Tra gli italiani in prima linea. “Qui ci attaccano ogni giorno”

soldati-italianiGulistan – (di Alberto Flores D’Arcais) «Vede quelle montagne? In genere gli attacchi vengono tutti da lì». Il campo “Ice” una delle tre basi avanzate dei soldati italiani nel Gulistan, il distretto nel sud- ovast dell’Afghanistan dove il 31 dicembre Matteo Miotto e stato ucciso durante un conflitto a fuoco con i ribelli afgani. Ci si arriva solo in elicottero, poco piu di un’ora di volo sorvolando a bassa quota lande desolate e montagne impenetrabili. «Tra Natale e oggi abbiamo avuto un paio di attacchi», prosegue il capitano, «non riusciamo mai a vederli, sparano da lontano con fucili di precisione o lanci di mortaio».
II capitano Flaviano Maggioni ha un compito particolare nella battaglia per conquistare il cuore e le menti degli afgani», secondo la ormai famosa definizione del generale americano Petraeus che è diventata lo slogan di tutte le forze alleate che combattono in Afghanistan. Flaviano e il Chief Population Support Group e comanda un paio di team composti esclusivamente da militari Usa che lavorano a stretto contatto con gli afgani dei villaggi vicini. Operazioni diverse, che vanno dal cosiddetto “human terrain”— la costruzione di pozzi, strade, scuole e il reclutamento dei locali chiamati a lavorare all’interno della base — a compiti di vera e propria intelligence. Sono “l’orecchio” dei militari italiani tra i pasthun, l’etnia di gran lunga maggioritaria in questa distretto di 24mila chilometri quadrati ai confini con l’Helmand, la regione dove i Talibani hanno diverse roccaforti.

Pedro e americano di Brooklyn, la sua famiglia e emigrata dall’Argentina ed e entusiasta di lavorare all’interno della “Ice” insieme agli italiani. «Potrei cavarmela dicendo che qui si mangia bene e che sono simpatici, invece c’e molto di più. Gli italiani sono soldati di elite, il loro grado di addestramento è eccellente e sono straordinari sia nell’addestrare i militari afgani che nei contatti con la popolazione».

Ad “Ice” ci sono oltre duecento militari italiani. Sono arrivati verso la fine di agosto via terra («ci abbiamo messo quasi cinque giorni», precisa un caporale alla guida di un blindato Lince) e resteranno ancora qualche settimana. Con sei tendoni, una casetta dal tetto di legno per il comando, diverse antenne, mezzi blindati lungo il crinale, una postazione di mortaio, tutto delimitato da giganteschi sacci riempiti di pietrisco, la “Ice” è la pia importante delle tre basi nel Gulistan. La base di Snow (neve), quella dove è stato ucciso Miotto è a Buji, pochi chilometri da qui ma è decisamente piu piccola (tiene solo un plotone, circa una trentina di uomini), mentre quella di Lavaredo si trova più distante, a Bakwa.

Da meta agosto i tre avamposti italiani dove stazionano gli alpini della Julia sono stati attaccati decine di volte. Il colonnello Paolo Sfarra, comandante della task force sud- est li elenca con precisione: 15 attacchi con armi leggere, 12 con colpi di mortaio, 9 assalti “combinati” (armi leggere e mortai), 7 ordigni esplosivi trovati in tempo, 6 esplosi al passaggio di convogli. Cinque, complessivamente, i morti.

II Gulistan è un distretto particolare della regione di Farah, perchè è qui che, soprattutto nei mesi invernali, le milizie Taliban arrivano dall’Helmand per trovare rifugio, nuove armi, riposo. Da quando gli italiani hanno costruito i loro avamposti e soprattutto da quando i militari della Julia hanno iniziato ad avere piccoli ma progressivi successi con la popolazione locale, anche questa zona inevitabilmente e diventato teatro di guerra. Perche i Taliban non si sentono più al sicuro, perche i locali cominciano a prendere le distanze da chi gli impone le tasse o li convince in cambio di pochi dollari a raggiungere le fila degli insurgents. E soprattutto perche iniziano a collaborare con gli stranieri, gli “infedeli”.

Guadagnare la fiducia degli afgani non e facile. I vecchi sono diffidenti per natura, ancorati alle vecchie tradizioni che durano da secoli, i giovani, i ventenni come i quarantenni, sono cresciuti in mezzo alle guerre, prima contro l’invasore sovietico, poi nella sanguinosa guerra civile vinta dai Taliban, infine con la guerra ormai decennale degli americani e dei loro alleati. Non conoscono altro che il rumore delle armi. Per capire quanta sia difficile controllare questa vasto territorio dove vivono circa 130mila persona basta guardarlo.
Oppure volare dall ‘alto di un elicottero, come ieri ha fatto il ministro della Difesa La Russa insieme ai comandanti militari e i giornalisti al seguito. Non c’è alcuna aspirazione guerrafondaia tra gli italiani del campo “Ice”. Non la hanno i panettieri di Maddaloni che sfornano sessanta chili di pane al giorno, non la ha il primo caporalmaggiore Liza Luppino, padre calabrese e madre argentina, che vuole tentare la missione (per il momento) impossibile di convincere le donne afgane a farsi visitare negli ospedali degli “infedeli”. Scopo principale di questa missione resta quello di addestrare militari e poliziotti afgani e sviluppare l’economia dei villaggi. Continuare a dibattere ipocritamente sulla “missione di pace” non aiuta chi è ogni giorno in prima linea. (Repubblica)

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