Unità d’Italia, fu un bene? Gli storici del Sud ancora divisi

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I 150 anni dell’unificazione raccontati dai vinti e dai vincitori. Roma, 11 mar. – La storia del Risorgimento raccontata dai vinti. Ovvero da quei meridionali che sono convinti di aver subito, 150 anni fa, un sopruso storico che li ha condannati a quella arretratezza economica e sociale che da decenni viene loro imputata come cifra della loro subalternità civile, in una paradossale inversione tra causa ed effetto. Questa lettura storica, talvolta espressa con misurata documentazione altre volte con risentito furore, non poteva non trovare nuova eco in occasione della celebrazione unitaria del 17 marzo. Le testimonianze risorgimentali nella memoria dei vinti da molti anni sono state oggetto di una nutrita produzione bibliografica. In occasione delle celebrazioni unitarie, riproporre queste idee, anche in tutta l’asprezza che colpisce con violenza talune idee condivise del patrimonio culturale nazionale, può servire, opportunamente bilanciate da letture storiche di segno opposto, per procedere verso il superamento di quelle divisioni che segnano il percorso unitario nazionale e che sono emerse emblematiche persino quando si è trattato di definire le modalità di celebrazione del 17 marzo. Qui di seguito sono così riportate le conversazioni realizzate da TM News con alcuni studiosi meridionali antirisorgimentali cui fanno da controcanto storici convinti della sostanziale ineluttabilità del processo unitario. Curioso notare come lo studioso di area leghista non si schieri né con l’una né con l’altra lettura, ma trovi proprio della divergenza interpretativa argomento per fondare con maggior forza la tesi federalista.

Di Fiore: il Sud conquistato con violazioni e violenze

Alla base dell’unità d’Italia ci fu una violazione del diritto internazionale perché l’esercito piemontese invase uno stato amico, quello delle Due Sicilie, senza neanche una dichiarazione di guerra, appoggiato soprattutto dall’Inghilterra che aveva grossi interessi nel Meridione. Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore napoletano, va giù duro contro la retorica risorgimentale: i piemontesi non si fecero scrupolo di usare mafiosi e camorristi per favorire l’avanzata di Garibaldi, o di usare leggi speciali e fucilazioni per sedare le rivolte che ci furono nel sud quando arrivò quel nuovo stato imposto con violenza. “Non c’era consenso da parte dei meridionali, né legittimazione, le masse furono estranee a quel processo di unificazione. – spiega Di Fiore citando il suo libro ‘Controstoria dell’unità d’Italia’ – La rivoluzione risorgimentale fu una rivoluzione elitaria, che servì ad ampliare il Regno del Piemonte anche al sud”. I guai peggiori per il Meridione, secondo lo scrittore, vennero dopo l’impresa di Garibaldi, perché prima del suo arrivo, la ricchezza prodotta al nord e al sud erano uguali. Dopo l’unificazione, invece, al sud chiusero cantieri navali, stabilimenti ferroviari, aumentò all’improvviso la disoccupazione, furono venduti beni demaniali e gran parte delle risorse trasferite al nord; furono sequestrati depositi bancari e il Banco delle due Sicilie perse le riserve auree a favore del Banco di Torino. L’economia del meridione in poco tempo crollò. “Gli investimenti dopo l’Unità vennero fatti soprattutto al nord, le tasse invece le pagò soprattutto il sud, e molte persone furono costrette ad emigrare. – spiega Di Fiore – La situazione peggiorò sia in campagna che in città. I contadini meridionali rimasero solo braccianti, non ottennero le terre demaniali, nonostante Garibaldi gliele avesse promesse. E poi Napoli all’improvviso non era più capitale, quindi chiusero gli uffici di governo e sparì anche il terziario”. Insomma quel sud florido almeno quanto il nord secondo l’autore subì proprio allora un colpo durissimo da cui non si è più potuto riprendere. Anche mafia e camorra ebbero nell’unificazione dell’Italia: secondo Di Fiore, entrambe furono sfruttate dagli “invasori del nord” per realizzare i loro obiettivi: “In Sicilia i mafiosi all’epoca erano squadre di picciotti che difendevano le proprietà dei latifondisti, e furono loro che agevolarono l’avanzata di Garibaldi garantendo l’appoggio sul territorio. A Napoli invece i 12 capi quartiere della camorra assicurarono a Garibaldi un ingresso tranquillo in città, poi alcuni di loro furono ricompensati ottenendo un incarico nella polizia o nella guardia nazionale” spiega l’autore. La criminalità del sud iniziò quindi a prosperare proprio allora, legittimata dai piemontesi, e fu fondamentale anche dopo l’unità per sedare le rivolte dei briganti e delle popolazioni del sud affamate. In sostanza ci fu una guerra civile dopo l’unificazione, che non fu solo una guerra ai briganti, che causò 20-30mila morti: “L’esercito piemontese agì con estrema violenza, i militari avevano potere di vita o di morte sulle popolazioni” spiega Di Fiore. La repressione fu indiscriminata secondo il giornalista napoletano, con interi paesi bruciati, fucilazioni, stupri per chiunque fosse sospettato di sostenere i briganti: “Iniziò allora – conclude l’autore – una guerra di italiani contro italiani. Il Mezzogiorno, allora, era come il Far West americano”.

