Siamo in guerra ma chi comanda? Colloquio con Vincenzo Camporini

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Roma, 16 gen – (di Barbara Schiavulli) Le Forze armate sono agli ordini del Quirinale o del governo? Dopo lo scontro con il ministro, il capo di Stato maggiore rilancia la questione Cossiga, rimasta senza soluzione. E ribadisce: non si può continuare a usare sempre i soldati come spazzini o come vigili.

Soldati ovunque: dai combattimenti in Afghanistan alla pulizia delle strade di Napoli, dalla pacificazione dei Balcani al presidio anticrimine nelle città. Mai si erano viste le forze armate occupare un ruolo così importante nella vita italiana, creando in alcuni casi rapporti tesi con la politica. E il generale Vincenzo Camporini, a pochi giorni dalla fine del suo incarico di capo di Stato maggiore della Difesa, descrive con orgoglio la nuova figura del militare italiano: un professionista «che non ha bisogno di nessuna pacca sulle spalle dall’alleato americano. Fa piacere sentire Obama al vertice di Lisbona citare l’Italia come un esempio da imitare, ma non lavoriamo per questo».

Cominciamo dal presunto giallo sulla morte del caporal maggiore Miotto in Afghanistan. Il battibecco con il ministro Ignazio La Russa fa sembrare che ci sia un’incomprensione tra la politica e le forze armate.

«Non c’è uno iato tra politica e forze armate, né potrebbe esserci perché siamo al servizio della politica. Ci possono essere delle incomprensioni semantiche che qualche volta devono essere chiarite. Certo, mi sarei aspettato che il ministro mi avesse chiamato prima di fare dichiarazioni pubbliche: io mi sarei comportato così con i miei collaboratori. Ma che la trasparenza sia un principio irrinunciabile per le forze armate italiane lo dimostrano persino i contenuti dei files di Wikileaks».

Ma in Italia chi comanda le forze armate: i generali, il ministro o il capo dello Stato?

«All’epoca della presidenza Cossiga ci furono dei tentativi molto espliciti con la commissione Paladini, per definire in modo inequivocabile la catena di comando delle forze armate ma i risultati di quella commissione sono rimasti a livello di studio. Il comandante delle forze armate è il presidente della Repubblica, che esercita la funzione in modo istituzionale, la gestione delle operazioni dovrebbe essere un’attività diretta del governo nella sua interezza, in realtà non è ancora chiara come la dialettica a ll’interno dei governi debba svilupparsi, di fatto oggi le forze armate sono dirette dal ministro della Difesa come indirizzo politico e dal capo di Stato Maggiore della Difesa come attività operativa.

Alla fine dell’estate i soldati italiani hanno preso il controllo di una nuova area afghana, il Gulistan, dove negli scorsi anni gli americani hanno affrontato combattimenti durissimi. E in pochi mesi lì sono stati uccisi cinque alpini. Nel momento in cui l’Italia prende in carica un altro pezzo di terra afghana, non se ne dovrebbe discutere in parlamento?

«Il Gulistan, cosi come altri due distretti, era originariamente parte della regione ovest (sotto il controllo italiano), successivamente ci fu una variazione tattica che portò i tre distretti alla regione sud in mano agli americani. Stiamo parlando di divisioni operative, non amministrative. I distretti sono solo rientrati sotto la nostra responsabilità operativa».

Spesso ci si ostina a dire che gli italiani sono in zone di guerra per la ricostruzione, si tergiversa sul descrivere l’impegno nei combattimenti. Chi non è ancora pronto ad accettare la parola “guerra”: la politica o l’opinione pubblica?

«Piccola premessa: eravamo abituati fino al 1945 a due stati, la pace e la guerra. Tutto è cambiato, soprattutto dopo la fine della guerra fredda e tra il bianco e il nero, adesso domina il grigio. E’ superficiale chiedersi se stiamo lavorando in una missione di pace o di guerra: le nostre sono missioni di stabilizzazione, questa afghana come quella in Kosovo, dove occorre, a volte, usare la forza. Siamo pronti ad usare le armi, così come siamo pronti ad usare le ruspe per costruire un ospedale. L’obiettivo finale non è più vincere la battaglia, ma e creare quelle condizioni di stabilità che possa consentire a un popolo di guardare al futuro con la speranza se non la certezza, che possa essere migliore del presente. E far sì che si riduca ogni tentazione di rivincita che può scivolare in diverse forme di terrorismo. Credo sia necessario far capire all’opinione pubblica questi concerti, dopo di che non sarà più un problema guerra- pace, sarà un problema di interessi nazionali e sovranazionali che si vogliono tutelare».

