Sicilia: giallo sul bandito Giuliano, dal dna la verità su un mistero lungo 60 anni

bandito-giulianoPalermo, 24 ott – Sarà il dna a svelare il giallo del bandito Salvatore Giuliano. Un mistero lungo 60 anni, uno dei piu’ antichi d’Italia, che potrebbe essere ad una svolta. La Procura di Palermo, infatti, ha deciso di riesumare la salma del “re di Montelepre” e di aprire un fascicolo a carico di ignoti per omicidio e sostituzione di cadavere. Il 28 ottobre il medico legale del Policlinico Livio Milone, a cui è stato affidato l’incarico, eseguirà gli esami sui resti di quell’uomo seppellito nella tomba di famiglia dei Giuliano, che qualcuno giura non essere il leggendario e sanguinario Turiddu. La verità sul corpo crivellato di pallottole all’alba del 5 luglio del 1950 nel cortile dell’avvocato Di Maria a Castelvetrano (Trapani), dunque, potrebbe arrivare direttamente dall’aldilà. ”Abbiamo ricevuto una denuncia circostanziata – spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che insieme ai sostituti Francesco Del Bene, Marcello Viola, Paolo Guido e Lia Sava, coordina l’inchiesta – e così abbiamo preso la decisione di riesumare quel cadavere per non lasciare alcun dubbio”. L’esposto a cui Ingroia si riferisce e che ha fatto riaprire le indagini è quello che lo storico Giuseppe Casarrubea e il ricercatore Mario J. Cereghino hanno consegno lo scorso 5 maggio al questore di Palermo, Alessandro Marangoni.

”I sottoscritti – si legge nel documento – chiedono alla S.V. di voler intraprendere un’indagine conoscitiva per accertare l’identità della persona uccisa nel cortile dell’avvocato di Maria di Castelvetrano, la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950, rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di stragi e omicidi, commessi in Sicilia negli anni che vanno dal 2 settembre 1943 e fino alla data del luglio 1950”. ”Gli scriventi – prosegue l’istanza – ritengono che vi sono fondati motivi per ritenere che il cadavere ritratto nel suddetto cortile e nell’obitorio del cimitero di Castelvetrano non siano la medesima persona ritratta in decine di fotografie e in un filmato del dicembre del 1949 come il bandito Salvatore Giuliano”. Per oltre dieci anni i due studiosi hanno fatto ricerche e comparazioni, servendosi anche dei filmati e delle foto che ritraevano il “colonnello” dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia quando era ancora in vita. E poi ci sono i rapporti dei carabinieri redatti al tempo e le risultanze di indagini compiute anche attraverso alcuni archivi stranieri, oltre all’analisi fatta da Alberto Bellocco, medico legale, dalla quale emerge che l’uomo riverso a terra nel cortile a Castelvetrano e il corpo portato in obitorio non sono la stessa persona.

Immagini e rapporti a confronto che hanno sollevato i primi dubbi alimentati anche dalla testimonianza di Mariannina Giuliano, sorella del bandito, che in un libro del 1987 racconta la dinamica dell’insolito riconoscimento da parte della madre e della sorella Giuseppina del corpo del “re di Montelepre”. Le due donne, infatti, non avrebbero retto la visione del cadavere e, mentre percorrevano, scortate dai carabinieri, il corridoio dell’obitorio che le avrebbe portate alla stanza dove c’era il cadavere, svennero. Tanto bastò ai militari per avere una conferma e l’identificazione di fatto non avvenne mai.

”Noi vogliamo – spiega Casarubbea – che emerga la verità su Giuliano, non possiamo accettare che un criminale responsabile di stragi ed assassini venga ricordato come un mito. Da anni le sue vittime attendono giustizia”. Insomma resta da capire se quello seppellito nel cimitero di Montelepre sia davvero il capo della banda che insanguinò le montagne attorno a Palermo o se piuttosto in quella tomba non riposi uno dei tanti sosia di cui il bandito era solito servirsi. I magistrati hanno incaricato il capo della Polizia scientifica Piero Angeloni di comparare le foto ed emettere il suo verdetto. Nell’attesa di quello che si annuncia come un lavoro lungo e difficoltoso, però, la Procura ha deciso di disseppellire il corpo del bandito per estrarne il dna e compararlo con quello di dei discendenti ancora in vita. (Adnkronos)

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