Codice dell’Ordinamento militare: il Consiglio dei ministri scopre l’acqua calda

consigliodeiministriRoma, 21 giu – Alcuni giorni fa, precisamente il 16 giugno, il Consiglio dei ministri ha varato un decreto legislativo che prevede “39 aggiustamenti e 166 correttivi e l’inserimento della nuova norma che disciplina il divieto di associazione militare”.
Tra tutte, spicca la norma che disciplina il “divieto di associazione di carattere militare” con il chiaro ammonimento che sarà “punito chiunque promuova, costituisca, organizzi o diriga associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici”, dove per “associazioni di carattere militare si intendono quelle costituite mediante l’inquadramento degli associati in corpi, reparti o nuclei, con disciplina ed ordinamento gerarchico interno analoghi a quelli militari, con l’eventuale adozione di gradi o di uniformi, e con organizzazione atta anche all’impiego collettivo in azioni di violenza o minaccia. E’ vietato l’uso di uniformi o divise”.

Per gentile concessione del Minculpop, “sono eccettuate le associazioni od organizzazioni costituite a fine sportivo e gli istituti di carattere culturale ed educativo”.

Ora, a parte il fatto che la norma di per sé non sorprende, perché ha addirittura rango costituzionale (secondo comma dell’articolo 18 della Carta), semmai aveva sorpreso la sua assenza quando venne espressamente cancellato dal Codice dell’Ordinamento militare il DL 14.2.1948 n. 43 che dava attuazione proprio all’art. 18 della Costituzione prevedendo il carcere da 1 a 10 anni per “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni di violenza o minaccia”.

Tale vergognosa abrogazione suscitò un vespaio di polemiche soprattutto in considerazione del fatto che depenalizzava i processi in corso a Verona a carico di politici e attivisti della Lega Nord sparsi fra il Piemonte, la Liguria, la Lombardia e il Veneto, accusati di aver organizzato nel 1996 una formazione paramilitare denominata “Guardia Nazionale Padana”, con tanto di divisa: le celebri Camicie Verdi, i guardiani della secessione. E’ utile ricordare che il processo vedeva imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni e altri cinque alti dirigenti che erano parlamentari all’epoca dei fatti, fra i quali naturalmente Calderoli.

Adesso, tardivamente, si mette una pezza, cercando di dissimulare l’imbarazzo scrivendo che “Tra le norme inserite viene introdotta la disciplina del divieto di associazione di carattere militare”. Quindi, come abbiamo visto, si è trattato semplicemente di rimediare ad uno scivolone terribile che ha visto protagonista, manco a dirlo, il solito La Russa.

Peccato che nel tentativo di applicare la Costituzione repubblicana il dicastero della Difesa si sia dimenticato del primo comma dell’art. 18, che recita: I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale, perché sia chiaro, se i militari in servizio vogliono fondare un’associazione, di qualsiasi natura, devono ancora chiedere il permesso al ministro della Difesa.

{nicedonate:http://www.grnet.it/donpay.gif||}

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.