Italia ostaggio della supercasta: burocrati di Stato

supercastaLa casta invisibile. Roma, 24 feb – (di Salvatore Cannavò) La “smisurata ambizione” di Matteo Renzi potrebbe essere sgonfiata non solo dal “governicchio” appena nato ma anche da quelle cinquanta persone, non elette, che nessuno conosce e che potrebbero avere il potere di vita o di morte sul suo governo. Sono coloro che controllano e gestiscono la produzione di leggi, l’alta dirigenza di Stato, tutta di formazione giuridica, proveniente per lo più dal Consiglio di Stato o dalla Corte dei Conti, e che seleziona, seziona, amministra, taglia e censura.

Tra le economie più sviluppate del pianeta, l’Italia deve ancora fare i conti con un apparato legislativo e normativo di stampo borbonico. Un groviglio di leggi, articoli e commi che solo una Casta super-selezionata può provare a governare, riservando per sé, e i propri “discepoli”, un potere decisivo nell’interpretazione delle leggi e nella produzione di quelle nuove.

Gli statali stanno a guardare

Quando si pensa alla burocrazia come organismo pensante che blocca l’attività dello Stato, quindi, non si deve volgere lo sguardo alla pubblica amministrazione il cui peso complessivo si riduce costantemente. Erano 3,5 milioni nel 2008 e sono diminuiti a 3,2 nel 2011 (dati Mef); costavano 172 miliardi nel 2010 per scendere a 165 miliardi nel 2012.

Non è dunque un problema di quantità. Semmai di qualità. Nei ministeri del fu governo Letta giacciono, infatti, centinaia di decreti legislativi ancora da emanare la cui responsbilità non ricade sui dipendenti. “Il nostro problema – spiega al Fatto Alessandro Fusacchia, consigliere per la diplomazia economica alla Farnesina e un curriculum di rispetto a Bruxelles – è fondamentalmente l’incertezza giuridica. Abbiamo migliaia di leggi e leggine che insistono sullo stesso argomento, ad esempio il lavoro, e nessuno sa esattamente quali siano le regole. In questo modo nessuno si assume dei rischi e tutto diventa lentissimo”. In questa incertezza si annida la rendita di posizione dei “giuristi” cioè i Capi di gabinetto e degli Uffici legislativi, i depositari del potere in ultima istanza. “Stiamo parlando di circa 50 persone che controllano l’essenziale” spiega ancora Fusacchia. Prima di emanare un decreto legislativo – cioè l’atto che licenzia definitivamente una legge – si deve passare per quegli uffici. Ma anche prima del Consiglio dei ministri c’è sempre un pre-consiglio, la stanza di compensazione dei Capi del legislativo o di gabinetto, in cui si prepara il testo per l’esecutivo. La Casta dei giuristi affina in quel momento il proprio potere confezionando leggi incomprenbili fino all’ultimo minuto, anche durante lo svolgimento del Consiglio dei ministri oppure mentre il ministro di turno annuncia il provvedimento in conferenza stampa.

“Il problema vero – ribadisce Giovanni Faverin, segretario della Funzione pubblica Cisl – è lo squilibrio tra un eccesso normativo, da un lato, e un continuo rinvio dei decreti attuativi delle riforme: mancano 852 decreti solo per rendere operative le norme dei governi Monti e Letta”.

Un esercito di legulei

La dirigenza in questione è quasi tutta di provenienza giuridica: Consiglio di Stato, Avvocatura di Stato, Corte dei Conti. Basta guardare i curriculum dei Capi di gabinetto del governo uscente. Prima di arrivare all’Economia, la laurea in giurisprudenza ha portato Daniele Cabras dagli Uffici studi della Camera a Capo di gabinetto a palazzo Chigi e al ministero della Salute. Alla Giustiza, Renato Finocchi Ghersi è un magistrato di alta professionalità, già assistente alla Corte costituzionale, Segretario generale aggiunto alla Procura della Cassazione e anch’egli già Capo di gabinetto al ministero della Salute. Agli Interni la dottoressa Lamorgese ha percorso brillantemente la carriera prefettizia e, non a caso, è un avvocato. Goffredo Zaccardi, dello Sviluppo economico, ha presieduto una Sezione del Consiglio di Stato mentre dall’Avvocatura di Stato e dal Tar proviene il Capo di gabinetto delle Infrastrutture, Giacomo Aiello.

