Pendolari,treni e bus, prezzi alle stelle. Sottufficiale di Marina querelato da Trenitalia

pendolariL’alta velocità, lusso forzato per un esercito di precari. Roma, 9 gen – (di Maurizio Chierici) I treni di rabbia si stanno arrabbiando per gli aumenti che dovranno sopportare. Ogni giorno 2 milioni e 600 mila persone montano in carrozza. 95 per cento pendolari, stipendio medio 1200-1300 euro al mese. Ma le medie sono bicchieri mezzi vuoti che ingannano: bancari, funzionari dalla paga rotonda, uomini d’affari, viaggiatori di commercio arrotondano le buste di co co co, call center, insomma retrovie dei ragazzi che si arrampicano senza fortuna. E poi   gli insegnanti e tra gli insegnanti la folla dei precari, soldi che diventano spiccioli. C’è chi va e viene con in tasca solo un po’ di speranza. In fila ogni mattina davanti agli sportelli romani che distribuiscono supplenze.

Come un miracolo aspettano il loro nome, briciole di qualche settimana in cattedra per restare nel giro ed accumulare punti, tanto per stare a galla. Non possono mollare; eccoli viaggiare negli orari di chi ha un lavoro mentre il loro lavoro è immaginario e il treno a loro spese. La vita agra comincia con la sveglia, 5 del mattino. Scendono dai paesi della Circunvesuviana, 20 minuti in stazione. Poi alta velocità per Roma. Che fine hanno fatto i vecchi intercity? Antonio Trani, sottufficiale di Marina vive a Ercolano ma lavora nella capitale. Fino a qualche tempo fa era presidente dei pendolari campani che ogni giorno vanno e tornano da impegni lontani. Si è stancato di coordinare proposte e proteste. Ha lasciato anche perché Trenitalia prova a spaventare i malumori, attaccando. Gli è arrivata una querela per aver raccontato le solite cose: ritardi, cattivo servizio. “E poi non sa com’è difficile riunire i napoletani in una vigilanza organizzata”.  

La sua giornata non è diversa dalle giornate di tutti. Alle 6 prende il trenino; alla centrale di Napoli monta nel superrapido: “Trenitalia ha fatto sparire le corse normali, non abbiamo scelta. Cinque alta velocità dalle 6,05 alle 8,50. Servizio un po’ meglio ma i ritardi diventano tragedie: mezzora, un’ora, 40 minuti la media. Quando il sottufficiale arriva a Roma corre al metro, 10 minuti ed è piazza del Popolo; a piedi in ufficio dal quale esce la sera dopo aver recuperato il ritardo endemico. Prima delle 8 finalmente a casa. Adesso l’annuncio dei costi che rincarano: 10, 20 per cento in più. Al primo del mese Trani paga 50 euro alla Circun, 350 del Napoli-Roma, 30 il metro. Tutti sperano che il rincaro arrivi almeno dopo le elezioni (se ci saranno). Far arrabbiare prima diventa un salto mortale, quegli 86 euro in meno che i dipendenti non possono detrarre dalle tasse. Insomma, giorni grigi.

Questo il sud, ma al Nord che aria tira? Ettore Fittavolini, quadri Unicredit, Milano, presidente pendolari di Piacenza, risponde alla domanda se dopo un anno di mugugni e contestazioni qualcosa è cambiato. “In peggio. E poi l’annuncio degli aumenti fa vergogna”. Treni vecchi, malandati, gelati d’inverno, bollenti d’estate, sporchi soprattutto. Le signore si avvolgono nelle sciarpe per evitare di poggiare la testa su poltrone dai colori sospetti. Vagoni sempre super affollati. “Colpa dei viaggiatori che partono nella stessa ora”, tampona Trenitalia, ma Fittavolini rincara la polemica degli aumenti. “Noi pendolari su Milano dipendiamo da Emilia e Lombardia e la Lombardia ha già alzato i prezzi del 10 per cento, l’altro 10 arriverà a maggio. Per il momento l’ Emilia no. Ma è possibile allargare il prezzo tagliando prestazioni già scadenti? Di là dal Po hanno abolito 150 treni, stazioni saltate e vita complicata per pendolari che devono alzarsi ad ore antelucane, ormai le corse intermedie non ci sono più. Ogni mattina arrivano a Milano 500 mila persone, 6-7 mila solo da Piacenza. Calano le automobili: prezzi benzina ormai pesanti. Nel 2005 il mio abbonamento costava 77 euro al mese. Col metrò ne pago 111, cinquanta per cento in più e aspetto il rincaro. I commessi e i ragazzi dei call center riusciranno a sopportarlo? A cosa dovranno rinunciare le famiglie monoreddito per andare a lavorare a Milano?”. (Il Fatto Quotidiano)

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