Il presidente Obama e molti governi europei hanno annunciato che si ritireranno dall’Afghanistan entro il 2014. Gli italiani cosa faranno?

«Uno degli scopi principali di questa missione è la creazione di forze afghane adeguate in quantità, qualità e livello, e capaci di farsi carico della sicurezza del Paese. In questo stiamo ottenendo notevoli risultati in linea con le aspettative temporali. E’ chiaro però che la stabilità dell’Afghanistan dipende da numerosi fattori, di cui le forze di sicurezza ne sono soltanto uno. E’ il quadro politico afghano, che esula dalle nostre competenze, l’elemento chiave per capire se nel 2014 l’Afghanistan sarà governabile o no».

Ma si può esportare la democrazia?

«Il concerto di esportazione della democrazia non ha mai fatto parte della cultura interventista italiana: per creare la democrazia nei paesi occidentali ci sono voluti migliaia di anni e appare velleitario voler far fare questo salto culturale a popolazioni che non hanno avuto questa elaborazione. Quello che possiamo fare è creare delle situazioni di stabilità, di assenza di violenza che sono la premessa per rapporti personali e rispetto reciproco».

Passiamo all’Iraq, una guerra scomoda, dove le armi di distruzioni di massa non sono state trovate e che non ha reso l’Occidente più sicuro. I militari devono obbedire anche quando le ragioni della politica sono discutibili?

«L’impiego delle forze armate è il risultato di un’attività di governo e quello che devono fare i militari e dare indicazioni sulla fattibilità operativa. Il problema e che alcuni alleati non hanno ancora capito che la guerra non è una partita di pallone: 90 minuti, l’arbitro fischia la fine, qualcuno ha vinto, qualcuno ha perso e si va casa a bere una birra. Alla fine della partita militare irachena, è cominciato il difficile. Ci sono state una serie di posizioni discutibili, in primis quella di sciogliere le forze armate irachene, che ci hanno lasciato allibiti. Ma noi come Paese, non avevamo alcun potere decisionale».

Qualcuno lo aveva?

«Quando ci fu la spaccatura, Francia e Germania da un lato e i nuovi membri dell’Europa dall’altro con l’Italia, rimasi scandalizzato. Non perchè non c’era stata una posizione europea, scandalizzato perchè nessuno ha provato a creare una posizione europea. Sono convinto che se l’Europa fosse stata più solida e meglio articolata, con una posizione concordata e maturata, avrebbe potuto avere un’influenza sulle operazioni militari. Cosi siamo stati spettatori e in qualche modo vittime della situazione. Quello che rimprovero all’Europa, non è la spaccatura, ma non c’e stato nessuno, in primis Solana, che ha riunito intorno ad un tavolo i ministri degli Esteri dell’Unione europea, cercando una soluzione comune. Questo non è stato fatto, dopo di che non possiamo lamentarci se in assenza di un’autorevole voce di contraltare, gli americani hanno deciso da soli».

Le Nazioni Unite non dovrebbero essere la voce più autorevole?

«L’Onu ha una struttura tale per cui la capacità decisionale è sotto gli occhi di tutti. Non riescono ad esempio a definire un quadro giuridico concordato su come gestire il
problema della pirateria, che è nell’interesse di tutti e non c’è nessuna voce dissonante. Invece ancora, noi catturiamo i pirati e li rimandiamo a casa con viveri e acqua, in modo che possano continuare tranquillamente la loro attività. E’ ovvio che le Nazioni Unite sono l’organismo in cui risiede la capacità di legittimazione di una qualsiasi attività internazionale, ma non basta».

Chi è oggi il militare italiano?

«Il militare italiano è un professionista a qualsiasi livello, dal più alto ufficiale alla giovane recluta. Un professionista che viene formato, educato e che diventa pienamente consapevole del proprio ruolo: quello di chi deve gestire l’uso della forza per il conseguimento degli obiettivi politici del Paese. Uso della forza che dal punto di vista etico prima ancora che giuridico, deve essere proporzionato e giustificato. A questo principio ci atteniamo tutti e il nostro prudente uso della forza mi pare che venga premiato da risultati sul terreno spesso citati ad esempio».

