E' ora di diventare per davvero cittadini di "serie A". Roma, 12 apr - «Detesto i saccenti, e maggiormente chi associa a questa pessima caratteristica anche la presunzione. Però questa volta non posso esimermi dal dichiarare, in riferimento alla c.d. specificità che, accidenti, noi del PPSD lo avevamo detto che sarebbe finita male!».
E' quanto afferma Giuseppe Paradiso, leader del Partito Popolare Sicurezza e Difesa.«A marzo 2010 (più di due anni fa) affidammo all'avv. Giorgio Carta - nostro consulente legale - il compito di redigere un comunicato stampa che lanciasse l'allarme sulla pericolosità di quella norma (la specificità ) che in molti, nel mondo delle uniformi, consideravano un traguardo importantissimo. Naturalmente non ci fu affatto bisogno di spiegare all'avv. Carta di cosa si trattasse, anzi, da uomo di legge e da attivista per i diritti del personale del comparto Sicurezza e Difesa, fu proprio lui a spiegare urbi et orbi che non era proprio il caso di stappare lo champagne, presagendo le ricadute sul piano dei diritti che quella norma liberticida avrebbe comportato».
«Ricordo la particolare "ruvidezza" con la quale spiegò che "il plauso pressoché generale suscitato dall’approvazione della norma sulla cosiddetta specificità conferma, quasi che ce ne fosse ancora bisogno, che viviamo in un Paese drogato, dalle menti obnubilate, dove non esistono più i fatti o i concetti oggettivi e dove tutti sono ben disponibili a giurare che c’è il sole anche se è notte" mentre quasi tutti "ingenuamente fantasticavano sui sontuosi aumenti stipendiali in arrivo". Naturalmente noi del PPSD ci prodigammo, anche a livello parlamentare, per fare in modo che la norma contenesse almeno dei riferimenti stringenti alle scadenze degli stanziamenti (che erano soltanto genericamente rimandati) e, soprattutto, che fossero indicati in maniera inequivocabile i percettori delle eventuali somme (non indicati nel testo licenziato dal Parlamento). Ma non ci fu nulla da fare, non avevamo ancora la forza per orientare diversamente la discussione parlamentare e così il risultato, dopo qualche tempo, fu sotto gli occhi di tutti: nessuno stanziamento, nessun miglioramento economico per gli appartenenti al comparto Sicurezza e Difesa; la norma passò e i "danni" cominciarono a diventare evidenti. Non solo la specificità fu sistematicamente ignorata nel corso di approvazione di successive norme che peggioravano le condizioni economico-sociali del comparto pubblico (militari e poliziotti inclusi), ma dai tribunali amministrativi, dove i cittadini in uniforme combattevano per il riconoscimento dei lori diritti, cominciarono ad arrivare (con intensità molto superiore al normale) i primi "siluri" che si appoggiavano proprio alla specificità . Da ultimo, la vergognosa sentenza del Consiglio di Stato che nega ai componenti del Comparto Sicurezza e Difesa persino di assistere i propri familiari disabili al pari di ogni lavoratore e che ci vedrà in piazza giorno 17 aprile per protestare contro i giudici di Palazzo Spada».
