. Perché ci prepariamo da un anno».

Vi preparate?

F. sorride di nuovo. «Abbiamo fatto il “master” in Grecia».

Quale “master”?

«Per un anno, una volta al mese, siamo partiti in traghetto da Brindisi con biglietti di posto ponte, perché non si sa mai che a qualcuno viene voglia di controllare. E i compagni ateniesi ci hanno fatto capire che la guerriglia urbana è un’arte in cui vince l’organizzazione. Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare. A Roma, abbiamo vinto perché avevamo un piano, un’organizzazione».

Quale organizzazione avevate?

«Eravamo divisi in due “falangi”. I primi 500 si sono armati a inizio manifestazione e avevano il compito di devastare via Cavour. Altri 300 li proteggevano alle spalle, per evitare che il corteo potesse isolarli. L’ordine che avevano i 300 era di non tirare fuori né caschi, né maschere antigas, né biglie, né molotov, né mazzette fino a quando il corteo non avesse girato largo Corrado Ricci. Non volevamo scoprire con gli sbirri i nostri veri numeri. E volevamo convincerli che ci saremmo accontentati di sfasciare via Cavour. Ci sono cascati. Hanno fatto quello che prevedevamo. Ci hanno lasciato sfilare in via Labicana e quando ci hanno attaccato lì, anche la seconda falange dei 300 ha cominciato a combattere. E così hanno scoperto quanti eravamo davvero. A quel punto, avevamo vinto la battaglia. Anche se loro, gli sbirri, per capirlo hanno dovuto aspettare di arrivare in piazza San Giovanni, dove abbiamo giocato l’ultima sorpresa».

Quale?

«La sera di venerdì avevamo lasciato un ducato bianco all’altezza degli archi che portano in via Sannio. Dentro quel Ducato avevamo armi per vincere non una battaglia, ma la guerra. Il resto delle mazze e dei sassi lo abbiamo recuperato nel cantiere della metropolitana in via Emanuele Filiberto».

Sarebbe andata diversamente se avessero caricato subito il corteo in largo Corrado Ricci e vi avessero isolati.

«Non lo hanno fatto perché, come ci hanno insegnato a fare i compagni greci, sono stati confusi dal modo in cui funzionano le nostre “falangi”».

Come funzionano?

«Siamo divisi in batterie da 12, 15. E ogni batteria è divisa in tre gruppi di specialisti. C’è chi arma, recuperando in strada sassi, bastoni, spranghe, fioriere. C’è chi lancia o usa le armi che quel gruppo ha recuperato. E infine ci sono gli specialisti delle bombe carta. Organizzati in questo modo, siamo in grado di assicurare un volume di fuoco continuo. E soprattutto siamo molto snelli. Ci muoviamo con grande rapidità e sembriamo meno di quanti in realtà siamo».

È la stessa organizzazione con cui funzionano i reparti celere.

«Esatto. Peccato che se lo siano dimenticato. Dal G8 di Genova in poi si muovono sempre più lentamente. Quei loro blindati sono bersagli straordinari. Soprattutto quando devono arretrare dopo una carica di alleggerimento. Prenderli ai fianchi è uno scherzo. Squarci due ruote, infili un fumogeno o una bomba carta vicino al serbatoio ed è fatta».

Parli come un militare.

«Parlo come uno che è in guerra».

Ma di quale guerra parli?

«Non l’ho dichiarata io. L’hanno dichiarata loro».

Loro chi?

«Non discuto di politica con due giornalisti».

E con chi ne discuti, ammesso che tu faccia politica?

«Ne discuto volentieri con i compagni della Val di Susa».

Sei stato in val di Susa?

«Ero lì a luglio».

A fare la guerra.

«Si. E vi do una notizia. Non è finita».

Mentre i black bloc devastavano Roma, il vero spirito della manifestazione si concretizzava in un episodio che sta facendo il giro del web.

poliziotto-pacifistaE l’abbraccio tra la ragazza e il poliziotto diventa il simbolo dell’altra San Giovanni

Piazza San Giovanni brucia, è il pomeriggio di due giorni fa: la ragazza e il poliziotto si guardano, parlano, sembrano capirsi. È un attimo, un “secondo rubato” come ha scritto qualcuno su Facebook, uno spicchio di pace in un giorno di guerra. Sono vicini, quasi volessero superare un checkpoint invisibile, lei fa parte del gruppo dei pacifisti, lui le appoggia paterno una mano sulla spalla, con un gesto che assomiglia ad una carezza: non siamo nemici, non doveva andare così. Un “abbraccio”, forse, tra reduci di un giorno sbagliato.
Intorno gli ultimi scontri, la piazza in macerie, il fumo tossico che annerisce il cielo. Guardatela questa foto, anzi questa sequenza di foto, che la Rete ha eletto a simbolo del cuore vero della battaglia degli indignati d’Italia: isolati i violenti la protesta è di tutti, ragazzi senza lavoro e celerini con stipendi da fame, giovani e vecchi, chi picchia e chi scappa con la stessa paura, anche se poi accade che ci si trovi sui lati opposti di una piazza, che contiene in realtà il disagio di entrambi. Lo scriveva Pasolini, era il 1968, oltre quarant’anni fa.

poliziotto-pacifista1Quello che colpisce tra la ragazza e il poliziotto sono gli sguardi diretti, fermi, senza astio e senza paura, anzi quasi complici e consapevoli che sabato a Roma è morta la speranza di molti. E infatti la fotografia gira su Facebook, gli amici la inviano agli amici, molti erano lì, a San Giovanni, “guardate, era giusto avanzare con le mani alzate”, “la global revolution è pacifica”, “ecco chi siamo davvero”. Perché c’è molto ancora da raccontare di quel 15 ottobre di sangue quando la guerriglia ha oscurato il sogno italiano del “Rise up”, il mondo che si solleva e insorge contro la dittatura dell’economia drogata. C’è da raccontare che allontanati i “neri” con i loro sacchi di spranghe, è accaduto l’impensabile: i ragazzi e i poliziotti hanno parlato, faccia a faccia.
Del resto per ore un folto gruppo di manifestanti aveva cercato di fermare gli scontri, stendendosi sull’asfalto, facendo barriera umana tra i black bloc e i blindati. Provando a dialogare con i caschi azzurri in assetto di guerra, come fa, appunto, la ragazza della fotografia, e anche un altro giovane che al celerino stringe la mano. «Potremmo essere i vostri figli e fratelli — spiegavano esausti i giovani “indignati” di “Assemblea piazza San Giovanni”, coraggioso presidio pacifista – perché ci avete attaccato con tanta violenza senza distinguere tra chi aggrediva e chi no, tra di noi c’erano mamme, bambini, nonni, disabili, vi tagliano gli stipendi, rischiate la vita, perché ubbidite a questi ordini…». Gli agenti ascoltano. Silenziosi. Poche parole: «È il nostro mestiere, noi dobbiamo isolare i violenti». Non è facile con un divisa addosso, e in mezzo ad una città a ferro e fuoco, parlare con un gruppo di giovani che ti guardano negli occhi. Però ci si può stringere la mano: “Coraggio ragazzi”.

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