Manovra, le mani in tasca agli italiani, ma il premier non voleva metterci la faccia

berlusconi-napolitanoColpiti Sanità, Enti locali e giudici. Bersani: “Ai limiti della Costituzione”. Roma, 30 mag – (di Sara Nicoli – Il Fatto Quotidiano) Non ci voleva mettere la faccia. È racchiuso tutto qui il “giallo” della firma della manovra da parte del presidente del Consiglio: tentare in tutti i modi di far ricadere su qualcun altro – ovvero Tremonti, che ieri se l’è presa con i retroscenisti di Palazzo, augurandogli un “buon week end del 2 giugno” – la responsabilità di misure di correzione dei conti che lo stesso Gianni Letta ha descritto come “piene di sacrifici” e “lacrime e sangue”. E ci ha provato fino all’ultimo a tentare di sfuggire alle sue responsabilità. Si è persino presentato al Quirinale senza le carte, l’altra sera, proprio per avvalorare il fatto che lui non c’entrava nulla, che si era “occupato di tutto Tremonti” e che, dunque, lui non conosceva neppure bene alcuni dettagli del testo. Una bugia. “D’altra parte – avrebbe detto Berlusconi a Napolitano – io sono il presidente del Consiglio, ho delegato il ministro competente”. Ecco, Napolitano è ormai avvezzo a sopportare queste piccinerie di Berlusconi, ma pare che l’altra sera la sua espressione si sia fatta particolarmente severa quando ha chiesto di vedere il testo della manovra e Berlusconi gli ha risposto “non ce l’ho”. C’è voluto un po’ prima che Napolitano capisse quali erano le vere intenzioni del premier, ovvero non firmare la manovra correttiva per non essere costretto a smentire, con i fatti, i suoi migliori slogan tipo “non metteremo le mani in tasca agli italiani” mentre la manovra ce le metterà eccome. Un esempio tra i più eclatanti: il taglio del 10 per cento agli enti locali con possibile reintroduzione di nuovi ticket sanitari a discrezione delle Regioni: se non è questo il “mettere le mani in tasca”, allora cosa? Ecco perché voleva scaricare tutto sulle spalle del ministro dell’Economia, evitando l’oscillazione verso il basso dei suoi sondaggi sul consenso che controlla in modo compulsivo negli ultimi tempi, ma Napolitano non gli ha dato tregua: non si è mai visto, avrebbe sottolineato con forza il capo dello Stato, che una manovra di bilancio non venga firmata dal premier. E comunque, ha poi minacciato, fino a quando il documento è senza firma, io non lo guardo, perché per me non esiste. Ieri mattina, dunque, la sigla di gran fretta di Berlusconi sulla manovra e l’immediato invio al Quirinale. Che già aveva fatto trapelare preoccupazione rispetto alle voci su un nuovo condono edilizio (che Napolitano non avrebbe voluto) nonché ai nuovi tagli alla magistratura che hanno convinto l’Amn a scendere sul piede di guerra minacciando lo sciopero. Ora, comunque, è attesa la valutazione del Colle sull’articolato, anche se Napolitano ha ben pochi margini di intervento, trattandosi di una manovra fatta di tagli (dove, dunque, la copertura economica non è un elemento dirimente) e dove sarà difficile ravvisare elementi di incostituzionalità. Ma la preoccupazione resta. Perché, per dirla con Di Pietro, i tagli previsti sono tali e tanti da non far presagire nulla di buono sul fronte sociale: “Temo che le tensioni possano sfociare in un’autentica rivolta sociale”, ha infatti commentato il leader Idv.

car-tremonti-berlusconiAnche Bersani è stato durissimo: “Questa manovra è il frutto ingiusto di due anni di bugie, e di una politica economica dissennata, che ci ha ridotto gli investimenti e quindi abbassato la crescita; il Consiglio dei ministri non si sa bene che cosa abbia approvato, dopodiché queste carte finiscono in mano a non si sa chi, vengono rimaneggiate prima di essere portate alla presidenza della Repubblica; mi pare – accusa – che siamo ai limiti estremi del quadro costituzionale”. Insomma, un caos. Che spiega i timori di Berlusconi e il suo tentativo di sfuggire alle responsabilità di un correttivo dei conti che, per altro, è davvero “lacrime e sangue”.

