La Camera approva la “Specificità”. Avv. Carta: norma pericolosa e liberticida

In occasione dell’approvazione definitiva da parte della Camera della cd. “Specificità” per il personale delle Forze Armate, Forze di Polizia e Vigili del Fuoco, riproponiamo un articolo del marzo scorso a cura dell’avv. Giorgio Carta. Roma, 20 ott – (di Giorgio Carta* – Il plauso pressoché generale suscitato dall’approvazione della norma sulla cosiddetta specificità conferma, quasi che ce ne fosse ancora bisogno, che viviamo in un Paese drogato, dalle menti obnubilate, dove non esistono più i fatti o i concetti oggettivi e dove tutti sono ben disponibili a giurare che c’è il sole anche se è notte.

Dico questo perché, quando ho letto il testo della norma rubricata “Specificità delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco”, ho pensato subito che fosse stato creato un pericoloso monstrum giuridico, cioè uno strumento idoneo a giustificare l’ulteriore repressione e limitazione dei diritti personali del personale del comparto sicurezza e difesa, i cui frutti amari si raccoglieranno nelle aule di giustizia amministrativa (quindi all’insaputa dei più e nel dramma silenzioso dei diretti interessati).

Il bello (si fa per dire) è che la caramella amara è stata avvolta in una accattivante carta colorata e pubblicizzata ingannevolmente, con la conseguenza che è stata applaudita da tutti quanti, sia carnefici, che collaborazionisti e vittime predestinate, le quali ultime continuano oggi ingenuamente a fantasticare sui sontuosi aumenti stipendiali in arrivo.

Trascorro troppo del mio tempo nelle aule dei TAR, per non avere invece timore e per non vedere la norma in questione per quella che è, cioè l’anello mancante tra l’articolo 52 della Costituzione ed il singolo sopruso inflitto al cittadino in uniforme.

La citata norma costituzionale (che pure sancisce che l’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica) è stata da sempre tradizionalmente interpretata per dire il contrario di ciò che esprime e, quindi, per giustificare le numerose limitazioni di diritti (e sovente anche le prevaricazioni) perpetrate nei confronti dei cittadini in uniforme.

Di conseguenza, ogni qual volta, specie nelle aule di giustizia amministrativa, si rilevano le violazioni dei più essenziali diritti umani dell’essere umano e si evidenzia l’incostituzionalità di norme primarie e/o secondarie, i Giudici oppongono il testo (o meglio, l’interpretazione distorta) del citato articolo della Costituzione e concludono che fare il poliziotto o il militare è un mestiere duro, ma la stessa Costituzione ci consente di renderlo ancora più gravoso (e alieno ai diritti) perché ciò impone il perseguimento dei supremi interessi pubblici della Difesa e della Sicurezza.

Ebbene, in un contesto normativo e giurisprudenziale già così sbilanciato, oggi è stato fornito un nuovo strumento normativo idoneo a giustificare la limitazione dei diritti. La norma oggi in esame, infatti, dice esplicitamente ciò che alla Costituzione veniva surrettiziamente ed arbitrariamente appioppato: ogni limitazione dei diritti è consentita in virtù della specificità dei compiti assegnati.

La norma approvata dal Senato dice, infatti, che «è riconosciuta la specificità del ruolo delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti».

Ora, tale asserzione può suonare neutra a tutti tranne che a chi bazzica i tribunali amministrativi.

Da ora in poi, infatti, un trasferimento illegale e punitivo, una sanzione sproporzionata e arbitraria, una declinazione di giudizio caratteristico saranno ancora più difficili da far dichiarare illegittimi. Ciò perché risulterà ancora più difficile affermare che ai cittadini in divisa spettano i fondamentali diritti dell’uomo moderno.

No, diranno i giudici, i loro rapporti di lavoro sono specifici (o speciali) «in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti». E il gioco sarà concluso qui.

Sulla scorta di tale considerazione – normativamente sancita (e, ahimè, perfino applaudita!) – sarà impensabile cercare di persuadere un giudice che ogni essere umano ha gli stessi diritti dell’altro, che cioè non è speciale o “specifico”.
Mi immagino, poi, quale potrà essere il tenore degli ulteriori atti esecutivi cui la norma, al secondo comma, fa rinvio. Sulla scorta di tale premessa – la famigerata specificità – non vi potrà essere che un ulteriore declino della considerazione umana e del rispetto degli operatori della sicurezza e della difesa.

Eppure quasi tutti applaudono alla deriva in atto. Capisco i carnefici, ma non capisco i destinatari della norma.

E’ passata, infatti, la notizia che la norma sia fonte di una ridefinizione del trattamento economico dei cittadini in divisa. Ma perché si rinvia a dopo la specificazione e l’attuazione degli aumenti, oggi solo subliminalmente paventati?

Peraltro, la norma, dal punto di vista giuridico, è assolutamente neutra, non sancendo alcun obbligo di migliorare il trattamento economico degli operai con le stellette. Semplicemente, si autorizza a «stanziare le occorrenti risorse finanziarie». Ma per assegnarle a chi? Per retribuire cosa? Forse per pagare le indennità di trasferimenti d’autorità d’ora in poi resi più semplici ed immediati?

Al momento non è dato saperlo, ma tutti intanto festeggiano!
Non solo. I militari oggi brindano alla novità contenuta – dicono – nel terzo comma della norma in esame, secondo il quale «il Consiglio centrale di rappresentanza militare (COCER) partecipa, in rappresentanza del personale militare, alle attività negoziali svolte in attuazione delle finalità di cui al comma 1 e concernenti il trattamento economico del medesimo personale».

Quale sarebbe la novità contenuta in detta norma non si capisce. Di certo non è stato istituito, anche per i militari, il sistema della contrattazione, tra parte pubblica e parte sindacale, che vige per le forze di polizia ad ordinamento civile.

Semplicemente si autorizza (ma non era già previsto?) la partecipazione dei COCER alle “attività negoziali”, ma non si sa con quali poteri.

La novità – secondo tutti – starebbe nel concetto di negozialità, ma, in un negozio giuridico, o si è parte (contraente) o non si decide un bel niente. Partecipare ad un negozio, in termini giuridici non significa assolutamente niente: o si ha la possibilità di condizionare il contenuto dell’accordo o si è irrilevanti, come sempre. E allora che dire di questa norma? Perché gioire?

Avv. Giorgio Carta
(*) Avvocato esperto in diritto militare

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