Riforma strumento militare: stop a Di Paola. E Bersani si schiera

bersani-dipaolaRoma, 8 dic – (di Emanuele Giordana) A un pugno di giorni dall’approvazione del ddl Di Paola, la legge delega al ministro della Difesa per la riforma delle Forze armate, si snodano in tutta Italia gli appuntamenti della società civile per dire no al progetto del ministro ammiraglio o per ribadire un’altra lettura del capitolo militare. Anche in parlamento però Di Paola ha già incassato un secco “no” da parte del Partito democratico. Un cambio di rotta che ilministro «tecnico» ha registrato direttamente in un incontro con Bersani, trovandosi poi a Montecitorio a fare i conti coi parlamentari del Pd e con quelli dell’Idv, questi ultimi sin dalla prima ora contrarissimi al progetto dell’ammiraglio.

Ma c’è di più: anche i militari cominciano a fare rumore, visto che il ddl prevede migliaia di esuberi e nessuno ha chiesto il loro parere (ieri hanno manifestato davanti al parlamento). Andiamo con ordine.

L’opposizione a Roma

La lunga marcia di Di Paola inizia appena il ministro si insedia. Sarebbe in vista di una spending review che di fatto, denuncia il movimento pacifista, risparmia mandando a casa 43mila unità (su 183mila soldati, cui si aggiungono circa 30mila civili). La legge autorizza le gerarchie militari a riorganizzarsi in proprio in 12 anni ma non indica criteri specifici, rinviati ai decreti attuativi.Una «delega in bianco», dicono i detrattori. Le autorizza a rivedere il modello organizzativo, le infrastrutture e la loro dislocazione sul territorio con una riduzione complessiva del 30%. Consente anche che chiedano il pagamento dei servizi per attività di protezione civile: una sorta di privatizzazione di Stato della gestione calamità naturali, che fa insorgere i Comuni. Introduce infine il principio dell’invarianza della spesa: in sostanza, il risparmio ottenuto resta nelle casse della Difesa con una flessibilità gestionale che le dà autorità a spendere come le pare. Un conto a spanne che consente di gestire circa 20 miliardi l’anno. Come? In armi ad esempio: il caso più noto è quello degli F 35. Tutto sembrava filar liscio ma la pressione sui parlamentari (la mailbombing nelle loro caselle di posta) fa cambiare marcia soprattutto al Pd, che blocca i decreti attuativi, in sostanza la parte operativa della legge cheDi Paola sperava passasse senza problemi.

Dopo il voto per il via libera alla legge martedi prossimo (giorno nel quale Tavola della pace, Rete italiana per il disarmo e Sbilanciamoci! hanno indetto una manifestazione davanti a Montecitorio) Di Paola e Monti avrebbero potuto emanarli con due mesi di tempo per un parere del parlamento che, nel marasma pre-elettorale, li avrebbe probabilmente lasciati come Di Paola li ha (già) scritti. Vista la mala parata in commissione e in aula, Di Paola ha cercato Bersani per chiedere via libera ai decreti ma il leader Pd, forte della vittoria alle primarie, gli ha detto di no. La legge probabilmente passerà (coi voti della destra) ma non passeranno i decreti che dunque andranno scritti dal prossimo ministro o dal Pd stesso a cui chiedono comunque martedì di votare contro e di far passare un ordine del giorno che certifichi il passaggio del pacchetto al governo che verrà.

Cosa prevede il testo destinato a rivoluzionare numero e dotazioni militari. Meno uominima più armati.

I deputati sono chiamati a discutere e votare la «Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale». Ecco di cosa si tratta, cosa prevede la legge, quali saranno gli effetti della delega, cosa ha fatto e cosa non ha fatto il Parlamento.

Di cosa si tratta?

Il Parlamento affida al governo il compito di riorganizzare le Forze Armate che nel corso degli anni sono cresciute a dismisura sino a diventare uno strumento ipertrofico con un’operatività compromessa e un costo insostenibile. Il disegno di legge è stato scritto dal ministero della Difesa e, stranamente, porta solo la firma del ministro-Ammiraglio Giampaolo Di Paola.

Cosa prevede la legge?

