Pirateria: nel 2009 ancora 47 navi catturate

lancia-piratiI pirati somali, i più agguarriti, non demordono. Roma, 22 gen – (di Luca De Fusco) Le catture di navi da parte dei pirati somali continuano nonostante i proclami ottimistici delle forze navali che pattugliano le coste della Somalia. Ciò si spiega con il fatto che le bande, per evitare le navi di pattuglia, si avventurano sempre più al largo ed è ormai comune che esse operino ben oltre i 1,000 km dalle coste della Somalia. Il 28 Dicembre scorso un mercantile greco, il Navios Apollon, è stato abbordato 370 km a Est delle isole Seychelles, a circa 1.300 km dal continente africano ( oltre 60° Est).
Secondo l’agenzia marittima dell’ONU, l’ International Maritime Bureau, nel corso del 2009 su 22.000 navi hanno transitato di fronte alla Somalia 217 sono state attaccate e di queste 47 catturate con 867 membri di equipaggio, rispetto a 42 catture di navi nel 2008. Ci si rallegra che, almeno proporzionalmente, le catture siano diminuite.
La stessa fonte quantifica attorno agli 80 milioni di euro il totale dei riscatti pagati dalle compagnie di navigazione e da alcuni governi come nel caso di Spagna e Italia ma è questa una cifra sicuramente in difetto considerato il contesto riservato in cui i pagamenti vengono effettuati. Questi introiti vengono divisi con i finanziatori della pirateria che le indagini hanno individuato in Libano, Somalia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti.

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Uso dissuasivo di idranti antincendio

La forza internazionale anti-pirateria è ora molto consistente e comprende decine di navi, in prevalenza fregate, un sottomarino (Fr) e diversi aerei di almeno diciassette nazioni battenti le bandiere delle maggiori potenze economiche del mondo. Oltre agli USA e alla Russia, l’Unione Europea ha varato la sua prima iniziativa navale , EU NAVFOR “Atalanta”, cui hanno aderito Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Belgio, Grecia, Norvegia, a cui si sono aggiunte con forze proprie India, Cina, Malesia, Indonesia e Sud Africa. Altri paesi come la Svizzera, la Finlandia, Malta , Cipro, l’Irlanda, l’Ucraina – hanno erogato assistenza finanziaria o inviato personale militare. L’intera operazione si svolge sotto l’egida del’ONU che ha siglato diverse risoluzioni definendo i limiti del mandato che si protrarrà almeno fino a Dicembre 2010.
Nonostante tale spiegamento di forze, competenza e investimenti, di fronte agli attuali risultati non si può assolutamente concludere che i pirati siano stati debellati né scoraggiati più di tanto. Dai dettagliati rapporti diffusi dall’ IMB risulta che pirati “somali” abbiano attaccato navi anche nelle acque territoriali dell’Eritrea, dell’Arabia Saudita, dello Yemen, dell’Oman, dell’Iran, del Kenya, delle Seychelles e della Tanzania. Il tutto in un contesto molto giù grave e generalizzato di quanto descrive correntemente la stampa. Sempre secondo l’IMB, le attività della “pirateria somala” costituiscono attualmente oltre il 50% del totale mondiale dopo il declino degli assalti negli stretti di Malacca (Indonesia).
Questo d’altra parte suggerisce che dietro l’etichetta di “pirati somali”, tenendo conto della scarsa tradizione marinara delle genti della nostra ex-colonia, agiscano criminali di diverse nazionalità.
Le compagnie di navigazione sdrammatizzano la dimensione del fenomeno pirateria e  assicurano che, sebbene i costi siano lievitati, resta tuttora conveniente praticare la rotta Suez-Oceano Indiano invece di circumnavigare l’Africa. Rimane però il fatto che qualsiasi aumento dei costi penalizza le esportazioni europee, dell’area euro in particolare, in fase di crisi economica.

La tattica dei pirati, consolidata in anni di esperienza, consiste nell’impiego di navi appoggio, in genere pescherecci da tonnara o dhow da carico, da cui ammarano piccole imbarcazioni veloci che vanno all’abbordaggio con pochi uomini armati di fucili e lanciarazzi. Gli esiti degli attacchi non sono mai scontati e dipendono da diversi fattori come dimostrano diversi casi di respingimenti determinati dal fermo atteggiamento assunto dai comandanti delle navi attaccate. Caso emblematico quello della nave da crociera della compagnia italiana MSC da cui i pirati vennero respinti con il semplice impiego di idranti ma, ovviamente, non ci si può attendere lo stesso da parte del comandante di una petroliera trovatasi a tiro di RPG.
In molti casi le navi vengono dirottate verso le basi  della Somalia e trattenute fino alla conclusione dei negoziati per il pagamento del riscatto.

