Mafia, Martelli al processo Mori: mai saputo di una trattativa

martelli-processo“Sui colloqui con Ciancimino mi lamentai dei ROS con Mancino”. Palermo, 6 apr.- (di Elvira Terranova – Adnkronos) – Sapeva che nella calda estate del ’92, dopo la strage di Capaci, c’erano stati dei contatti tra i Carabinieri del Ros e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino “per fermare le stragi”, ma a distanza di diciotto anni, l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli respinge con forza l’idea di una “trattativa” tra Stato e mafia. L’ex Guardasigilli ha parlato oggi per più di due ore al Tribunale di Palermo nel processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell’ottobre del 1995, nelle campagne di Mezzojuso, nel cuore della Sicilia. Chiamato a deporre dai magistrati che rappresentano l’accusa, i pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo, Martelli ritorna indietro nel tempo e ricorda il periodo “tra il febbraio del ’91 e il febbraio del ’93”, quando ricopriva la carica di ministro. Si infervora quando i pm gli chiedono se fosse a conoscenza di una trattativa: “Se solo avessi avuto sentore di una trattativa di un pezzo dello Stato con un pezzo della mafia, avrei fatto l’inferno e l’avrei denunciato pubblicamente”. Il generale Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Pietro Milio e Sandro Musco, ascolta in silenzio le parole dell’ex politico, ma spesso dà segni di nervosismo, soprattutto quando Martelli ribadisce più volte che i Ros, nel ’92 agirono con “un comportamento di insubordinazione”. Così, tra una pausa e l’altra del dibattimento, il generale sbotta

mori1

Generale Mario Mori

fuori dall’aula: “Ma quale insubordinazione? Non andavo mica in giro senza delega? Non siamo nello Zambia! Martelli avrebbe dovuto rivolgersi alla Procura di Palermo, evidentemente se non l’ha fatto non era un buon ministro…”. Ma Martelli, rispondendo ai difensori ribadisce più volte di non avercela con gli ufficiali del Ros: “Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni – dice – ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato”. “Sono convinto – aggiunge nel controesame dei legali dell’imputato – che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato, cioè contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile”. Per questo motivo Martelli, come conferma oggi, “mi lamentai del comportamento del Ros con il ministro dell’Interno dell’epoca”. Ma se in un primo momento è indeciso tra Vincenzo Scotti e Nicola Mancino, solo alla fine dell’udienza dice: “Propendo per Mancino, ora, alla luce delle date e ricordando meglio, credo si trattasse proprio di Mancino”. Ma Mancino, come apprende l’ADNKRONOS, in un verbale ancora secretato, aveva detto nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo di non avere “mai saputo di contatti tra il Ros e Vito Ciancimino”.

martelli-processo1

Martelli durante la sua deposizione a Palermo (foto ANSA)

“Nell’estate del ’92 il generale Delfino mi preannunciò l’arresto di Riina”– Sempre oggi l’ex ministro della Giustizia fa un’altra rivelazione inedita in aula, cioè che l’arresto del super boss mafioso Totò Riina, avvenuto nel gennaio del 1993 a Palermo, era stato in qualche modo preannunciato dai militari dell’Arma già nell’estate del ’92. “Il generale dei Carabinieri Francesco Delfino, nell’estate del ’92 – dice Martelli – vedendomi preoccupato per la situazione di quel periodo, mi disse che dovevo stare tranquillo perchè mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro”. Delfino in quel periodo era comandante della Regione dei carabinieri in Piemonte e Riina era latitante da una ventina d’anni. “Lì per lì – dice ancora Martelli  – mi parve solo un auspicio”. Ma l’arresto arrivò davvero e proprio ad opera dei carabinieri del Ros nella celebre operazione guidata dal Capitano Ultimo il 15 gennaio 1993. Martelli racconta in aula, davanti ai giudici della quarta sezione del Tribunale quanto dichiarato ai magistrati nell’interrogatorio dell’ottobre 2009, in seguito all’intervista rilasciata alla trasmissione “Annozero”. In quell’occasione Martelli  disse, per la prima volta pubblicamente, a 17 anni dalla strage di via D’Amelio, che il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato informato da Liliana Ferraro, collaboratrice di Martelli al ministero della Giustizia, dei colloqui tra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Parla anche di “rapporti stretti” tra Ros e Vito Ciancimino, Martelli. E poi racconta come aveva saputo dei contatti tra i Carabinieri di Mori e l’ex sindaco di Palermo: “Nel giugno del ’92 – dice – l’allora direttore degli Affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, mi disse che aveva incontrato il capitano Giuseppe De Donno”, allora braccio destro di Mori, e che l’ufficiale “le aveva riferito di avere preso contatti con il figlio di Ciancimino, Massimo, con lo scopo di incontrare il padre “per fermare le stragi”. “Ferraro – dice ancora Martelli – mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Paolo Borsellino, come magistrato competente in materia”.