La legge autorizza le gerarchie militari a riorganizzare in proprio le Forze Armate nell’arco dei prossimi 12 anni senza indicare veri e propri criteri. Di fatto si tratta di una delega talmente ampia da poter essere considerata come una delega in bianco. Secondo quanto previsto si procederà a:

  • ristrutturare il bilancio della Difesa riducendo le spese per il personale e aumentando quelle per l’acquisto di armi e per il funzionamento delle FFAA;
  • ridurre il personale militare e civile di circa 43.000 unità (oggi i militari sono 183.000 ai quali si aggiungono circa 30.000 civili);
  • rivedere il modello organizzativo delle FFAA, le infrastrutture e la loro dislocazione sul territorio con una riduzione complessiva del 30%;
  • richiedere il pagamento di tutti i servizi resi dalle FFAA per attività di protezione civile in caso di calamità naturali.

La legge introduce inoltre due principi:

  1. il principio dell’invarianza della spesa: in base al quale tutti i soldi risparmiati con il processo di riforma (riduzione del personale, riduzione delle strutture, servizi a pagamento) resteranno nelle casse del Ministero della Difesa;
  2. il principio della flessibilità gestionale di bilancio: in base al quale i generali potranno spendere i soldi come vorranno, principio che non è concesso a nessuna altra amministrazione dello Stato.

La legge impegna in 12 anni una somma enorme stimata in circa 230 miliardi di euro.

Quali sono gli effetti della delega?

In base a questa legge, la riorganizzazione delle FFAA:

  1. non porterà alcuna riduzione del bilancio della Difesa ma un aumento delle spese per gli armamenti;
  2. comporterà un aumento della spesa pubblica provocato dalle misure che verranno assunte per accompagnare la riduzione del personale militare e civile (prepensionamenti,trasferimenti ad altre amministrazioni pubbliche, ecc.);
  3. determinerà una trasformazione del nostro strumento militare secondo il modello definito dalle attuali gerarchie militari senza alcun indirizzo parlamentare. Il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola descrive apertamente uno strumento sempre meno legato alla funzione costituzionale di difesa della patria e sempre più aggressivo, capace di intervenire anche a decine di migliaia di chilometri di distanza dai nostri confini, dotato di bombardieri come gli F35, droni e portaerei, pronto a partecipare alle prossime guerre ad alta intensità.

Cosa ha fatto il Parlamento?

Il Senato è intervenuto sul disegno di legge presentato dal ministro Di Paola il 23 aprile scorso dopo un oscuro braccio di ferro nel consiglio deiministri, introducendo alcune modifiche. In particolare la Commissione Difesa ha cancellato la norma che avrebbe permesso ai generali di trasformarsi in mercanti d’armi e ha aumentato gli strumenti di controllo parlamentare sui programmi di acquisto delle armi. La Commissione Difesa della Camera ha invece rinunciato a tutte le sue prerogative, ha omesso di analizzare, discutere e migliorare il testo del provvedimento giunto alla Camera l’8 novembre. Giovedì 29 novembre, in soli 75 minuti ha bocciato senza discussione tutte le proposte di emendamento. Il provvedimento giunge in Aula a Montecitorio dopo solo 6 sedute, in totale 8 ore e 40 minuti.

Cosa doveva fare il Parlamento?

Una situazione così difficile e una riforma così delicata e complessa richiede un ben altro approccio. Cosa doveva fare (e non ha fatto) il Parlamento?

Primo.Sottoporre il bilancio della Difesa a un’attenta revisione con particolare attenzione agli sprechi, ai 71 programmi di acquisto di armi in corso e a tutte quelle misure che possono portare ad un’immediata riduzione della spesa.

Secondo.Fare un’analisi aggiornata dei problemi di sicurezza dell’Italia (con particolare attenzione al Mediterraneo e all’Europa) e indicare gli strumenti più appropriati per affrontarli (politica estera, politica europea, politica di sviluppo, politica di cooperazione, politica di sicurezza, politica militare).

Terzo.Ridefinire coerentemente gli obiettivi dello strumento militare e incaricare i tecnici di proporre una sua riorganizzazione anche alla luce delle necessità di contenimento della spesa pubblica.

Contro il disegno di legge-delega Di Paola

Da mesi migliaia di persone, gruppi, riviste e associazioni stanno invitando i parlamentari a capire, riflettere, discutere, ripensare. Sono stati scritti appelli, lettere. Sono state organizzate manifestazioni e campagne di mailbombing. Ma come si suol dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. (Il Manifesto)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.