Al ministero Lavoro, invece, Francesco Tomasone, dopo essere stato capo dell’Ufficio legislativo, è stato nominato consigliere della Corte dei Conti mentre dal Tar proviene Mario Alberto di Nezza, capo di gabinetto alla Salute ma già capo dell’Ufficio legislativo del Miur e dello stesso ministero in cui si trova adesso. Come si vede il meccanismo è circolare: dal Consiglio di Stato o dal Tar a un ministero per poi tornare indietro.

Il presidente di palazzo Spada, infatti, Giorgio Giovannini passa dall’Avvocatura dello Stato al Consiglio di Stato ma ha ricoperto anche l’incarico di Capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministeri del Tesoro e delle Partecipazioni Statali.

L’avvocato Michele Giuseppe Dipace, presidente dell’Avvocatura di Stato, dopo la brillante carriera professionale ha svolto incarichi di Capo di gabinetto e Capo di uffici legislativi. Il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, è stato anche lui chiamato a “servire lo Stato”, come Capo del Servizio studi del Ministro per gli affari regionali, Capo dell’Ufficio legislativo del Ministro per le politiche comunitarie, Capo di Gabinetto del Ministro per i beni e le attività culturali. Un circuito obbligato, tutto nelle mani di giuristi mentre in Europa, spiega Fusacchia, “dominano i policy makers” cioè personale politico di estrazione diversa non per forza specializzato in diritto. “Ma da noi le leggi vanno interpretate, soppesate, non esistono leggi organiche o testi unici”. “Tuttavia, va detto, – continua ancora Faverin – che la durata a vita degli incarichi dirigenziali ha facilitato la formazione di un ceto di super-burocrati in grado di esercitare un ‘potere ombra’ anche rispetto alla politica”. Servirebbe, secondo la Cisl, con meno dirigenti e più figure intermedie in grado di misurarsi con l’efficienza quotidiana anche con misure nuove: “Laddove manchi la disponibilità al cambiamento, sostiene Faverin, si deve prevedere il ricollocamento del dirigente nei ranghi del personale di comparto”.

Una Repubblica fondata sul comma

Il pallino torna così alla “politica” che non può certo cavarsela puntando il dito contro la grande burocrazia di Stato. La Repubblica dei “commi” infilati in questa o quella legge, spesso all’ultimo minuto, non ha scusanti. Nell’ultima legge di Stabilità sono stati 749. In altre finanziarie anche di più. Il meccanismo è ampiamente conosciuto come “l’assalto alla diligenza” e di comma in comma si costruisce un mostro giuridico caratterizzato da quella che Fusacchia chiama “l’ambiguità costruttiva”. “Si fanno apposta delle leggi in grado di essere diversamente interpretate oppure di rinviare a decreti attuativi in modo da non esacerbare gli scontri politici”. In questo gioco nessuno è esente. Il meccanismo del “comma”, dell’incertezza giuridica, del potere dei legulei, è servito a inondare la società italiana di sussidi e favori, di privilegi e misure ad hoc o ad personam. Il meccanismo è tutto politico, sistemico e attiene al modo in cui questo Paese è stato governato e si è fatto governare. Spezzare tutto questo costituirebbe una novità rilevante. Renzi ci spera ma oltre a quei cinquanta dovrà guardarsi anche dai 500 seduti alla Camera e al Senato che hanno già prenotato un posto sulla prossima diligenza. (Il Fatto Quotidiano)

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