Facendo conto dell’ultima bozza del testo, è previsto il blocco del rinnovo e degli aumenti contrattuali per i dipendenti pubblici con possibile blocco anche del turn over, la cancellazione per due anni di due finestre (oggi sono quattro) per il pensionamento di vecchiaia, tagli alla sanità e agli enti locali del 10 per cento, tagli del 10 per cento agli stipendi dei manager pubblici e a quello dei ministri “non parlamentari”: una misura che colpisce solo il leghista Galan, perché tutti gli altri ministri sono parlamentari. E poi, ancora, il “disboscamento” degli enti inutili con un “riordino” di quelli previdenziali”. Tra le misure anche la riduzione dei costi della politica, con una sforbiciata del 10-15 per cento alle indennità dei parlamentari, ma non certo al loro stipendio base, una blanda lotta all’evasione fiscale e un’altrettanto leggera caccia ai falsi invalidi. Tutte cose che Bersani ha bollato come “spettacolo inverecondo” e che, invece, secondo il portavoce del governo, Paolo Bonaiuti, altro non sono che tagli alle spese che favoriscono lo sviluppo: “Altro che giochetti – ha chiosato – come dice il segretario del Pd”. Ne vedremo ancora delle belle, soprattutto all’interno della maggioranza, perché molti dei tagli previsti potrebbero rallentare drammaticamente l’avvio del federalismo fiscale e questo rende Bossi molto nervoso. E’ probabile che Napolitano renda noto il proprio parere agli inizi della prossima settimana, ma ormai la frittata è fatta. E si capisce perché Berlusconi non voleva metterci la faccia.

LI CHIAMAVANO “DRACULA”, ORA LI COPIANO

Dalla tracciabilità alla previdenza, si va verso il remake di Prodi-Visco
(di Mario Seminerio) In questi giorni il tema che appassiona maggiormente analisti ed editorialisti politici è l’immagine di un Berlusconi ormai commissariato dal suo ministro dell’Economia, per qualità e quantità della manovra correttiva che Tremonti ha svelato (forse) al mondo.

L’originale e la copia

Ilpremier, che ha passato gli ultimi anni a promettere che con lui l’Italia cesserà di essere uno “Stato di polizia tributaria”, deve gestire l’ormai palese inclinazione tremontiana a fregarsene altamente del primato del cittadino, sovraordinandogli la Pubblica amministrazione, in quella che potrebbe essere ribattezzata l’operazione “asservire il popolo”. Dopo il sostanziale congelamento della riforma della

LA FORZATURA“irrituale” col Quirinale
Il tentativo di Berlusconi di firmare la Finanziaria dopo il parere del presidente Napolitano, “è un’irritualità che dimostra l’indecisione in merito a un decreto sul quale è estremamente esposto e che non ha potuto verificare totalmente”. Secondo Fulco Lanchester, professore di Diritto costituzionale ed ex preside della facoltà di Scienze politiche de La Sapienza di Roma, “Berlusconi ha tirato per la giacchetta Napolitano, cercando di coinvolgerlo in una decisione che non gli compete”. Che informalmente il premier possa chiedere un parere al Colle sul decreto non è un problema, ma Lanchester è stupito dalla pubblicizzazione dell’indecisione: “E’ evidente la ricerca di maggiore consenso, che Berlusconi non ha trovato politicamente, e che ha quindi cercato in un organo costituzionale di controllo interno. E’ stata una mossa tattica per allargare le responsabilità. Ma la presidenza della Repubblica deve restare garanzia dell’unità nazionale e non si sarebbe quindi potuta esporre su un provvedimento come questo che contiene elementi economici che andranno ad incidere pesantemente sulla coesione sociale”.

