Salvate il soldato Manning, la “spia” di Wikileaks

bradley-manningIl nyt dedica la prima pagina all’uomo accusato di aver passato 100 mila documenti segreti della guerra in Afghanistan. Roma, 10 ago – (di Luca Neri) Chi è Bradley Manning, il soldato americano di 22 anni accusato di aver passato a Wikileaks quasi centomila documenti segreti sulla guerra in Afghanstan? Fino ad ora di lui si sapeva poco o nulla. La sua immagine era stata definita solo da pochi frammenti di conversazione in chat, rese pubbliche attraverso la rivista Wired da Adrian Lamo, hacker pentito (o forse delatore) con cui Manning si era confidato e che a sua volta l’aveva denunciato all’FBI. Chiuso in un una cella in Kuwait prima, e detenuto adesso presso la base dei marines di Quantico in Virginia, Manning non avrà modo di comunicare con il mondo per un bel pezzo, vista l’entità dei reati di cui è accusato.

Eppure, nonostante la carenza quasi totale d’informazioni, Manning è già una pedina in una colossale battaglia ideologica su segreto di stato e libertà d’informazione. Esprimendo un sentimento diffuso fra gli ambienti più forcaioli del partito repubblicano, il deputato Mike Rogers ha già chiesto che Manning sia condannato a morte, se sarà confermato che è la fonte dei documenti pubblicati da Wikileaks. Il ministro della difesa di Obama, Robert Gates, e il capo dello stato maggiore del Pentagono, l’ammiraglio Mike Mullen, hanno già dichiarato che i responsabili di quelle rivelazioni si sono macchiati le mani di sangue, dando per scontato che i talebani saranno adesso in grado di colpire con più facilità. Sul fronte opposto, un drappello di attivisti pacifisti ha organizzato domenica una prima veglia a sostegno di Manning di fronte ai cancelli della base dove è recluso. E fra i blogger schierati contro la guerra il giovane è già un eroe nazionale.

In questo contesto è stato particolarmente coraggioso per il New York Times dare spazio in prima pagina ieri all’unica inchiesta finora pubblicata in America sulla vita di Manning. Pur non potendo penetrare le sbarre del carcere militare, il team di giornalisti del quotidiano è riuscito a conquistarsi la fiducia di molti amici civili del soldato, un gruppo che è stato importunato ripetutamente, con metodi a dir poco intimidatori, dagli investigatori del Pentagono e dell’FBI, partendo dalla convinzione che Manning non avrebbe mai potuto agire senza complici esterni. Il quadro che emerge non è quello di un mostro, e nemmeno quello di un eroe, ma una storia molto più umana di un ragazzo gay, che ha cercato nella passione per il computer un antidoto all’emargianzione bigotta della provincia americana.

Nato in un paesino isolato nelle pianure semidesertiche dell’Oklahoma, con un padre militare quasi sempre assente da casa, e una madre gallese straniera agli occhi dei compaesani, Manning viene ricordato oggi dai suoi vecchi compagni di scuola come un eccentrico, che preferiva hackerare i videogame invece che semplicemente giocare. In una cultura locale ben nota per la diffusione del fondamentalismo cristiano, si era fatto notare fin da bambino come un diverso che rifiutava i postulati della religione. Trasferitosi in Galles con la madre, dopo il divorzio dei genitori, Manning vive il trauma di un’altra provincia dove viene preso in giro per l’accento americano e i primi atteggiamenti gay.   Rispedito in Oklahoma dal padre, Manning viene cacciato di casa quando quello scopre la sua omosessualità. Vive per un breve periodo nella sua automobile, sopravvive grazie a lavoretti precari a paga minima. Finisce quindi per arruolarsi, come tanti ragazzi poveri dell’America profonda, attirato dalla prospettiva di una borsa di studio universitaria. Ma deve nascondere il suo orientamento sessuale. E si ritrova in Iraq, a lavorare come specialista informatico, anche se confessa agli amici di passare più tempo a fare lo sguattero per gli ufficiali che nel suo presunto ruolo di analista di intelligence. Una svolta fondamentale nella sua vita pare arrivare due anni fa, quando visita in licenza Cambridge in Massachusetts, si innamora di un musicista classico che non si vergogna di essere un travestito, scopre la libertà della vita gay di Boston e la comunità degli hacker del MIT, il più prestigioso college tecnologico Usa. Che tutto questo renda la prospettiva della vita militare insopportabile è ovviamente plausibile. Nei frammenti della chat resi pubblici da Lamo, Manning appare gravemente depresso. Se veramente è lui l’autore della fuga di documenti segreti più clamorosa dalla guerra in Vietnam, cosa l’ha spinto a un gesto che rischia di fargli passare il resto della vita in galera lo potremo sapere solo se mai avrà l’opportunità di parlare liberamente. Ma quel motto che regola tuttora la politica dell’esercito Usa nei confronti dei gay, “don’t ask, don’t tell”, non chiedere, non dire, in questo caso parla da solo. (Il Fatto Quotidiano)

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