Mantovano: “la Polizia indaghi senza il PM”

mantovano-alfredoMa il Pd e i finiani sono contrari. Roma, 20 lug – (di Eduardo Di Blasi)  Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, ha scelto le colonne de Il Foglio per illustrare la propria teoria sul rapporto tra polizia giudiziaria e pm. Ha spiegato che, prima del 1989, con il vecchio codice di procedura penale, “le indagini venivano svolte con una discreta autonomia” dalla prima, avendo solo il vaglio del pm o del giudice istruttore. E ne ha concluso che quel sistema era migliore. Perché oggi, “il pm è diventato il dominus della repressione criminale, colui che decide su cosa indagare, chi indagare e come farlo”, e così facendo, sarebbe riuscito anche a vanificare “l’obbligatorietà dell’azione penale, sancendo di fatto la atipica discrezionalità dell’ufficio di procura, o del singolo pm”. Questo perché, prosegue, il pm predilige “l’ipotesi di reato importante, che dà soddisfazione e notorietà, e che magari colpisce il presunto potente, e invece resta fermo il fascicolo contenente una denuncia per truffa, o una informativa per furto”. Di più, questo pm avrebbe “la pretesa di governare a mezzo di provvedimenti giudiziari in settori che appartengono alla esclusiva responsabilità di istituzioni che non sono la magistratura”. E il riferimento, che in realtà anima l’intera esposizione, è alla fresca condanna in primo grado del comandante dei Ros Giampaolo Ganzer (14 anni in primo grado per traffico di droga), e ai processi istituiti a vario titolo su Mario Mori, Gianni De Gennaro, Niccolò Pollari. Che, in sostanza, si afferma, non dovevano essere indagati.

Cosa dicono Costituzione e codice di procedura
L’articolo 109 della Costituzione italiana afferma: “L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”. A questo si uniforma il codice di procedura penale che all’articolo 337 afferma: “Il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia   di reato, continua a svolgere attività di propria iniziativa secondo le modalità indicate nei successivi articoli”. Il 347 dà invece conto della tempistica. Recita infatti: “Acquisita la notizia di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo, riferisce al pubblico ministero, per iscritto, gli elementi essenziali del fatto e gli altri elementi sino ad allora raccolti, indicando le fonti di   prova e le attività compiute, delle quali trasmette la relativa documentazione”. La chiave di volta è il “senza ritardo”, che taglia la possibilità alla polizia giudiziaria di condurre indagini in proprio. Allungando infatti i temi delle indagini di polizia, il magistrato potrebbe essere informato dell’inchiesta anche dopo diversi mesi.

L’articolo si conclude con una doppia esortazione: alla maggioranza e al governo, affinchè si attivino in tempi rapidi, e a “quella parte della sinistra – oggi non particolarmente presente nel dibattito, ma che pure esiste – a cui non va di avallare questa deriva”.

In verità la proposta sul tema, il governo l’aveva presentata due anni fa, parte integrante delle nuove norme sul processo penale che riprendevano un testo depositato nel 2006 dall’avvocato del premier Niccolò Ghedini. All’epoca, nel 2008, la proposta fu motivo di roventi polemiche essendo considerata figlia diretta di una apertura di credito che il Pd Luciano Violante aveva fatto dalle colonne de Il Giornale, il 2 di settembre, affermando: “Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm” e ricevendo immediato sostegno dallo stesso Ghedini sullo stesso giornale. Sono proposte, d’altronde, che tornano con una certa costanza nel dibattito politico, quelle enunciate da Mantovano. Addirittura nel 1999 furono i Ds dell’allora segretario Walter Veltroni a chiedere che la polizia giudiziaria avesse maggiori poteri e che comunicasse al pm anche “con ritardo”, vale a dire senza porsi i limiti di tempo previsti dall’articolo 347 del codice di procedura (vedere box qui a lato). Ma parliamo di un’altra epoca politica. Più tardi, infatti, l’idea sarebbe stata rilanciata dal deputato Carlo Taormina nel 2005, da Ghedini nel 2006, da Alfano nel 2008. Eppure la riforma del processo penale resta per adesso in Commissione Giustizia al Senato, senza dare l’impressione di accelerare.

Oggi, infatti, se Mantovano non trova sponde nemmeno nella propria maggioranza (la pattuglia dei finiani ha già mostrato la propria contrarietà con un intervento su Micromega di Fabio Granata), il Pd si mostra molto freddo sull’uscita del sottosegretario. Di più: Andrea Orlando, responsabile Giustizia del partito Democratico, vi legge un’alzata di scudi di Mantovano proprio contro Alfano: “Ci sta dicendo che non apprezza la divisione delle carriere così come voluto dal Guardasigilli”, afferma. E spiega: “Perché in un sistema come quello immaginato dal Pdl, con i pm che dipendono dal potere politico, la ‘pubblicizzazione’ dell’azione giudiziaria del pubblico ministero di certo non sarebbe attenuata. Al contrario: per acquisire visibilità sarebbe spinto a muoversi diversamente”. Orlando ritiene d’altronde che la maggioranza e il governo continuino a muoversi “a orologeria”, ritenendo che gli interventi, pubblici o legislativi che siano, arrivano sempre a seguito di indagini o di condanne.

