Ministro degli Esteri: «L’Italia è un paese serio, torneremo a contare»

Giulio-Terzi-SantagataRoma, 16 dic – «L’Italia è un paese serio. La comunità internazionale ha ormai ben chiaro che abbiamo posizioni serie. Dobbiamo essere credibili sul piano della finanza pubblica. In tutti questi primi incontri che ho avuto, da Hillary Clinton a Sergei Lavrov fino al ministro degli Esteri cinese, ho sentito il senso unanime del sostegno al governo e a Monti in particolare. E c’è anche simpatia per lo sforzo dell’Italia, per il nostro contributo positivo al rilancio dell’Unione Europea. Hillary Clinton poi apprezza molto le decisioni prese dal governo Monti, e anche questo si inserisce nella sincera cura per le partnership che impronta l’amministrazione Obama».

L’ultimo amore è sempre il primo, ed è così anche per Giulio Terzi di Sant’Agata, da pochissime settimane trasvolato alla Farnesina dall’altra sponda dell’Atlantico. Era il nostro ambasciatore a Washington, e fu buttato giù dal letto da una telefonata che proveniva dal Quirinale per chiedergli se accettava di fare il ministro. Adesso, con molti dossier caldi sul tavolo, il suo arrivo alla Farnesina ha un imprinting preciso: la diplomazia italiana preme l’acceleratore. E la Conferenza degli Ambasciatori, il raduno non periodico dei nostri rappresentanti nel mondo, con gli interventi sia di Monti che (oggi) di Napolitano, è l’occasione adatta.

Ministro, adesso che l’Ice sarà riattivato, in modo che alle aziende italiane all’estero non manchi adeguato sostegno operativo, le nostre ambasciate torneranno a far diplomazia? C’è stato un momento nella storia del paese, dal Duemila in poi, in cui sembrava che gli ambasciatori dovessero tutti trasformarsi in viaggiatori di commercio. L’Italia tornerà a prendere l’iniziativa in politica estera?

«Il presidente Monti, proprio intervenendo alla Conferenza, ha ricordato a tutti che le risorse da tempo decurtate alla diplomazia italiana non possono influire sulla determinazione dei nostri uomini e delle nostre donne. Come si è visto nel dopoguerra, quando la diplomazia italiana ha dato il meglio di sè. E guardi che non è vero che all’Italia sia mancata iniziativa. Io sono ministro da un mese, ma ho fatto il diplomatico per 39 anni e ho vissuto una grande stagione di leadership italiana nella riforma delle Nazioni Unite. Pochi giorni fa il ministro degli Esteri cinese mi ricordava proprio questo, la sintonia tra Italia e Cina che si formò in quell’occasione. Per non parlare della politica europea, dall’Atto Unico a Maastricht… Però, certo, si può fare sempre meglio. Ma non siamo in cerca di sensazionalismi, la politica estera non è una portaerei che può virare repentinamente».

E tuttavia l’iniziativa è ripresa, almeno con la Libia.

«Con la Libia, e con l’intero Mediterraneo. La sponda Sud dell’Europa non è solo un fatto di convenienza: è il luogo dove può concretizzarsi un vero Rinascimento europeo, l’idea di un’Europa aperta. Quanto alla Libia, Jalil ha riconosciuto il ruolo che hanno avuto Berlusconi e Frattini, nonchè Napolitano e l’intero apparato militare per orientare l’operazione libica in un contesto Nato. Bisogna ricordarlo, questo. Ora riprenderanno non solo le forniture di energia ma ci sarà un adeguato posizionamento delle imprese e si riattiverà il Trattato. L’Italia ha il ruolo di chi si è saputo muovere in modo tempestivo e credibile».

Jalil ha detto che la Libia, per recuperare alla vita civile i propri combattenti, vorrebbe mandarli da noi a studiare. L’Italia è pronta ad accoglierli?

«Esprimermi sarebbe del tutto prematuro, ci sono aspetti di organizzazione, di sicurezza e anche economici che vanno valutati. Ci siamo impegnati a studiare le forme, e intanto assistiamo i feriti. Ma la priorità di Tripoli, il loro impegno in questo momento, è proprio affrontare i problemi sociali emersi dalla devastazione della guerra. Hanno sessantamila persone morte o ferite. Le città sono devastate, a cominciare da Misurata di cui Jalil ha fatto, al Capo dello Stato e a me, un racconto molto toccante».

E adesso la guerra, metaforica ma non meno virulenta, è nell’Eurozona. L’Italia si adopererà per recuperare la Gran Bretagna, forte anche di un solidissimo rapporto transatlantico? O ha ragione Ulrick Beck quando teme “l’euronazionalismo” della Germania?

«Siamo entrati nel Consiglio europeo dell’8 sull’orlo dell’abisso, ancora poche settimane senza risposte e l’Italia avrebbe fatto da detonatore. Adesso è stata avviata una governance, il giudizio del presidente Monti in merito è moderatamente positivo. La fase è delicata, dobbiamo liberarci dalla conta dei meriti e dei demeriti nell’Eurozona, ed evitare che si allarghi il divario con la Gran Bretagna. Dobbiamo rafforzare le fondamenta, anzitutto. E con la Gran Bretagna continuiamo a lavorare sulla politica di sicurezza e difesa. Quanto ai rapporti transatlantici, restituire stabilità all’Eurozona li rafforzerà ulteriormente. I 6 grandi del mondo si consultano continuamente, su tutti i temi. Ma certo, molto si deve al multilateralismo vero, profondo, sincero del presidente Obama. Non c’è mai stato un rapporto così pienamente, limpidamente di sostegno da parte degli Stati Uniti all’Eurozona. Siamo usciti dal trauma della guerra in Iraq, il mondo è cambiato al punto che la Lega Araba sanziona la Siria. Tutto è in forte accelerazione. Dobbiamo impegnarci, essere seri, e ricordarci la frase preferita di un consigliere di Obama: in ogni crisi, cogliere l’opportunità». (La Stampa)

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