Pirati: Rivista Marittima, così li sconfisse Pompeo Magno

navi-allattaccoRoma, 9 feb. – “Per sconfiggere la pirateria basterrebbe utilizzare la tecnica impiegata dalla Marina Romana guidata da Pompeo Magno nel 67 a. C. e successivamente da qualla americana nel 1801 e nel 1815”. A rivelarlo è Valentine J. Belfiglio, professore di Storia antica nella Texas Womans University di Denton (Usa) in un articolo pubblicato sulla “Rivista Marittima”, nel numero di ottobre 2010. Osservazioni che potrebbero rivelarsi utili, visti i frequenti attacchi da parte dei pirati nelle acque somale. L’ultimo, in particolare, è quello messo a segno ieri ai danni della petroliera italiana “Savina Caylyn” nell’Oceano Indiano, a 880 miglia dalla Somalia e a 500 dall’India. Sono due, secondo la studiosa, gli elementi fondamentali da mettere in campo per debellare la pirateria: da un lato il controllo militare dei mari, dall’altro il cambiamento nella politica economica dei governi locali. Perchè il fenomeno della pirateria «è proprio degli “Stati falliti” – spiega la rivista – quegli Stati, cioè, i cui governi si dimostrano incapaci di esercitare la propria giurisdizione su un’importante parte della sua popolazione».

La prima cosa che fece Pompeo Magno – a cui il Senato romano affidò per tre anni il compito di debellare la pirateria dal Mediterraneo – «fu creare una forza militare di 550 navi da guerra, 120 mila fanti e 5 mila cavalieri. Dopidichè divise il Mediterraneo in 13 distretti, ognuno con a capo un comandante subordinato e un numero fisso di navi». Dopo aver bloccato Gibilterra a ovest e il Bosforo a est, la flotta romana costrinse i pirati a riparare sulla costa della Turchia Meridionale, per poi sconfiggerla nel corso di una battaglia finale, condotta da mare e da terra. «Fu proprio in quell’occasione che Pompeo – scrive la Belfiglio – si rese conto che i 20.000 prigionieri si erano strasformati in pirati a causa della loro estrema povertà. Pompeo, invece di punirli, li reinserì in aree della Grecia e dell’Asia minore adatte alle attività agricole».

Da questa vicenda l’autrice trae lo spunto per riassumere in tre fasi la lotta alla pirateria. La prima è quella in cui si consegue la superiorità navale e di manovra a danno dei pirati. La seconda prevede operazioni militari da mare e da terra al fine di vincere una battaglia che deve essere decisiva – si spiega nell’ articolo – altrimenti «i gruppi di pirati possono riparare, riorganizzarsi e pianificare operazioni future in aree remote». La terza fase, infine, vede gli «annientatori della pirateria interessarsi alle difficoltà economiche che hanno visto lo sviluppo del fenomeno criminale». Ecco, dunque, alcune raccomandazioni della “Rivista Marittima” per riuscire a sconfiggere la pirateria nel Golfo di Aden, in Somalia. In primo luogo, «la “Task force multinazionale 151” (creata nel 2009, formata da 20 nazioni, con guida statunitense) dovrebbe compiere operazioni offensive contrio i capisaldi dei pirati nel Puntland (Somalia nord-orientale) in modo da riportare una vittoria finale». A seguire «i prigionieri di guerra e i rifugiati su base volontaria devono trasferiti nell’entroterra i aree economicamente più floride». «Gli Stati Uniti e l’Europa – conclude la Belfiglio – in accordo con le nazioni amiche dell’Africa, devono trovare il modo di facilitare l’emigrazione di tribù o caln bisognosi somali, in paesi economicamente più agiati. Ciò è possibile perchè l’identità delle tribù e dei clan, in Somalia, supera di gran lunga la lealtà dello Stato». (Adnkronos)

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