Militari e politica: il PSD denuncia sette generali

Camera-dei-Deputati2Roma, 12 ott – Tredici segreterie regionali, otto dipartimenti, migliaia di iscritti, questi sono i “numeri” di una giovane formazione politica nata circa un anno fa, il “Partito Sicurezza e Difesa – PSD“, che ha riscosso immediatamente un largo consenso non solo nel mondo delle divise ma anche tra i comuni cittadini.

Ad interessarsi di questo partito, prima ancora degli operatori del comparto e dei comuni cittadini, sono state le gerarchie militari, preoccupatissime per i consensi che il nascente partito sta acquisendo ad una velocità davvero ragguardevole.

La Repressione

Tutto è cominciato quando alcuni dirigenti regionali del PSD, si sono visti recapitare da parte dei rispettivi organi gerarchici un invito a recedere dalla loro carica. La legge prevede ampie libertà di partecipazione alla vita politica del Paese, persino per chi indossa una divisa, ma alcuni generali di La Russa non vogliono sentir ragioni ed hanno avviato dei procedimenti disciplinari nei confronti dei loro sottoposti che ricoprono cariche all’interno del PSD nonostante la delicatissima materia che tratta dei supremi principi costituzionali e democratici.

Per la verità, inizialmente, alcuni generali hanno provato a spiegare ai vertici militari la liceità e la legalità dell’operato dei propri sottoposti, come ad esempio i generali dei carabinieri Vincenzo Giuliani e Carlo Gualdi, che con due distinte lettere hanno spiegato che l’iscrizione ai partiti politici non solo è lecita (e quindi non perseguibile disciplinarmente) ma protetta da precise norme di rango costituzionale e legislativo. Sempre i medesimi generali hanno spiegato chiaramente al Comando generale (che comunque conosce molto bene la materia) che anche l’attività politica condotta dai militari non in servizio, in abiti civili e fuori dai luoghi di servizio è parimenti lecita e pienamente esercitabile. Di seguito i link per leggere le missive dei due generali:

pdf Lettere dei  gen. Giuliani e Gualdi

Tutto OK allora? Neanche per idea!

Evidentemente le gerarchie militari, forse atterrite dalla prospettiva che i militari acquisissero consapevolezza dei propri diritti, impartiscono un ordine criptico proveniente addirittura dal Gabinetto del ministro La Russa. Sì proprio lui, quello che chiama i militari “i nostri ragazzi”. Ecco il link dal quale scaricare la direttiva del Gabinetto della Difesa .

Analizzando il contenuto di questa oscura circolare del Gabinetto della Difesa, vi si legge un improbabile giro di parole a firma del generale Biagio Abrate: «l’iscrizione in argomento, ancorché – in sé – non vietata, è da intendersi assorbita dal divieto di esercizio di attività politica». Tecnicamente questa frase costituisce quello che nella lingua italiana viene chiamato un ossimoro, una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro, come ghiaccio bollente, silenzio assordante, etc. In questo caso l’ossimoro è costituito dal concetto “il diritto assorbito dal divieto”, perchè delle due l’una: o esiste in capo ai militari il diritto di iscrizione ad un partito politico oppure esiste un divieto in tal senso. Entrambi, evidentemente, non possono esistere!

Fermiamoci un attimo e riassumiamo i termini della questione per spiegare come e perchè i militari hanno tutto il diritto di iscriversi ad un partito politico e fare attività politica, come hanno abbondantemente illustrato i due generali, Giuliani e Gualdi:

L’art. 49 della Costituzione stabilisce che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». La potestà di limitare con legge tale diritto, prevista dal successivo articolo 98, non è stata mai esercitata dal Parlamento nei confronti dei militari di carriera in servizio attivo. Il diritto di iscrizione ai partiti politici inoltre è attualmente pienamente esercitabile anche dalle Forze di Polizia.

Le uniche, parziali, limitazioni poste nei confronti del predetto personale all’esercizio di attività politica non riguardano affatto il diritto di iscrizione ai partiti politici, come detto costituzionalmente garantito e tutelato, ma mirano, con comprensibile buon senso, esclusivamente a separare l’attività di servizio – svolta in uniforme o in abiti civili – dalla quella politica fatta a titolo personale, per esempio tramite la individuale partecipazione a manifestazioni o a riunioni promosse da soggetti politici.
In questo modo, si garantisce dal punto di vista formale l’estraneità delle Forze armate e delle Forze di polizia, unitariamente intese, dall’agone politico in tutte le sue forme ed espressioni.

Per i militari, tutto ciò è codificato dall’art. 6 della legge 11 luglio 1978 n. 382 (Norme di principio sulla disciplina militare), secondo il quale «le Forze armate debbono in ogni circostanza mantenersi al di fuori delle competizioni politiche. Ai militari che si trovano nelle condizioni previste dal terzo comma dell’articolo 5 è fatto divieto di partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni e organizzazioni politiche, nonché di svolgere propaganda a favore o contro partiti, associazioni, organizzazioni politiche o candidati ad elezioni politiche ed amministrative. I militari candidati ad elezioni politiche o amministrative possono svolgere liberamente attività politica e di propaganda al di fuori dell’ambiente militare e in abito civile. Essi sono posti in licenza speciale per la durata della campagna elettorale».

Detto articolo 6, quindi, richiamando il terzo comma dell’art. 5 della medesima legge, stabilisce che le limitazioni riguardano esclusivamente i militari che si trovino nelle seguenti condizioni:
a) svolgono attività di servizio;
b) sono in luoghi militari o comunque destinati al servizio;
c) indossano l’uniforme;
d) si qualificano, in relazione a compiti di servizio, come militari o si rivolgono ad altri militari in divisa o che si qualificano come tali.

