Uranio, Commissione parlamentare: critiche sulla nostra attività prive di fondamento

radioactiveRoma, 3 feb – La Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito ha preso atto di alcuni articoli pubblicati in vari organi di stampa, che sottopongono a critiche, anche molto severe, il suo operato. Tali articoli sono stati pubblicati in concomitanza con il sit in organizzato martedì 25 gennaio davanti al Ministero della difesa, per protestare contro un asserito tentativo della Commissione stessa di insabbiare la questione dell’uranio impoverito. Contestualmente, da parte del’associazione privata “Osservatorio militare”, promotrice o co-promotrice della predetta manifestazione, sono state mossi analoghi rilievi e sono stati diffusi appelli alle massime autorità dello Stato, con l’invito (non meglio definito) a sottoporre a controllo l’attività di inchiesta in corso, fino alla richiesta, rivolta all’autorità giudiziaria, di sequestrare (non si comprende su quali basi) gli atti della Commissione. È appena il caso di notare che tali inviti sono del tutto privi di fondamento non solo logico ma anche giuridico, poiché prescindono del tutto da elementari princìpi delle stato di diritto, come quello della divisione dei poteri, e dal principio costituzionale di leale collaborazione tra gli stessi.

Entrando nel merito dei rilievi mossi alla Commissione, appare evidente che essi derivano da una considerazione parziale, quando non volutamente distorsiva, delle attività di inchiesta svolte fino ad oggi.
Preliminarmente occorre sottolineare che la predetta associazione “Osservatorio militare”, nell’ambito della polemica condotta contro la Commissione sin dall’inizio dei suoi lavori, e, prima ancora, contro la sua istituzione, ha attribuito al Presidente Costa affermazioni del tutto false ed ha distorto alcune sue dichiarazioni rese in Commissione, alle quali, estrapolandole dal contesto della discussione in cui sono state pronunciate, è stato dato un significato che non hanno né possono in alcun modo avere. Tali affermazioni, che non trovano alcun riscontro nelle dichiarazioni rese in Commissione, indicherebbero, tra l’altro, “telefonini, tatuaggi, zampironi, alcool e fumo non solo di sigarette”, quali cause delle gravi patologie contratte dai reduci dei Balcani. Si tratta di asserzioni false e infondate, che mirano solo a discreditare la Commissione, considerato anche che la volontà e le opinioni della Presidenza sono esclusivamente quelle che si possono leggere nei resoconti stenografici delle sedute.
Duole peraltro alla Commissione che il presidente dell'”Osservatorio militare”, dott. Tartaglia abbia rivolto le sue gravi accuse indirizzandosi agli organi di stampa e alle massime autorità dello Stato, senza avere mai chiesto di essere ascoltato dalla Commissione, dove i suoi rilievi avrebbero potuto essere resi pubblici in una sede di libero ed aperto confronto. Una eventuale richiesta di audizione del dott. Tartaglia verrà comunque esaminata, senza alcuna pregiudiziale, nelle forme previste dal Regolamento interno.
Sulla stampa e su alcuni social networks è stato fatto cenno alla questione dei vaccini, attribuendo alla Commissione e al suo Presidente l’opinione per cui la composizione e le modalità di somministrazione degli stessi sarebbero la causa prevalente delle malattie registratesi tra i reduci dei Balcani. Va precisato che la Commissione si è soffermata e si soffermerà anche sul tema dei vaccini, non per una scelta soggettiva, ma sulla base di quanto previsto dalla Deliberazione istitutiva 16 marzo 2010: l’articolo 1, comma 1, lettere d) ed e) prescrivono alla Commissione di inchiesta di indagare, tra l’altro, “sulle componenti dei vaccini somministrati al personale militare, indipendentemente al successivo impiego” e, “sulle modalità della somministrazione dei vaccini allo stesso personale, nonché sul monitoraggio delle condizioni immunitarie per i soggetti osservati”. E’ appena il caso di osservare che si tratta di un filone di inchiesta doverosamente perseguito accanto agli altri indicati nella citata Deliberazione istitutiva.
D’altra parte, essendo l’inchiesta iniziata nel mese di ottobre del 2010, essa non è pervenuta ad alcuna conclusione definitiva che possa consentire la formulazione di giudizi altrettanto definitivi, peraltro sempre legittimi, sul suo operato: come ogni organo collegiale, la Commissione si esprime esclusivamente attraverso gli atti che essa produce; attribuire a singole valutazioni o affermazioni il significato di “anticipazione” delle sue conclusioni è segno di una faziosità interessata a processare le intenzioni, ma non a valutare con obiettività i fatti.