Aprile: Il sud Italia massacrato ha arricchito il nord

Pino Aprile ha ancora meno scrupoli linguistici del collega Di Fiore nel presentare l’unificazione dell’Italia come compiuta sulla pelle dei meridionali, che furono massacrati, rapinati e umiliati dall’esercito piemontese: dopo l’impresa di Garibaldi il sud fu depredato delle sue ricchezze, utilizzate per arricchire il nord, e cadde nello stato di subalternità economica in cui si trova ancora oggi. Aprile, nel suo recente libro `Terroni`, accusa il nord di aver prosperato dal 1861 ad oggi proprio grazie a quella che fu una “guerra coloniale”. “In quegli anni alcuni Paesi europei prosperavano proprio grazie alle colonie, ovvero territori da cui si prendeva tutto ciò che aveva valore, trasformando le popolazioni in semplici consumatori: i Piemontesi fecero proprio questo con il Regno delle Due Sicilie. – spiega lo scrittore – Prima dell’unificazione non esisteva un divario economico tra nord e sud, ma il Piemonte era vicino alla bancarotta, per questo fece una guerra coloniale e depredò il Meridione”. Aprile ricorda come Napoli, prima dell’unificazione, fosse la terza città d’Europa per modernità, popolazione, cultura, e ricorda che in Calabria, per esempio, esistevano ricchi distretti minerari e siderurgici: “I piemontesi dicevano che avrebbero portato modernità e ricchezza ma i dati della Banca d’Italia dicono che al sud non c’erano più povertà che al nord” spiega Aprile, che sottolinea come, dopo l’unificazione, molte industrie nel Meridione furono soppresse, migliaia di ribelli uccisi con la scusa della lotta al brigantaggio e milioni di persone costrette ad emigrare. Lo scrittore racconta inoltre che il Parlamento piemontese introdusse nuove tasse solo al sud, per investire, almeno fino ai primi del ‘900, in bonifiche, strade, ferrovie, scuole solo nel nord e a Roma. Secondo l’autore di “Terroni” l’impresa di Garibaldi fu proprio alla base della cosiddetta questione meridionale perché prosciugò le ricchezze delle due Sicilie e demolì un’economia promettente, minandone la rinascita. Questo portò anche ad un altro effetto, perché secondo Aprile quell’unificazione imposta violentemente “distrusse l’attitudine dei meridionali a considerarsi parte di uno Stato, e generò in loro una condizione di minorità”.