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Un dhow, tipica nave appoggio usata dai pirati

Altre misure che contribuiscono a minimizzare i rischi sono la formazione di convogli di navi che procedono alla velocità più alta possibile e la diminuzione del  del pescaggio, qualora possibile, per rendere più arduo l’abbordaggio.
Finora poche decine di pirati sono stati arrestati in flagranza di reato poiché gli equipaggi, se abbordati da una nave di pattuglia, sono svelti nel far sparire in acqua armi e attrezzi che sono i soli capi di imputazione utilizzabile in sede processuale. Quanto a definire quest’ultima, i problemi non mancano. Secondo le norme internazionali, i pirati vanno processati nel paese di competenza territoriale ma finora nessuno dei possibili candidati, Kenya, Tanzania e Seychelles, paesi sovrani e stabili, hanno acconsentito alle richieste né d’altra parte risulta che abbiano la competenza giuridica per affrontare l’iter processuale. Nonostante i gravi problemi i maggiori risultati sono stati ottenuti  dal traballante governo del Puntland somalo dove un gruppo di pirati sono stati condannati all’ergastolo. I paesi europei, da parte loro, non vogliono neppure incarcerare i pirati in attesa di processo per timore di rappresaglie e rilasciano i pirati arrestati perché temono una alleanza tra essi e  le formazioni integraliste islamiche che controllano il Sud della Somalia (al-Shabaab).
A questo riguardo non esiste finora alcun segno di collaborazione tra pirati e integralisti. Si tratta di soggetti e motivazioni del tutto disomogenei. I pirati per loro stessa ammissione hanno fini di lucro che essi conseguono in misura consistente, circa 20.000 dollari procapite/anno, e per questo sono sostenuti devotamente dalle  comunità di origine. Il loro stile di vita è quello della gente di mare d’altri tempi con harem di donne in attesa e congrui consumi di alcolici. Gli integralisti dal canto loro condannano la pirateria per fini lucro come chiaramente prescrivono le sacre scritture e reprimono ferocemente gli eccessi libertini. Tuttavia è possibile che essi decidano di imitare le  tattiche dei pirati al fine di raccogliere fondi (le casseforti di bordo sono sempre colme di contante) e di estendere all’oceano le violenze della jihad islamica. In cerca di assistenza tecnica, potrebbero accogliere nelle loro file pirati “pentiti” desiderosi di riscattarsi prima di raggiungere l’aldilà o, ipotesi da non sottovalutare, far arrivare dall’Indonesia e dintorni pirati tra i più esperti al mondo usando la rete di mutua assistenza degli integralisti. Se già non se ne trovano in loco, tra i moltissimi militanti di varie nazioni già affluiti dal Pakistan.

Sui pirati si sta creando una leggenda e, come spesso accade, anche un’aureola di legittimità mescolando circostanze reali e leggende marine.
I due filoni torbidi e reali della storia somala recente sono il saccheggio delle risorse ittiche da parte di pescherecci stranieri che si protrae da decenni, anche prima che si sgretolasse lo stato, grazie alla connivenza di politici corrotti e, di pari passo, lo scarico su vasta scala di rifiuti tossici lungo le lunghissime coste.
Presentare ora i pirati come paladini, nuovi Robin Hood, che espropriano i paesi  ricchi per riappropriarsi del maltolto è una forzatura che sconfina nel ridicolo. Di segno diametralmente opposto è la ritrosia delle burocrazie occidentali a considerare il problema della pirateria come uno solo dei fattori della illegalità che affligge la Somalia. L’Occidente non può attendersi, nonostante l’evidente sforzo economico in corso, di eliminare la pirateria in mare prima che venga riportata la stabilità sulla terraferma in una Somalia mono o pluristato e che vengano risolti in modo equo e irreversibile il problema della pesca abusiva e quello della discarica di rifiuti tossici prodotti per lo più da industrie europee.

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