Mio padre andò da Mancino. Manfredi Borsellino (oggi commissario di polizia) è sicuro

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“Il 1° luglio ‘92 incontrò il ministro dell’Interno”.Roma, 15 dic – (di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza) “Mio padre incontrò Mancino al Viminale”, sono rivelazioni di Manfredi Borsellino – oggi commissario di polizia a Cefalù (Palermo) – contenute nel libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, scritto da Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, giornalisti del mensile Antimafia Duemila. Gli autori ripercorrono i giorni oscuri di quel 1992, a cominciare dall’incontro al Viminale – sempre negato dall’allora ministro dell’Interno – tra Paolo Borsellino e Nicola Mancino.

Manfredi Borsellino, il figlio del magistrato ucciso, mette un punto fermo: «Lascio che siano i magistrati e non noi familiari a darsi delle spiegazioni e trarre le loro conseguenze – dice Manfredi – ma so solo, anzi traggo dall’agenda grigia di mio padre, quella che non poteva andare dispersa o sottratta perché sempre a casa dei miei genitori, questa verità assoluta: mio padre il 1° luglio 1992, al   Viminale, incontrò o comunque vide Nicola Mancino, allora appena insediatosi come ministro dell’Interno del governo Amato, e non perché lo sostenga Manfredi Borsellino, ma perché lo scrive su quell’agenda Paolo Borsellino, uno dei due protagonisti di quell’incontro».

Il volume, edito da Aliberti, si iscrive nel filone saggistico sui 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, focalizzando l’attenzione sugli incontri e sugli eventi che caratterizzarono la consapevole corsa di Paolo Borsellino verso la fine. Un filone inaugurato nel 2007 da “L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino” (Chiare-lettere), la prima ricostruzione di quel periodo cruciale per la storia del Paese. «Noi abbiamo sempre avuto l’impressione di “qualcosa” al di sopra delle nostre teste. Già dal fallito attentato all’Addaura si erano appalesate   quelle “menti raffinatissime”, di cui parlava Giovanni Falcone»: l’altra rivelazione arriva da Leonardo Guarnotta, uno dei protagonisti dello storico pool antimafia, oggi presidente del Tribunale di Palermo, per la prima volta rivela che a monitorare le indagini antimafia, dalla fine degli anni Ottanta, c’era una struttura misteriosa della quale riusciva solo ad avvertire la presenza: «Abbiamo sempre percepito qualcosa che “volava” al di sopra di noi, al di fuori delle nostre convinzioni e che poi, alla   fine, finiva per “guidare”, bene o male, la nostra attività… anche se noi in quel momento ne eravamo inconsapevoli…».

La testimonianza di Guarnotta è anche un ricordo sofferto: «Paolo e Giovanni li sento vicini, sento accanto a me i loro insegnamenti… sono stati i miei maestri ed ho cercato di eseguire il loro testamento morale, ho cercato di prendere in mano il testimone che mi hanno passato». E conclude: «Noi vogliamo sapere chi è stato a dare l’ordine di fare quelle stragi, chi è stato il mandante, chi è stata quell’entità che è passata sopra le nostre teste e che ha deciso…». L’entità misteriosa che sembra aver orientato le indagini ed anche il depistaggio su via D’Amelio. E tra i personaggi citati, nel volume di Bongiovanni e Baldo, come presenti sullo scenario della strage di via D’Amelio, si scopre anche il maresciallo Francesco Tumino, interrogato come teste nell’ambito delle indagini sulla sparizione dell’agenda rossa di Borsellino. Tumino, morto nel 2006, è l’artificiere che fece brillare l’innesco dei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti sulla scogliera dell’Addaura, davanti la casa di villeggiatura di Giovanni Falcone il 21 giugno del 1989, impedendo di fatto gli ulteriori accertamenti sull’origine del congegno.

In quell’occasione accusò falsamente un funzionario di polizia, Ignazio D’Antone, indicandolo come presente sulla scogliera dell’Addaura, e per questa ragione fu condannato ad un anno e mezzo per calunnia. Interrogato a Caltanissetta sui misteri dell’agenda rossa, Tumino disse: «Per il mio specifico compito cominciai ad attenzionare il cratere provocato (dall’esplosione, ndr); se ben ricordo, erano le 19 circa, quando notai la borsa (di Borsellino, ndr) in mano a un tale ben vestito che, attraversato il cratere, si diresse verso un capannello di persone ove vi erano i più alti esponenti delle forze dell’ordine». E proseguì: «Tale circostanza mi colpì poiché la borsa risultava per un lato bruciata e per l’altro integra e bagnata. Non conosco il tale che teneva in mano questa borsa e non mi sono accorto a chi l’abbia consegnata. Escludo, tuttavia, che potesse trattarsi di un nostro ufficiale poiché l’avrei riconosciuto». Una testimonianza che scagiona di fatto il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, ritratto in una foto con in mano la borsa del giudice appena ucciso, incriminato e poi prosciolto in Cassazione per il furto dell’agenda rossa. (Il Fatto Quotidiano)

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