«Il problema - continua Paradiso - non è semplicemente quello di migliorare l'orribile norma della specificità , ma di costruire un corpus normativo che finalmente affranchi le "uniformi" da quella cappa di paternalismo autoritario sotto la quale è stata relegata dalle gerarchie smaliziate con la complicità di servi muti ed ossequiosi che chinano il capo sperando in un personale posto al sole, sprezzanti della sorte dei propri rappresentati. Per inciso - lo dico fin da subito - abbiamo da tempo studiato una norma di legge che attribuisca ai Tribunali del Lavoro le competenze in materia di contenzioso tra cittadini in uniforme ed Amministrazioni, invece del ricorso alla Giustizia Amministrativa. Il motivo è semplice: attualmente i provvedimenti dei singoli funzionari o dei vertici militari sono assunti come parte "statale", difesa a spese dei contribuenti dall'Avvocatura dello Stato (mentre i ricorrenti devo pagarsi di tasca propria i legali) contro la quale è possibile solo esperire ricorso al TAR e in appello al Consiglio di Stato (l'alternativa è il ricorso straordinario al Capo dello Stato). Quando invece si tratta di sedersi al tavolo di concertazione contrattuale (e questo riguarda il mondo delle stellette), i vertici militari si cambiano d'abito ed assumono le vesti di portatori degli interessi dei contrattualizzati, evidenziando al massimo l'evidente contraddizione. Non si può infatti essere contemporaneamente parte "statale" quando si sanziona e parte "negoziale" (quindi dall'altra parte della barricata) quando si è in sede di concertazione. Bisogna dividere le capre dai cavoli: la dirigenza assume sempre il ruolo di parte statale (e quindi di datore di lavoro pronto a rispondere di persona innanzi al giudice naturale) e i contraenti (i contrattualizzati) rimangono nel loro ruolo di parte negoziale, ma attenzione. Per far funzionare il meccanismo occorre fornire anche ai militari quegli strumenti rappresentativi che diano loro forza contrattuale; infatti, come scriveva giustamente l'avv. Carta "in un negozio giuridico, o si è parte (contraente) o non si decide un bel niente. Partecipare ad un negozio, in termini giuridici non significa assolutamente niente: o si ha la possibilità di condizionare il contenuto dell’accordo o si è irrilevanti"».
«Questo, naturalmente, significa che bisogna "esternalizzare" il sistema rappresentativo militare e che bisogna smascherare il tentativo fazioso di quei signori gallonati che atterriscono i politici (che non brillano certo per intuizione) teorizzando sciagure sul piano della tenuta disciplinare. Sono francamente stufo della beffarda ipocrisia dei vertici militari che decantano le lodi dei loro sottoposti che si fanno ammazzare in terre lontane o che vengono reclusi in prigioni all'altro capo del mondo solo per aver fatto il proprio dovere ma poi li trattano come bambini idioti bisognevoli di tutela quando si tratta di concedere loro quegli spazi di rappresentanza di cui hanno pienamente diritto. O sono eroi quotidiani sempre (come in effetti lo sono) oppure sono irresponsabili non meritevoli di auto-determinarsi sul piano dei diritti civili. Bisogna decidersi da quale parte stare. Noi del PPSD abbiamo fatto dal primo istante di vita la nostra scelta, e stiamo dalla parte dei servitori dello Stato che ogni giorno vediamo per le strade in uniforme o nei teatri internazionali con lo scudetto italiano cucito sul braccio».
«Noi del PPSD - conclude Paradiso - ce la stiamo mettendo tutta affinché le istanze delle donne e degli uomini in uniforme assurgano a quel ruolo di dignità politica che meritano, perché finora le chiacchiere dei soliti partiti sono state tante ma i fatti pressoché zero! Con il voto di militari, poliziotti, Vigili del Fuoco, Guardie Giurate, Associazioni d'Arma etc, ci sono stati partiti politici che si sono costruiti la fama di "protettori" degli interessi delle uniformi, salvo poi calpestarne subito le aspettative tranne che per i soliti vertici gallonati a cui la dirigenza politica ha distribuito le prebende grazie al voto di massa dato dalla "base". Forse è giunto il momento di dire "ora basta!". Forse è giunto il momento in cui ciascuno deve prendere in mano il proprio destino e camminare insieme a noi per le strade insieme ad operai, casalinghe impiegati, imprenditori, liberi professionisti e la società civile che ci hanno gratificato con la loro vicinanza in tutto il territorio nazionale. Adesso è giunto il momento di diventare, nei fatti, cittadini di serie A. L'alternativa è stare a casa propria con le mani in mano maledicendo tutti e tutto ma sperando sempre (pia illusione) che qualcosa cambi o qualcuno difenda i nostri interessi in nostra vece. L'esperienza insegna che non accadrà mai!». (nella foto di apertura il Segretario nazionale del PPSD intervistato da Sky TG24)








