Stragi naziste: morto Misha Seifert, il “boia di Bolzano”. Era in carcere militare italiano

Misha-SeifertRoma, 6 nov – Michael “Misha” Seifert, l’ex criminale di guerra nazista noto come il “boia di Bolzano”, è morto la scorsa notte, alle 4, nell’ospedale civile di Caserta. Detenuto dal 2008 nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, Seifert, che aveva 86 anni, era caduto in carcere un paio di settimane fa, rompendosi un femore e la sua morte sarebbe dovuta a complicazioni seguite a quell’incidente. Nato a Landau, in Ucraina, Misha Seifert era stato condannato all’ergastolo, nel 2000, per i crimini compiuti nei campi di Fossoli, presso Carpi, e di Bolzano.

Riparato a Vancouver, in Canada, dal 1951, l’ex SS era stato estradato in Italia il 15 febbraio 2008. A parte Erich Priebke, Seifert era l’unico ex criminale di guerra nazista condannato all’ergastolo, che stava scontando la pena in Italia. La sua è stata “una morte annunciata”, ha detto il suo avvocato, Paolo Giachini. “La morte di un vecchio malato che non doveva stare in carcere”. Il legale punta l’indice, in particolare, sulla “magistratura militare, che non ha avuto il coraggio di applicare la legge, ma anche sull’ “ala violenta della comunità ebraica romana, estremisti che non hanno mai smesso di demonizzare questi anziani tedeschi”. Il riferimento è non solo a Seifert, ma anche all’ex criminale di guerra Erich Priebke, assistito dallo stesso legale che lo ospita agli arresti domiciliari.

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Misha Seifert, l’ex Caporale delle SS

Per Lionello Bertoldi, presidente dell’Anpi di Bolzano che, come il comune di Bolzano e la Comunità ebraica di Merano, si era costituita parte civile nel processo contro l’ex SS, dopo la morte di Misha Seifert, “rimane il valore della sentenza che riconcilia gli uomini con la giustizia, per troppo tempo piegata alla realpolitik della guerra fredda che lasciava le accuse nell’armadio della vergogna”. “Un inguaribile ottimismo – dice Bertoldi – ci fa sperare che, nel troppo poco tempo che ha passato nel carcere, abbia potuto pensare agli orrori che la sua gioventù aveva voluto e saputo infliggere ad altri giovani donne e giovani uomini”. “Seifert non è stato solo un esecutore di ordini, ma un interprete della volontà di annientamento”, osserva l’avvocato Gianfranco Maris di Milano. Il legale, che ha assistito l’Anpi nel processo a Seifert, nel 1944 era stato internato nei campi di Fossoli e di Bolzano e poi deportato a Mauthausen ed aveva conosciuto personalmente la guardia ucraina. “Con la sua morte -dice Maris – il giudizio sulla sua persona non appartiene più a noi, ma resta il giudizio sul suo passato”. Ora chi si farà carico della salma? “I parenti di Seifert – risponde l’avvocato Giachini – devono decidere se riportarlo a casa, in Canada, a loro spese e io francamente lo escludo, quindi se ne occuperà o l’organizzazione carceraria militare, oppure l’ambasciata del Canada, di cui aveva conservato la cittadinanza”. (ANSA)

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