Dieci anni in Afghanistan. Missione incompiuta

militari-afghanistan8I talebani controllano ancora vaste zone e la democrazia non decolla. Roma, 6 ott – (di Roberto Bongiorni) Hamid Karzai? Il generale Petraeus proprio non se lo aspettava. Quando l’allora comandante delle truppe americane e dell’Isaf, si recò a Bala Morghab, lo sperduto avamposto sotto il controllo dei contingente italiano, i capi villaggio convocati per l’occasione si guardarono intorno sconcertati. Quasi tutti non avevano mai sentito il nome del presidente dell’Afghanistan. Due settimane più tardi a fine agosto del2009, durante una visita con gli alpinia Bala Morghab, fui ricevuto da Rais Abdel, l’anziano di Quibca, l’unico villaggio tajiko da poco liberato dai talebani. Con maestria schivò la domanda su Karzai. Altri anziani, tuttavia, non sapevano cosa rispondere. Non riuscivano nemmeno ad afferrare il concetto di repubblica. Per non parlare di elezioni. Là a Bala, una lingua verde che si distende in mezzo a una catena di montagne brulle nella remota provincia settentrionale di Baghdis, la valle vicina era già una terra lontana. A Bala conta il clan, la tribù, l’etnia. Nel novembre 2010 trascorsi 15 giorni come embedded insieme alla 101ª divisione americana, le “aquile urlanti” nei territori più ostili di Zhari, uno dei tre distretti caldi di Kandahar. Dove il mullah Ornar era di casa. Le truppe erano impegnate in un difficile compito: visitare e dare un nome ai villaggi pashtun che esistevano solo sulle mappe del satellite. In molti dei poverissimi villaggi di Siah Choy, zona infestata dai talebani era la prima volta che vedevano degli occidentali. «Ma sapete cosa è accaduto l’11 settembre 2001?» chiesi. Solo una persona su dieci seppe rispondere, e in modo approssimativo.
Qualche anziana, al nostro passaggio, pensava fossimo i “vecchi demoni”, i russi.

Questo è l’Aghanistan rurale. L’Afghanistan che l’Occidente non riesce a liberare dai talebani. D0mani la guerra compie dieci anni. Nella loro storia, gli Usa non erano mai stati impegnati in un conflitto così lungo. Nemmeno in Vietnam. L’operazione “Enduring freedom”prese il via tre settimane dopo l’attacco alle Torri gemelle. Il 7 ottobre del 2001 l’aviazione americana investì con una pioggia di bombe le postazioni talebane. Gli obiettivi principali erano distruggere l’organizzazione terroristica di al-Qaida e rimuovere il regime dei talebani, creando le premesse per avviare il Paese alla democrazia. Come in altri conflitti “asimmetrici” la prima fase ebbe un grande successo. Grazie agli intensi bombardamenti, le truppe afghane dell’Alleanza del Nord ebbero facilmente la meglio. Il regime dei talebani si dissolse. Kabul cadde il 12 novembre, Kunduz, crocevia strategico nel Nord, due settimane dopo. Il 7 dicembre toccò a Kandahar, nel Sud, la roccaforte dei talebani.

La sua caduta simboleggiò il crollo di un regime brutale (1996-2001) che aveva precipitato l’Afghanistan ai tempi del Medio Evo. Una guerra lampo? Tutt’altro. Mentre alla fine del 2001 veniva conferito mandato alla missione Nato (Isaf) e si creavano le basi per il Governo ad interim (presieduto da Karzai), gli osservatori più acuti compresero che la strada verso la stabilità era tutta in salita. Che i talebani fuggiti in Pakistan, si sarebbero presto riorganizzati, dando vita a una guerriglia tanto brutale quanto difficile da debellare. Mentre, nel 2004 Karzai veniva eletto presidente, in un voto alquanto discusso, i talebani cominciavano a rioccupare aree sul confine. La svolta avvenne nel 2006, quando le truppe Isaf si spostarono nelle riottese regioni meridionali subendo però una pesante offensiva. Nel 2007 sferrarono una controffensiva, i cui risultati furono, però, deludenti.

Si inviarono più soldati. L’incremento più consistente fu deciso a fine 2009 da Barack Obama: 30mila marines in più. La presenza militare internazionale in Afghanistan saliva così a 140mila soldati (gli italiani sono 4.200), di cui 100mila americani. Eppure più aumentavano le truppe – e più crescevano le perdite – più ci si rendeva conto che la campagna afghana è una guerra che non si può vincere solo con la forza. L’unica certezza erano i sacrifici per i contribuenti americani. La guerra senza fine è costata finora 557 miliardi di dollari. Spese salite costantemente, fino ai 9 miliardi al mese degli ultimi tempi.

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