Fasanella: L’Unità nata da una guerra sporca

Più che di eroica impresa, lo scrittore Giovanni Fasanella parla senza mezzi termini di `guerra sporca` contro il sud dovendo raccontare la storia dell`unificazione. “Il Risorgimento fu una rivoluzione tradita, un’occasione di riscatto mancata per il Meridione. – spiega l’autore a TMNews – L’idea unitaria aveva radici profonde, ma la guerra per realizzarla non era condivisa dalle grandi masse, fu una guerra di annessione condotta con metodi non ortodossi, come l’utilizzo dei servizi segreti, la corruzione, i brogli, i massacri. A farne le spese furono soprattutto i contadini del sud, che speravano che dopo l’arrivo di Garibaldi sarebbero migliorate le loro condizioni. Invece persero diritti e nel Meridione rimase in piedi la classe dirigente borbonica che si riciclò”. In quella “guerra sporca” secondo Fasanella contò più la massoneria internazionale e il desiderio degli inglesi di controllare il Mediterraneo che il coraggio di Giuseppe Garibaldi o gli ideali di Cavour: “La massoneria alimentò l’idea unitaria, creò il mito di Garibaldi attraverso i suoi giornali, finanziò le spedizioni e creò le condizioni perché negli stati preunitari l’impresa dei Mille giungesse a compimento” spiega l’autore. Gli inglesi avevano molti interessi nel sud Italia, avevano bisogno di porti nel Mediterraneo, ma avevano pessimi rapporti con i Borbone, quindi secondo Fasanella per Londra fu fondamentale la loro cacciata e la massoneria inglese agì dietro le quinte in maniera decisiva. Massone era anche Garibaldi, che Fasanella descrive come “un pasionario privo di scrupoli, molto diverso dal mito raccontato dalla storiografia, pieno di zone d’ombra”, manovrato da un Cavour che secondo l’autore era “un politico di grande spessore, ma pieno di ombre, che adottò metodi discutibili per realizzare un grande disegno”. Fasanella ricorda che Garibaldi entrò a Napoli, circondato dai camorristi, e con un decreto dittatoriale si appropriò dei depositi pubblici delle banche delle Due Sicilie: le finanze del Regno finirono sul lastrico nel giro di due mesi e 90 milioni di ducati, pari a oltre 2 miliardi e mezzo di euro di oggi, sparirono. Secondo l’autore i contadini meridionali da quel momento identificarono l’idea unitaria con l’aumento dei prezzi e delle imposte, e quando insorsero furono massacrati. Fu proprio quella repressione e l’assimilazione forzata che compromise per sempre secondo lui l’integrazione del sud nell’Italia unita. E furono proprio gli strumenti usati per portare a termine quel disegno unitario, che in sé aveva un grande valore, a generare tante storture dell’Italia di oggi e a condannare il sud per sempre “Quello stato centrale, che si impose all’improvviso e non mantenne le promesse, era e rimane ancora per una parte del sud estraneo e ostile. Lo stato è visto ancora oggi una cosa lontana che quando arriva porta guai” conclude Fasanella.