Le critiche della stampa sono poi coincidenti con i rilievi mossi dal predetto “Osservatorio Militare” su un punto di vitale importanza, quella del presunto “insabbiamento” della questione dell’uranio impoverito.
Questa polemica è nata attorno ad una ipotetica scelta della Commissione di inchiesta, di voler negare il nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgere di patologie tumorali. In realtà, in questi termini la questione è malposta e può dare adito a gravi equivoci. A tale proposito, si deve far presente che non solo la comunità scientifica ritiene che, al momento, tale nesso non possa essere né comprovato né negato con certezza assoluta, ma che in tal senso si sono pronunciate le omologhe Commissioni di inchiesta che hanno operato nella XIV e nella XV legislatura. In particolare, la relazione conclusiva della Commissione di inchiesta presieduta dalla senatrice Brisca Menapace nella XV legislatura prese atto “che le ricerche e i dati disponibili non consentivano di confermare, ma neanche di escludere, un possibile legame tra le patologie oggetto dell’inchiesta e l’esposizione all’uranio impoverito o ad altri agenti nocivi“. La Commissione propose pertanto di sostituire al nesso di causalità un criterio di probabilità che veniva così esplicitato: “Non potendosi affermare – ma neppure escludere – la relazione tra l’evento morboso e la causa scatenante, il fatto stesso che l’evento si sia verificato costituisce di per sé, a prescindere dalla dimostrazione del nesso diretto, motivo sufficiente per il ricorso agli strumenti risarcitori“.
Ciò ovviamente non significa affatto volere assolvere l’uranio impoverito o ignorare gli effetti devastanti prodotti sull’organismo dalle nanoparticelle prodotte dall’impatto dei proiettili all’UI sui bersagli. Si tratta piuttosto di individuare un indirizzo di politica legislativa idoneo ad estendere la possibilità, per le vittime e i superstiti, di fruire appieno degli istituti risarcitori e di integrazione del reddito previsti dalla legge.

La Commissione ha aderito pienamente alle conclusioni raggiunte nella XV Legislatura, e di qui consegue la soddisfazione con cui ha accolto l’approvazione di un emendamento – nell’ambito della discussione alla Camera dei deputati del disegno di legge di conversione del decreto legge di proroga delle missioni internazionali – che modifica l’articolo 2, commi 78 e 79 della legge finanziaria per il 2008 (legge 24 dicembre 2007, n. 224). Tale disposizione aveva reintrodotto, contro l’intenzione del legislatore del’epoca, quel nesso di causalità diretta tra esposizione all’uranio impoverito e insorgere delle patologie, la cui dimostrazione era stata considerata impossibile, allo stato attuale delle ricerche, nelle conclusioni delle inchieste svolta nella XIV e XV Legislatura. La modifica prospettata dalla Camera dei deputati, lungi dal volere “addebitare il cancro tra i soldati a tatuaggi, fumo, alcol e zampironi anti-zanzara e non alle polveri di guerra”, come si legge incredibilmente nella Nuova Sardegna del 26 gennaio (“Via libera ai risarcimenti per i militari colpiti dalla sindrome dei Balcani, p. 4) intende restaurare nel suo pieno significato il criterio di probabilità, nei termini indicati nella XV legislatura. Questa esigenza era emersa in relazione ad un preciso dato acquisito nel corso dell’inchiesta: la Commissione, nell’audizione del 3 novembre 2010, aveva infatti appreso dal Direttore generale della previdenza militare, che, stante la complessità della procedura prevista dal Regolamento di attuazione delle predette disposizioni, di cui al DPR n. 37 del 2009, non era stato possibile, alla data dell’audizione, esaurire nessuna delle pratiche riguardanti il riconoscimento della causa di servizio per il personale contaminato da uranio impoverito. Nessun beneficio, quindi, era stato erogato, e ad oggi il tempo medio per l’esaurimento delle domande si aggira attorno ai quindici mesi. La Commissione ha pertanto constatato che il ritardo più vistoso nella procedura deriva dalla difficoltà di provare, come previsto dall’articolo 2, comma 1, del predetto decreto, che “l’esposizione e l’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e la dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte da esplosione di materiale bellico” avevano costituito “la causa ovvero la concausa efficiente e determinante delle patologie oggetto delle misure risarcitorie”.
La modifica normativa proposta dalla Camera dei deputati si propone di snellire il procedimento attraverso l’esclusione della dimostrazione del nesso di causalità, reintrodotto dalle norme attualmente vigenti, ma non dell’obbligo da parte dell’Amministrazione della difesa di assumere la presenza di uranio impoverito e di nanoparticelle di minerali pesanti come elemento costitutivo delle particolari condizioni ambientali ed operative che si pongono a loro volta come il presupposto del riconoscimento della dipendenza delle malattie contratte da causa di servizio, e, quindi della loro risarcibilità. Nulla impedisce peraltro che un richiamo all’uranio impoverito ed alle nanoparticelle venga reintrodotto, senza però modificare il senso di una norma che va a favore del personale che ha subito gravi danni alla salute o è deceduto.
La Commissione infine rende omaggio alle vittime e ai loro congiunti, e chiede loro di considerare con fiducia l’attività in essere, intesa a rendere appieno esercitabili i diritti riconosciuti loro dalla legge, e non certo a diminuirli e tanto meno a negarli.

La Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito

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