ciancimino

Massimo Ciancimino

“La Ferraro mi disse che il Ros voleva il supporto politico del ministero”– “Liliana Ferraro mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa – prosegue ancora Claudio Martelli – io mi adirai perchè trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri. Avevamo appena creato la Dia, che doveva coordinare il lavoro di tutte le forze di polizia e quindi non capivo perchè il Ros agisse per conto proprio”. Infuriato Martelli avvertì quindi l’ex capo della Dia, il generale Taormina, e l’allora ministro dell’Interno. Appunto, Nicola Mancino. Ma Mancino sostiene di non ricordare. Sempre Martelli ha parlato oggi di un secondo incontro tra l’allora capitano Giuseppe De Donno e l’ex direttore degli affari penali Liliana Ferraro. “Nell’ottobre del 1992 – dice – Ferraro mi disse di avere visto de Donno e che questi le aveva chiesto di agevolare alcuni colloqui investigativi tra mafiosi detenuti e il Ross e se c’erano impedimenti a che la procura generale rilasciasse il passaporto a Vito Ciancimino”. E ancora una volta Martelli si infervora: “Dare credibilità a Vito Ciancimino, a tutti gli effetti un capomafia, per cercare di catturare latitanti – spiega – era un delirio. Per questo chiamai l’allora procuratore generale di Palermo Bruno Siclari esprimendogli la mia contrarietà al rilascio del passaporto”. Massimo Ciancimino, in uno dei suoi interrogatori recenti, ha detto che il padre gli disse di essere “stato preso in giro dai Carabinieri” proprio sul rilascio del passaporto, perchè da lì a poco, nel dicembre del 1992 venne arrestato. E da allora non uscì piu’ dal carcere e dagli arresti domiciliari, fino alla sua morte avvenuta nel novembre del 2002.

“Dopo l’applicazione del carcere duro ebbi obiezioni da alcuni deputati”– Nel corso della sua lunga deposizione, Claudio Martelli, rivela anche alcuni aneddoti. Come quello sulle restrizioni per i boss mafiosi, dopo la strage di Capaci, del 23 maggio 1992, costata la vita al giudice Giovanni Falcone e a cinque agenti della sua scorta, quando il governo applicò il cosiddetto “decreto Falcone” che prevedeva una serie di interventi legislativi contro la mafia. Il disegno di legge sul 41 bis “venne accolto con resistenze molto forti e forti perplessità in Parlamento”, ribadisce Martelli in aula. Rispondendo al pm Antonio Ingroia, su come venne accolto dall’Aula il ddl sul carcere duro, Martelli replica: “Ci furono riserve e obiezioni espresse da molti colleghi parlamentari. Non ricordo tutti i loro nomi, ma due in particolare, con la cautela del caso: l’onorevole Egidio Alagna, deputato socialista di Trapani, e Guido Lo Porto, deputato dell’allora Msi”. “In fase di discussione in aula -prosegue Martelli- ci furono molti pareri contrari anche da parte dei parlamentari più garantisti che temevano una ripercussione negativa sul clima delle carceri”. Un altro aneddoto riguarda la sua permanenza al Ministero della Giustizia: “Nell’estate ’92 Amato mi disse che Craxi non voleva che restassi ministro della Giustizia e io gli risposi “digli che resto”. Dopo pochi giorni Amato mi richiamò e mi disse che andava bene. Mentre Vincenzo Scotti lasciò il ministero degli Interni”. “Mi sono chiesto più volte il perchè della decisione di Craxi – dice ancora- invece la decisione fu presa dalla Democrazia cristiana. Forse si pensava che avrei esagerato nella lotta alla mafia, senza di me sarebbe finita la fase acuta di contrapposizione a cosa nostra. Ma io non potevo accettare e andarmene. Lo dovevo anche a Giovanni Falcone. Ricordo, ad esempio, sui “giudici ragazzini”. Con il tempo Cossiga si impossessò della questione, ma in realtà la sollevammo io e Falcone. Lo Stato rischiava di continuare a soccombere. Dopo le stragi c’era una sensazione di uno Stato in ginocchio ed era giusto che io mi preoccupassi e restassi al mio posto”.

La procura ha chiesto e ottenuto la citazione di Fernanda Contri– Sempre oggi Procura e difesa hanno chiesto di integrare l’attività istruttoria del processo. I pm hanno chiesto e ottenuto l’audizione dell’ex segretario generale della Presidenza del Consiglio Fernanda Contri, ma anche dell’avvocato Giorgio Ghiron, a lungo difensore di Vito Ciancimino e del colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo. Citati anche l’ex “consigliori” di Provenzano, Pino Lipari, l’avvocato Giovanna Livreri e l’ex difensore di Massimo Ciancimino, Roberto Mangano. Chiesta poi la trascrizione dell’intercettazione telefonica tra gli avvocati Gianni Lapis e Giovanna Livreri. La difesa di Mori e Obinu si è detta d’accordo sulle audizioni di Contri, Ghiron e Giraudo, mentre si è riservata sulle altre richieste. La stessa difesa ha poi chiesto di produrre la trascrizione dell’interrogatorio reso dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia, il 2 novembre del ’97 davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Palermo nell’ambito del processo Borsellino-Bis. Ma il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, ha ammesso tutte le richieste sia di accusa che di difesa. Il primo teste a essere ascoltato sarà il colonnello Giraudo nell’udienza del 4 maggio.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.