Mentre gli alleati lodano il lavoro dei nostri soldati in Afghanistan, in Italia quando la politica non sa risolvere un problema manda i militari: dai rifiuti a Napoli al presidio anticrimine nelle città. Siete diventati dei tappabuchi?

«Fa parte dei compiti istitutivi delle forze armate, essere disponibili in caso di emergenza. L’intervento avviene sotto la direzione dell’autorità civile responsabile di quello specifico argomento. Parliamo di strutture che a volte non funzionano e chiedono il nostro intervento e per situazioni temporanee le forze armate sono disponibili. Ma si devono trattare di interventi temporanei e le forze armate non devono diventare lo strumento ordinario. Questo vale per i rifiuti a Napoli, come per Strade Sicure, o in caso di calamità. Siamo una struttura in essere capace di intervenire in minuti come nessun altro.»

In una stagione di tagli, qual è la riforma che sarebbe necessaria?

«Giungere ad un’integrazione più stretta tra le forze armate, per poter avere le stesse capacità di agire ma con dei costi della struttura piu bassi. Ma si deve sfuggire alla logica di forze armate gelose delle proprie prerogative e disponibili a mettere in comune tutto quello che può essere in comune. Un esempio semplice, ogni forza armata ha le sue modalità per l’apprendimento dell’inglese, la messa in comune di queste strutture comporterebbe la cessione di sovranità da parte di ogni singola forza armata, cessione che viene spesso vista come una diminuzione dell’indipendenza».

Nel bilancio 2011 sono previsti 7 milioni per i voli di Stato, mentre i politici ne spendono una cinquantina. Che succederà: verranno azzerati i voli o se ne faranno carico le forze armate?

«I voli di Stato devono garantire la funzionalità dell’attività di governo che spesso richiede la presenza di autorità politiche in luoghi lontani e in tempi ridotti: questo può essere garantito soltanto dall’Aeronautica. Ma non noto una riduzione di quest’attività. Quello che mi piacerebbe vedere è che le risorse finanziare destinate ai voli di Stato dalla Presidenza del Consiglio, vengano garantite al di fuori del bilancio della Difesa che ha altre finalità. Ci aspettavamo un assestamento e che il gap di spesa venisse colmato, cosa che non è avvenuta. Così si sottraggono risorse ai militari a vantaggio della politica». (L’Espresso)  ico_commenti Commenta nel blog

E IL POLITICO SALTA SUL VOLO BLU

C’e chi prende l’aereo di Stato per andare da Ciampino a Grosseto, come ha fatto il ministro La Russa scavalcando le code sull’Aurelia. E chi fa decollare l’Airbus per trasferirsi da Roma a Napoli, come il premier Berlusconi, quando il Frecciarossa in 50 minuti copre lo stesso percorso. E mentre i tagli alla Difesa azzerano le esercitazioni di caccia ed elicotteri, c’e un solo reparto che moltiplica le ore di volo: quello che porta i politici in giro per l’Italia. Il traffico di voli blu è impazzito: oltre a dieci tra Falcon ed Airbus del 31° stormo sono stati mobilitati una quindicina di Piaggio 180, le “Ferrari del cieli” acquistate da tutti i corpi statali, e due lussuosi jet dei servizi segreti. Ministri, sottosegretari, presidenti di commissione trovano sempre un passaggio senza la trafila di check in e il rischio di ritardi. A bordo può salire chiunque grazie al regolamento voluto dal Cavaliere. Non c’e bisogno di giustificazioni: basta la parola della “personalità” e si imbarcano ballerine e amici, come avviene nelle navette presidenziali per Olbia. Dall’estate 2008 c’è stata una media di 15 ore di volo al giorno, aumentata ancora nel 2009.
Il costo delle gite di Stato è lievitato di anno in anno. Dopo lo scandalo del Gran Premio in Airbus di Mastella e Rutelli, Romano Prodi aveva tagliato le ali a tutti, chiudendo i portelli degli aerei. Tanto che era stata ipotizzata la vendita di una pattuglia di Falcon ormai inutilizzati. In base al regolamento Prodi, nel 2009 si prevedeva di spendere 6 milioni di euro. Invece con l’andazzo berlusconiano si stima che ne siano stati bruciati oltre 50. E anche il ricco bilancio 2010 – che assegnava ai voli blu ben 37 milioni – è stato abbondantemente sforato. La differenza ce la mette l’Aeronautica: toglie all’addestramento dei piloti il carburante che viene sprecato dai politici.

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