PDL: rottura finale tra Fini e Berlusconi. Nasce il gruppo dei finiani “Futuro e libertà”

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Roma, 30 lug. – Il nome è ufficiale: i nuovi gruppi dei parlamentari che fanno riferimento a Gianfranco Fini si chiameranno “Futuro e Libertà”. In un primo momento era circolata la voce che era stato scelto il nome Azione Nazionale. Al momento i deputati che hanno inviato la lettera di dimissioni e hanno dato la disponibilità ad aderire al nuovo gruppo sono 35 (Bocchino, Briguglio, Granata, Raisi, Barbareschi, Proietti, Divella, Buonfiglio, Barbaro, Siliquini, Perina, Angela Napoli, Bellotti, Di Biagio, Lo Presti, Scalia, Conte, Della Vedova, Urso, Tremaglia, Bongiorno, Paglia, Lamorte, Ruben, Menia, Angeli, Ronchi, Moffa, Cosenza, Patarino, Polidori, Consolo, Souad Sbai), mentre al Senato le difficoltà sono maggiori e sono otto i senatori dichiaratamente finiani che però non hanno ancora rassegnato le dimissioni dal gruppo Pdl. Fini ha incontrato questa mattina alcuni dei senatori per capire la situazione al Senato. Ma i sottosegretari Andrea Augello e Pasquale Viespoli (che si sono molto spesi nel ruolo di mediazione con Berlusconi) e altri tre senatori che fanno loro riferimento, non hanno ancora sciolto la riserva. pdf Leggi il documento dell’Ufficio di Presidenza del PDL

Bersani in aula: premier urgentemente in parlamento. Il presidente della Camera è di tutti

“Ora il problema è che non si pensi che si possa andare avanti a tarallucci e vino: il presidente del Consiglio venga urgentemente in Parlamento”. E’ stato Pier Luigi Bersani a prendere la parola in apertura della seduta dei lavori della Camera per chiedere, di fatto, la parlamentarizzazione della crisi interna al Pdl. “In queste ore succedono fatti di assoluto rilievo politico e istituzionale che meritano di essere valutati subito – ha detto il segretario del Pd-. I fatti sono evidenti, non possono essere aggirati o elusi. Il capo del governo certifica in modo solenne la frattura incomponibile nel maggior partito della maggioranza”. Bersani ha parlato di “un dissidio insanabile, che il Paese ha visto via via motivarsi attorno a temi come la legalità, la democrazia, le grandi questioni che sono i temi sui quali l’opposizione dal primo momento ha indicato la criticità, il limite di questo governo. Inoltre – ha aggiunto Bersani- il presidente del Consiglio ha di fatto sfiduciato il presidente della Camera, arrogandosi un potere che non ha, che non è il suo. Perchè il presidente della Camera è di tutti, anche di quelli che non l’hanno votato”. Per il leader democratico, “davati a fatti come questi, il Parlamento deve tornare ad essere la casa della discussione democratica, il presidente deve venire in Parlamento a spiegarci, a consentirci di discutere. Non ci si venga a propinare lo stanco rito reotrico del è’ successo ma non è successo, ci stiamo massacrando ma andremo d’accordo, il motore si è rotto ma la macchina va. Il Paese non ha questi tempi, ha altre esigenze. E’ ora di capire. Siamo oltre le colonne d’Ercole di una fase, bisogna prendersi le responsabilità. Il primo punto è ristabilire il principio basico di una democrazia perchè i cittadini devono potersi scegliere i parlamentari. Poi, ognuno faccia la sua proposta per il futuro del Paese”.

Franceschini: il presidente camera non è sfiduciabile

“Noi non lo abbiamo votato, ma dal momento in cui viene eletto il presidente della Camera è il presidente di tutti, anche di chi non lo ha votato, e non può essere sfiduciato, come dice la Costituzione”. Anche Dario Franceschini è intervenuto in aula alla Camera nel breve dibattito che si è aperto dopo che Pier Luigi Bersani aveva chiesto al presidente del Consiglio di riferire in Parlamento sulla crisi del Pdl. “Dopo la riunione dei capigruppo di ieri è successo qualcosa, si è verificato qualche dettaglio – ha aggiunto il capogruppo del Pd che ha replicato a Fabrizio Cicchitto-. E’ accaduto che il premier Berlusconi ha detto che il presidente della Camera se ne deve andare, immaginando che tra le sue proprietà ci sia anche la Camera”. Franceschini ha anche spiegato, a proposito dei lavori della Camera, che “per noi gli accordi assunti ieri nella conferenza dei capigruppo sono superati”.

Tabacci (Api): no a soccorsi, Berlusconi vada avanti senza arroganza

”Non mi pare proprio che ci sia nessuna ipotesi di sostituire alcunchè. Non c’è nessuna tentazione al soccorso”. Così ai microfoni di CNRmedia Bruno Tabacci (API) commenta il possibile sostegno esterno del suo partito al Governo dopo la rottura nel Pdl. “Mi pare che Berlusconi abbia un governo sfilacciato e una maggioranza che deve conquistarsi di volta in volta. Fini gli darà i voti sui provvedimenti per non lasciare la golden share alla Lega. Credo che il Governo debba andare avanti, magari se Berlusconi lo facesse con meno arroganza, ascoltando le voci nel Parlamento, sarebbe pure utile invece di mandarci dei provvedimenti sui quali impone continuamente la fiducia. Il meccanismo della decretazione d’urgenza con i voti di fiducia ha svuotato il Parlamento. Secondo me – conclude – è ora di cambiare strada”.