Parlato: senza l’Unità il Sud oggi sarebbe come l’Africa

L’unificazione dell’Italia salvò il sud dalla miseria, dalla totale mancanza di infrastrutture, da un analfabetismo del 93% e dalla totale indifferenza dei Borbone verso lo sviluppo economico del Meridione. Il professor Giuseppe Parlato, docente di storia contemporanea alla Luspio di Roma, presidente della fondazione Spirito, rifiuta in blocco la tesi secondo cui il Meridione fece le spese dell’Unità d’Italia e spiega: “Il regno d’Italia fece moltissimo in pochi anni per il sud. Senza quella modernizzazione oggi sarebbe al livello dell’Africa”. Parlato mette l’accento soprattutto sulla differenza che c’era fino al 1861 tra un Regno di Sardegna moderno, che reinvestiva nell’industria le ricchezze guadagnate con l’agricoltura, e un sud fermo al grande latifondo: “Chi sostiene che il Regno delle Due Sicilie fosse ricco e il Piemonte in una situazione meno florida lo desume soprattutto dalla presenza di molti milioni delle casse napoletane, ma non tiene conto che quelle riserve appartenevano solamente al re, mentre il Piemonte le sue risorse le reinvestiva. – spiega Parlato, che afferma con chiarezza: “Nel Regno di Sardegna c’era un progetto di sviluppo industriale che al sud mancava totalmente”. Secondo Parlato la situazione del Mezzogiorno prima dell’unità era drammatica: uno stato autoritario, di polizia, privo di qualsiasi libertà, con un analfabetismo al 93%, mentre in Piemonte c’era un Parlamento, diritti civili, libertà di stampa. “Per capire quanto l’unificazione fece bene al sud basta pensare che a fine secolo in Sicilia l’analfabetismo arrivò al 70%” spiega Parlato, secondo cui lo stato unitario fu necessario anche a livello economico, perché nella seconda metà dell’800 c’era già un mercato tra stati nazionali, mentre in Italia esistevano ancora i dazi tra i vari regni: “L’industria del sud decadde dopo l’Unità perché non aveva mercato, mentre quella di Lombardia e Piemonte aveva già uno sviluppo europeo. Lo stato unitario doveva necessariamente programmare uno sviluppo economico e rendere la propria industria competitiva. Questo avvenne anche per l’agricoltura: quella del nord era un’agricoltura industriale, in grado di sviluppare commerci, mentre al sud un quarto del territorio agricolo era improduttivo, e nei latifondi, che erano enormi, non c’erano pozzi o canalizzazioni”. Lo stato italiano investì molto al sud secondo Parlato, soprattutto creando le infrastrutture che mancavano: “Per capire quale fosse la situazione delle infrastrutture nel Meridione basta pensare che tra Napoli e Bari c’era una sola strada e d’inverno era impraticabile, quindi bisognava andare per mare” spiega lo storico. Il professor Parlato non condivide neanche la tesi secondo cui l’unificazione portò allo sviluppo del brigantaggio, perché questo fenomeno esisteva già dal 1500 nel Meridione: i briganti davano protezione in cambio di denaro nelle parti più periferiche del Regno, e i Borbone tolleravano. Dopo l’unificazione, aggiunge, ci fu un vero e proprio scontro tra stato e antistato, perché il nuovo regno d’Italia voleva mettere delle regole che non erano mai esistite. “Non si può far risalire l’origine della questione meridionale e dell’estraneità del Meridione verso lo Stato ad una presunta unificazione forzata. – conclude Parlato – Quell’estraneità era molto più antica, perché la verità è che per secoli nel sud non ci fu un governo. Tutti i mali nascono proprio da lì”.

Galli: il Nord paga il peso dell’unificazione, serve il federalismo

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Youtube – Caro Nord, la Storia Proibita mai studiata a scuola

La creazione di uno stato unitario è stato un evento positivo, ma l’Italia avrebbe dovuto assumere una struttura federalista, perché oggi il nord paga le spese dell’arretratezza del sud. Ne è convinto Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano, collaboratore de “Il Giornale”, titolare di una rubrica su Telepadania in cui spiega al popolo padano i pro e i contro del Risorgimento. “Nel Risorgimento c’è stato uno slancio etico e civile che bisogna riconoscere. Inoltre la creazione di uno stato è un elemento di modernità importante, peccato però che quel processo sia rimasto incompiuto” spiega Galli. Secondo lo storico lombardo oggi a pagare le conseguenze di quell’unificazione di stati così diversi, retta su un centralismo amministrativo e burocratico, è soprattutto il nord: “Oggi il Piemonte, la Lombardia e il Veneto erogano ogni anno 53 miliardi di euro per le altre regioni. La storia di questo Paese è la storia di una frattura tra nord e sud, e i tentativi messi in atto dallo stato per creare una nazione si sono sempre scontrati con forme di regionalismo molto forti. Per questo l’unica soluzione è il federalismo”. Il professor Galli non nega che il processo unitario abbia comportato dei costi pesanti per il Meridione e che la questione meridionale affondi le sue radici proprio allora. Bastava però, secondo lo storico, all’indomani dell’unificazione, pensare ad un’Italia basata su un federalismo aggregativo per evitare fratture: “La struttura geopolitica dei sette stati preunitari si prestava perfettamente a una soluzione della questione italiana su base confederale, cioè con più stati autonomi indipendenti, ognuno con propri governi, che si potevano mettere insieme con accordi di politica estera”. La frattura tra nord e sud nata 150 anni fa secondo Galli è diventata sempre più profonda a causa delle politiche assistenziali verso il Meridione, che non hanno mai generato sviluppo ma solo clientelismo: “Fino agli anni ’80 la questione meridionale era una questione nazionale, unificante per il Paese, una scommessa da vincere. – spiega – Dai primi anni ’90, quando il debito pubblico è andato oltre il 100 per cento del Pil, i governi hanno inasprito la pressione fiscale, gravando prevalentemente sulle spalle del nord, spaccando definitivamente in due il Paese”. Oggi, secondo Galli, le celebrazioni dell’Unità non sembrano avere un fondamento reale, perché non c’è un’idea condivisa di Paese. Lo storico di area leghista ricorda che nel 1911, quando si celebrò il cinquantenario, in Italia nasceva la grande industria e si stava organizzando un nuovo sistema economico e produttivo, mentre nel 1961, 100 anni dopo l’unificazione, si celebrò il miracolo economico di un Paese che era rinato dopo essere uscito devastato dalla guerra. “Oggi su quale idea forte puntiamo le celebrazioni? – si chiede Galli – Abbiamo una disoccupazione all’8,3%, che arriva al 30% per le persone sotto i 18 anni, c’è un debito pubblico di 1850 miliardi e manca la stabilità del sistema politico. Non c’è un’idea forte sulla quale costruire le celebrazioni, perché non c’è un’idea di Paese condivisa, non c’è una traiettoria. Solo l’idea di un Paese federale potrebbe essere una ragione forte per ripartire”.