Per converso quindi, i militari che non si trovino nelle predette condizioni ben possono «partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni e organizzazioni politiche, nonché di svolgere propaganda a favore o contro partiti, associazioni, organizzazioni politiche o candidati ad elezioni politiche ed amministrative».

La legge n. 382/78 quindi, nel disciplinare i rapporti tra militari e l’attività politica, non prevede generiche limitazioni suscettibili di interpretazioni estensive, ma elenca tassativamente le fattispecie vietate, giacché ritenute suscettibili di compromettere l’estraneità delle Forze armate (intese unitariamente) dalla dialettica politica, attuando il dettato costituzionale, sintetizzato sia dall’art. 1 della medesima legge, secondo cui «Le Forze armate sono al servizio della Repubblica; il loro ordinamento e la loro attività si informano ai principi costituzionali» sia dall’art. 3: «Ai militari spettano i diritti che la Costituzione della Repubblica riconosce ai cittadini».

Riprendiamo adesso l’avventuroso racconto.

Vista l’esistenza della direttiva-ossimoro del Gabinetto di La Russa, il generale Ilio Ciceri, all’epoca sottocapo di stato maggiore del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, comunica urbi et orbi una sua personale direttiva dove aggiunge inoltre alcune infondate quanto fantasiose argomentazioni giuridiche, secondo le quali «anche la sola presenza di un certo numero di militari tra i tesserati di un partito potrebbe consentire di argomentare in ordine all’espressione di preferenza politica della Compagine militare»  concludendo che «è, dunque, comportamento suscettibile di assumere rilievo sotto il profilo disciplinare, per violazione, fra tutte, della fattispecie regolata dal n. 9 dell’allegato “C” al d.P.R. n. 545/86», (Comportamento lesivo del principio della estraneità delle Forze Armate alle competizioni politiche, punibile con la sanzione di rigore). Sorge allora spontanea la domanda: come si fa a sapere quanti militari sono iscritti ad un determinato partito politico visto che questo dato è classificato, secondo il garante della privacy, come “sensibile”?. pdf Leggi la direttiva del generale Ilio Ciceri.

I generali fanno dietrofront

A questo punto gli obbedientissimi generali Vincenzo Giuliani e Carlo Gualdi, che si erano inizialmente sforzati di far capire al Comando Generale l’impossibilità di agire disciplinarmente contro quei militari iscritti in un partito politico, dimenticano quanto da essi stessi sostenuto e si danno ad un precipitoso dietrofront. L’obbedienza cieca li fa passare dal ruolo di difensori a quello di carnefici. La prova? Eccola: di seguito il link per visionare una comunicazione con la quale il generale Giuliani non solo intima ad un maresciallo di recedere dalla carica ricoperta in seno ad un partito politico, ma addirittura gli paventa la cessazione dal servizio permanente per decadenza. pdf Clic qui per leggere il documento del generale Giuliani .

Ai vertici politici del PSD, loro malgrado, non resta altro da fare se non denunciare tutto alla magistratura fornendo una quantità di prove documentali davvero poderosa che inchioderebbero una pluralità di generali e colonnelli (non solo dei carabinieri) i quali, in associazione fra loro, a parere del PSD, avrebbero commesso il reato di «Attentato contro i diritti politici del cittadino», previsto dall’art. 294 del codice penale che prevede pene da uno a cinque anni per «chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà».

L’interrogazione parlamentare

La vicenda in questione è finita in Parlamento dove Di Stanislao (IDV) ha chiesto al ministro La Russa di adottare dei provvedimenti disciplinari e la rimozione dall’incarico nei confronti del primo generale che ha tradotto in ordine concreto la disposizione illegittima del Gabinetto della Difesa, a causa delle “gravissime affermazioni contenute nella sua missiva che, a parere dell’interrogante, mal si conciliano con il giuramento prestato che prevede di osservare «la Costituzione e le leggi»“. Il ministro, nonostante siano passati quasi tre mesi dalla data dell’interrogazione, non ha mai risposto. Leggi l’interrogazione parlamentare.

L’organo di stampa della Difesa smentisce i generali persecutori: legittimo per i militari iscriversi e fare attività politica

Stranamente però l’organo ufficiale di stampa dello Stato maggiore della Difesa, “Informazioni della Difesa”, nell’ultimo numero (4/2010) andando di opposto avviso con quanto disposto dal Gabinetto della Difesa, spiega in un elaborato articolo a firma del Colonnello Antonino Lo Torto (Capo Ufficio affari giuridici) che l’iscrizione ai partiti politici e lo svolgimento di attività politica da parte dei militari è del tutto legittima quando esercitata in abiti civili e fuori dalle strutture militari, così come previsto dalla Costituzione e dalle leggi. pdf Leggi l’articolo di “Informazioni della Difesa”

Il silenzio imbarazzato dei vertici

Ad ulteriore conferma dell’imbarazzo diffuso sofferto dai vertici militari quando interrogati sulla spinosa materia, sembrerebbe che ieri, nel corso di una importante riunione tra gli organi di rappresentanza militare dell’Arma (Coir e Cocer), un’intraprendente delegato abbia incalzato il colonnello Masciulli (Capo Ufficio legislazione del Comando Generale) con una domanda molto semplice: un militare si può iscrivere ad un partito politico oppure no? La domanda sarebbe stata ripetuta per ben tre volte prima che un laconico “vi faremo sapere” chiudesse la scomoda parentesi.

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