Sempre dal PD d’altronde, anche chi mostra preoccupazione per le indagini sui graduati delle forze di polizia, come Emanuele Fiano, ritengono che il discorso del sottosegretario non stia in piedi. “La condanna di Ganzer – afferma – non può lasciare indifferenti, e credo che sul tema possa esserci un ragionamento sereno tra maggioranza e opposizione. Ma certo non credo possa trattarsi di un complotto dei pm, o che si debba ridisegnare il rapporto tra pg e pm. Anche perché, in questo caso, stiamo   parlando di una condanna di primo grado”. Dello stesso avviso il vicecapogruppo Pd al Senato Felice Casson, che fornisce anche una prospettiva storica, essendo stato pm prima dell’89, quando era in vigore la vecchia legge. “Polizia giudiziaria e pm devono lavorare di comune accordo – spiega – perché solo così ottengono risultati. Prima dell’89, poi, non è che la polizia giudiziaria viaggiasse per conto proprio come afferma Mantovano”. Infine, ricorda, non è nemmeno vero che con quella formulazione non si potesse processare Ganzer: “Su Ganzer aprii un’inchiesta anche io”.

Dino-PetraliaDino Petralia, consigliere del Csm: “Nessuna utilità. È solo una punizione”

Gira e rigira l’obiettivo è sempre lo stesso: limitare, ridurre, imbrigliare, sottomettere l’azione del pubblico ministero al potere politico. Aspirazione primaria e per certi versi comprensibile per il governo Berlusconi ma non estranea alle forze di opposizione che nel tempo hanno gettato le basi per riforme in tal senso seppure oggi si dicano contrarie al disegno di legge sulla riforma del processo penale che parla di una polizia giudiziaria non più come ora alle dipendenze del pm.

Cosa significa e soprattutto quali rischi comporta?

Lo abbiamo chiesto all’ex   procuratore di Sciacca oggi consigliere del Csm Dino Petralia.

Come lei giustamente ricorda una pg più libera e meno asservita alle direttive del pm è un progetto a cui tendono tutte le forze politiche.

La Pg non gode della stessa autonomia e indipendenza che ha il magistrato: resta sensibile ai voleri dei ministeri da cui dipende (Difesa per i carabinieri, Interno per la polizia e Finanze per la Guardia di Finanza). Con questo non si vuole dire che la Pg prenda ordini dai ministri ma la garanzia della indipendenza e della autonomia del pm sta proprio nell’essere autonoma dai poteri ministeriali e politici. Più si svincola la Polizia Giudiziaria dalla dipendenza cosiddetta funzionale al pm più vengono minate l’indipendenza e l’autonomia del pubblico ministero che si avvale di quella forza di   polizia.

Ora la Pg può fare indagini solo su delega del pm mentre la riforma rende libera di fare indagini autonomamente. È così?

La Pg secondo il nostro codice ha già una capacità di indagine e in alcuni casi ha l’obbligatorietà o la facoltatività dell’arresto. Dunque la Pg possiede già e deve possedere per forza uno spazio autonomo di intervento e di investigazione. Il cittadino che deve fare una denuncia, ad esempio, si reca al commissariato o alla caserma. Il problema sta nella volontà espressa dagli interventi prospettati da quest’ultimo disegno di legge sulla riforma del processo penale di svincolare ancora di più la Pg dalle direttive del Pm.  

In che modo? Faccia uno sforzo come se dovesse spiegarlo a degli studenti di scuola media

Certamente è importante che tutti capiscano bene qual è l’intento politico. Si cerca di svincolare la Pg dalle direttive del pm operando su due fronti. L’art. 348 in un suo comma prevede che se la polizia giudiziaria svolge indagini di sua iniziativa deve “informarne prontamente” il pm cioè deve comunicarle, parteciparle al pm che se lo ritiene assume personalmente le   indagini oppure le delega alla Pg. Eliminando quell’“informarne prontamente” la rende completamente autonoma il che vuole dire che, senza limiti di tempo, potrà investigare anche per anni senza l’obbligo di informare il pm di ciò che sta facendo. Questo vuol dire che mentre il pm ha dei tempi dettati dal codice la Pg non ne avrebbe. E si verrebbero a creare due binari di indagini autonomi che non comunicano tra loro. Potremmo   avere il caso in cui il pm conclude un’indagine che viene proseguita dalla Pg senza che il pm lo sappia. Oppure che il pm segua un filone investigativo e la Pg ne segua uno completamente diverso. E a pagarne le conseguenze saranno i cittadini

Perché?

Si vuole ridurre il campo di controllo del pm per una forma di diffidenza che sta diventando vera e propria punizione. (Il Fatto Quotidiano) ico_commenti Commenta

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