Pubblica amministrazione, che rischiava nientemeno di far sorgere diritti in capo ai sudditi, la prima formulazione della manovra parla di inversione dell’onere della prova nei rapporti tra contribuenti e fisco, con i primi costretti a dimostrare al secondo di aver pagato le tasse, e non viceversa. Già questo basterebbe per invocare il ritorno di Vincenzo Visco, perché è comunque meglio l’originale dell’imitazione; ma è l’ipotesi di reintrodurre misure di tracciabilità dei pagamenti, secondo l’idea dell’ex ministro delle Finanze, che metterebbe una bella pietra tombale sul sedicente liberalismo fiscale di Berlusconi. L’obbligo di tracciabilità per transazioni in contanti superiori a 3 mila euro, rispetto alla soglia draconiana di 100 euro prevista dall’ultimo governo Prodi, se confermato, sarebbe un limite pressoché simbolico e del tutto inefficace per contrastare l’evasione, soprattutto se non affiancato da obblighi quali la gestione telematica dell’elenco di clienti e fornitori. Inefficacia a fini del gettito, ma massimo danno al simbolismo da Tea Party fuori tempo massimo del premier. Vi ricordate le campagne di Libero e del Giornale, tre anni addietro, a difesa delle vecchiette costrette a pagare il pane con un bancomat di cui non ricordano il codice? È interessante questa nemesi storica e questo percorso di risveglio alla realtà di una coalizione che è partita dal poujadismo e sta arrivando al redditometro due-punto-zero.

Regioni e dispersioni

Altra ipotesi prodiana è poi la mega-fusione tra enti previdenziali, che sta rapidamente diventando un evergreen della nostra classe politica, un pò come gli asili nido e la soppressione dei mitologici enti inutili, che alla fine non risulteranno tali. Il blocco dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego metterà una pietra tombale sul principio di incentivazione di produttività e meritocrazia, e una spruzzata di demagogia populistica verrà con il taglio delle retribuzioni dei dirigenti pubblici più “ricchi”. Al momento manca ogni ipotesi di razionalizzazione dei centri di spesa e procurement della Pubblica amministrazione, che restano frantumati e frammentati, e dietro ai quali si nasconde l’“idra” della spesa pubblica, al netto delle varie cricche. Bisognerebbe chiedersi perché sono lustri che si favoleggia di creare centrali d’acquisto regionali per la Sanità, la cui spesa evidenzia indici di dispersione territoriale del tutto patologici (rectius: delinquenziali), eppure nulla è mai stato fatto al riguardo, mentre bisognerebbe che qualcuno spiegasse a Bossi e Calderoli che tutto quello che è stato fatto finora dal governo va in direzione diametralmente opposta alla creazione di un federalismo fiscale.

Le riforme strutturali

Indipendentemente dal dettaglio della manovra – che muta di ora in ora e continuerà a cambiare nonostante la firma di Berlusconi – e tra documenti rimossi dal portale del ministero dell’Economia e procedure inusuali, quello che appare evidente è che anche a questo giro il Paese non potrà contare su riforme di struttura, capaci di stimolare la crescita. Nella migliore delle ipotesi avremo un remake sbilenco delle misure di Prodi e Visco, con abituale diluvio retorico capezzoniano sulla “sinistra che rema contro”. Chissà quando a Palazzo Chigi-Grazioli ci si renderà conto che è cambiato il mondo, nel senso che la crisi ha lasciato come cicatrice profonda una riduzione permanente del potenziale di crescita. Non è un caso che i mercati stiano prezzando l’ennesimo gradino nel differenziale tra Btp e Bund, giunto ormai a 1,4 punti percentuali sulla scadenza decennale. Aggiungiamo l’inevitabile diluizione dei provvedimenti e il risultato sarà qualcosa più di un’alzata di sopracciglio da parte dei mercati. ico_commenti Commenta

In apertura, il presidente Napolitano insieme con Silvio Berlusconi (FOTO ANSA)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.