”Alle ore 15, presso l’Hotel Minerva (p.za della Minerva, Roma) Gianfranco Fini farà una dichiarazione alla stampa”. E’ quanto si legge in una nota del portavoce del presidente della Camera.

Fini e Berlusconi, dallo sdoganamento del 1993 alla rottura

Bisogna andare indietro di 17 anni per raccontare l’origine del rapporto tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Nel 1993. Alla tornata elettorale amministrativa Fini, ancora segretario del Msi, si candida contro Rutelli e ottiene l’appoggio del Cavaliere. Fini perde, ma incassa lo “sdoganamento”. La destra esce dal ghetto. Inizia così l’idillio tra i due, che passa dalla svolta di Fiuggi e soprattutto dalla vittoria delle elezioni del 1994. Ma alla vigilia di Natale di quell’anno la Lega manda tutto all’aria con il famigerato “ribaltone” che porta a Palazzo Chigi Lamberto Dini. Fini resta fedele a Berlusconi : “Non prenderò mai più un caffè con Bossi”, dice.

Primi screzi. Il primo segnale di insofferenza da parte dell’allora leader di Alleanza Nazionale, arriva nel 1999. Fini stringe un patto con Mario Segni, in nome del referendum anti-proporzionale. Alle europee il simbolo dell’Elefantino si ferma però al 10,3% per cento. E’ un flop. Berlusconi non gradisce: è il primo sgarbo di Fini all’alleato di ferro. Chiusa questa parentesi, An torna saldamente al fianco di Forza Italia. La “Casa delle libertà” vince le elezioni del 2001. Nei cinque anni di governo, in cui Fini ricopre l’incarico di vicepremier e ministro degli Esteri. Ma a livello politico non mancano le occasioni in cui manifesta una certa insofferenza. Reclama una “cabina di regia” che lo coinvolga nelle decisioni . Fa fronte con il leader dell’Udc Marco Follini e, nell’estate del 2004, ottiene la testa del ministro dell’economia Giulio Tremonti.

Il predellino. Il discorso del predellino (novembre 2007) con cui Berlusconi annuncia che è ora di dar vita a un partito unico, manda Fini su tutte le furie. “Siamo alle comiche finali”, commenta il leader di An. Che poi, però, dopo la caduta del governo Prodi, farà di fatto confluire An nel Popolo della Libertà (con la formula della federazione di partiti), il nuovo soggetto politico che vincerà, insieme alla Lega, le elezioni politiche. L’elezione di Fini alla presidenza della Camera completa lo “sdoganamento” degli ex missini nelle istituzioni italiane.

Scintille nel nuovo governo. A settembre 2008 Fini lancia la proposta del voto agli immigrati. Berlusconi si confida con i suoi chiedendosi se Fini stia lavorando per ritagliarsi un proprio spazio. “Pensa di candidarsi alla mia successione? Allora non ha capito niente. Senza di me starebbero ancora dove stavano fino al 1994”. Nel dicembre del 2008, il governo mette la fiducia sulla finanziaria, e Fini, presidente della Camera, boccia la procedura adottata defindendola “anomala”.

Nasce il Pdl. Nel marzo 2009 il Pdl diventa un vero e proprio partito. Pochi giorni prima della festa e degli abbracci sul palco tra i due, però ci sono ancora polemiche. Fini dice che “c’è un rischio di cesarismo” che va scongiurato garantendo la democrazia interna. A dicembre dello stesso anno un fuorionda di Fini a un convegno sulla mafia fa salire nuovamente la tensione con Berlusconi: parlando a microfoni spenti con il suo vicino, il magistrato Nicola Trifuoggi e, riferito a Berlusconi, dice: “Confonde la leadership con la monarchia assoluta”.

L’anno della rottura. Siamo alla storia recente. Il 2 marzo 2010 Fini torna a esprimere la sua insoddisfazione per come vanno le cose nel Pdl. “Ho contribuito a fondare il Pdl, ma così come è il Pdl non mi piace”. E ancora. La riforma delle istituzioni, dice il 22 marzo 2010, “non si può fare a colpi di slogan e battute da comizio”. Il momento che sancisce una vera frattura tra i due fondatori del Pdl si consuma ad aprile: al Consiglio Nazionale del Pdl, in via della Conciliazione a Roma, Fini rivendica il diritto di dire le cose che pensa senza sentirsi dare del “traditore”. Berlusconi risponde a muso duro: “Se vuoi fare politica la fai da uomo politico e non da presidente della Camera”. La controreplica di Gianfranco Fini è immediata: si alza dalla sedia in platea e si avvicina al presidente del Consiglio, puntando il dito contro di lui, urlandogli: “Che fai mi cacci?”. Il consiglio del partito vota la fiducia al Cavaliere, ma prende forza la nuova corrente dei fedelissimi del presidente della Camera. Si arriva così a questa settimana. Nel giorno in cui il Giornale lancia un’inchiesta che colpisce direttamente Fini, e di fronte all’imminenza della rottura, Fini propone un armistizio: “Resettiamo tutto”, dice al Foglio di Giuliano Ferrara. Ma per Berlusconi l’offerta di Fini è “tardiva”. E, insieme allo stato maggiore del Pdl, composto anche da ex colonnelli di An, stila un documento che definisce incompatibili con la linea del partito le prese di posizione di Fini e dei parlamentari a lui vicini. ico_commenti Commenta

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