Galasso: fu una rivoluzione voluta anche dal Sud

Il Risorgimento fu una grande epopea a cui parteciparono in maniera convinta molti meridionali. Lo storico napoletano Giuseppe Galasso, ex deputato del Partito Repubblicano, direttore della collana “Storia d’Italia” Utet e autore di molti saggi sul Mezzogiorno, non approva la rilettura secondo cui il Risorgimento fu una guerra coloniale voluta dai piemontesi per salvarsi dalla bancarotta e subita dal sud: “E’ vero che il Tesoro napoletano era florido e le sue riserve furono utilizzate tutte e subito dal governo di Torino, che versava, invece, in pessime condizioni finanziarie, ma questa fu una conseguenza ovvia dell’unificazione politica del paese. – spiega Galasso – I principali esponenti della classe politica napoletana, che erano al governo o in stretti rapporti con Torino, lo sapevano e non sollevarono eccezioni. La grande vicenda unitaria fu fortemente voluta anche nel Sud”. Secondo Galasso l’unificazione dell’Italia fu un processo necessario ma anche naturale, che riportava sotto lo stesso tetto una popolazione che di fatto era già unita: “Gli italiani esistevano da mille anni, e lo sapevano bene anche i meridionali. – afferma lo storico – Molti dei maggiori esponenti del Risorgimento furono del Sud. Le differenze regionali erano forti ma l’unità finì col non avere alternative, e la sua lunga durata legittima il superamento di quelle differenze”. Galasso non approva neanche la rilettura che certi autori fanno di alcune figure cardine del Risorgimento, come Garibaldi, dipinto come un mercenario al servizio degli inglesi, o Cavour, visto come un furbissimo stratega al servizio dei Savoia: “Garibaldi e Cavour non sono soltanto figure della storia italiana. – afferma Galasso – Garibaldi è stato un eroe popolare luminoso ed emblematico in mezzo mondo. Cavour è stato indicato in opposizione a Bismarck come il polo liberale della grande politica europea dell’800. Basta dire questo”. Per lo storico napoletano è fondamentale sottolineare che quella rivoluzione guidata da Garibaldi non solo fu voluta da molti, ma fu possibile soprattutto grazie alla spinta idealista di molti giovani: “I giovani furono l’ala marciante del movimento risorgimentale, e poiché il Risorgimento fu la sola grande rivoluzione italiana dell’età moderna, si può ben dire che essa fu anche una rivoluzione generazionale”. Il Risorgimento, dunque, fu una vera e propria rivoluzione condivisa, che portò all’unificazione di un popolo che aveva radici comuni da mille anni, e che secondo Galasso riportò l’Italia al centro dell’Europa: “Il nostro Paese dopo il Rinascimento era rimasto alla retroguardia della civiltà e del progresso europeo – conclude lo storico napoletano – Il Risorgimento segnò l’inizio di una rincorsa verso le punte avanzate dell’Europa, che si è conclusa con l’attuale posizione dell’Italia fra i dieci paesi più avanzati e industrializzati del mondo”. (TMNews)

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