Mafia: Cuffaro in carcere a Rebibbia. A Santa Maria Capua Vetere l’ex maresciallo dei carabinieri coinvolto

cuffaroPalermo, 22 gen – Sono stati già accompagnati nella caserma del comando provinciale di Palermo due degli imputati condannati oggi in via definitiva dalla Corte di Cassazione nell’ambito del processo Cuffaro. Si tratta dell’ex maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, che deve scontare una pena 7 anni, 5 mesi e 10 giorni di carcere, con uno sconto di appena 6 mesi rispetto alla condanna d’appello a 8 anni. Riolo è stato prelevato dai carabinieri, suoi ex colleghi, dalla sua abitazione di Piana degli Albanesi (Palermo), dove si trovava con la sua famiglia ad attendere il verdetto della Cassazione. In caserma anche l’ex manager della sanità Michele Aiello a cui i giudici hanno confermato la condanna a 15 anni e mezzo di carcere. Il 23 gennaio di un anno fa, subito dopo la condanna in appello, era già finito in carcere ma nel frattempo era tornato a casa per motivi di salute. Adesso il ritorno in carcere. I due sono in caserma in attesa di formalizzare il provvedimento d’arresto. Subito dopo Riolo verrà portato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, mentre Aiello finirà forse al carcere Pagliarelli.

Cuffaro: baci, voti e inchieste, la parabola di “Totò vasa vasa”

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Intervista di Santoro a Totò Cuffaro. icon-video Clic per guardare il video

In principio fu “Puffaro”. “Dica quello che deve dire Puffaro, ma lasci parlare anche gli altri”. Quel nome lo affibbiò a Totò Cuffaro, chissà quanto maliziosamente, Michele Santoro, nel settembre del ’91, in una trasmissione condotta assieme a Maurizio Costanzo in memoria di Libero Grassi. Il futuro governatore si presentò per la prima volta davanti all’Italia televisiva, rosso in faccia, in maniche di camicia, per difendere Calogero Mannino da “una volgare aggressione alla migliore classe dirigente della Democrazia cristiana in Sicilia”. Fu quello, sotto lo sguardo sardonico del giudice Giovanni Falcone, ospite di Santoro, una sorta di debutto per l’enfant prodige democristiano di Raffadali, da qualche mese deputato regionale sull’onda dei suoi 79.970 voti, erede riconosciuto di Mannino, ma anche autonomo costruttore di una prodigiosa e ineguagliata macchina elettorale, fatta di un continuo “contatto con la gente”, di un’espansività che lo porta a baciare tutti e che gli è valsa un altro dei suoi soprannomi, “Totò vasa-vasa”. Mai all’opposizione, se non tra il 1980 e il 1985, nelle vesti di giovane consigliere comunale nella “rossa” Raffadali. Nato il 21 febbraio 1958, nella casa familiare, come usava all’antica, figlio di due maestri di scuola, Raffaele e Ida, Cuffaro frequentò le scuole dai salesiani a Palermo, dove al liceo classico “Don Bosco” si guadagnò tra i compagni il soprannome di “Totò pizzetta”, per il proverbiale appetito. Una pinguedine poco televisiva secondo Berlusconi che, nel candidarlo alla presidenza della Regione, gli suggerì di dimagrire. Cuffaro non ne volle sapere e dopo il trionfo elettorale scherzò sull’inopportunità di “perdere peso”. La giovinezza tra i salesiani lo ha formato a un cattolicesimo sempre rivendicato fino al pellegrinaggio nell’estate del 2007 a Santiago di Compostela. Ma anche l’università fu palestra politica: nel 1978, mentre studiava medicina, per poi diventare radiologo, si votò per il rinnovo degli organismi universitari: “Un successo clamoroso”, raccontò ricordando i primi passi nel Movimento giovanile Dc, all’ombra della corrente di Nino Gullotti e ispirato da Angelo La Russa. Il principio, certo, non sembrava promettere nulla di buono, se si pensa al servizio militare: “Facevo le visite di idoneità”, raccontò l’ex governatore: i ragazzi si presentavano alla visita, io dovevo controllare eventuali anomalie ai testicoli. Cento visite al giorno, 500 a settimana, 2.000 al mese, 24mila in un anno. Diventai un vero esperto in… palle”.

Poi Raffadali, l’elezione in Consiglio comunale a Palermo nella lista Dc capeggiata da Leoluca Orlando, le “tentazioni” di aderire al progetto della Rete, lo sbarco all’Ars degli inquisiti nel 1991, e i giorni dell’arresto del suo “maestro” politico, Calogero Mannino con cui aveva stretto un sodalizio nel 1983, al congresso che la Dc tenne ad Agrigento, durante il quale fu messo alla porta Vito Ciancimino. La sinistra scudocrociata si prese il partito in Sicilia che Ciriaco De Mita affidò a Sergio Mattarella e Mannino. Quest’ultimo, che da tempo osservava il promettente Cuffaro, lo lanciò nell’arena politica che contava, incassando nell’85 oltre 4mila voti che non gli bastarono però a varcare la soglia di Palazzo delle Aquile. Ma fu solo l’inizio: nel 90 entrò di prepotenza grazie a 20.000 preferenze: un autentico ciclone alle spalle di Orlando. L’anno dopo eccolo nel Parlamento regionale, con quasi 80.000 consensi. Anni difficili che travolsero Mannino: «Fu un dramma – raccontò Cuffaro in un libro – sotto tutti i punti di vista. L’arresto di una delle persone più importanti della mia vita, ma anche l’inchiesta che mi sfiora perchè nella vita di Mannino c’ero io. Ho vissuto mesi d’angoscia. Ogni giorno andavo a trovare la moglie di Lillo, cercavo di aiutarla come potevo. Sapevo che in molti avevano rinnegato la loro amicizia, parassiti che erano scappati nel momento del bisogno. E vivevo il dramma di una donna che una volta alla settimana, alle cinque del mattino, andava a fare la fila in carcere per parlare col marito. Poteva portargli al massimo due chili di roba. Ed ero lì, con lei, quando preparava la borsetta con un po’ di prosciutto, due pere, due mele, la mozzarella, qualche libro». Il cerchio sembra stringersi anche attorno a Cuffaro. Lui non nega: «E come poteva essere altrimenti? Io conoscevo le stesse persone di Mannino, vivevo nella sua ombra. Mi interrogarono pure, fecero indagini nei miei confronti. La notte non riuscivo a prendere sonno. Ero convinto che, prima o poi, alle quattro del mattino suonassero al citofono e mi chiudessero in cella. Avevo talmente somatizzato il mio arresto che una notte, alle 4, il citofono suonò davvero. Mi alzai, il cuore mi batteva a mille. Svegliai mia moglie: Giacoma, sono venuti a prendermi. Sentii suonare pure il campanello di casa. Mi affacciai sul pianerottolo. Non c’era nessuno. Scesi di un piano, forse hanno sbagliato pensai. Ma anche lì nessuno. La realtà è che avevo “inventato” il mio arresto, tanto ero talmente fuori di testa. Ho detto basta, da oggi non devo avere più paura».

Nel ’96 si tornò a votare e Cuffaro sull’onda dei suoi 16.000 voti nelle liste del Cdu, andò a guidare l’assessorato all’Agricoltura da dove non si mosse nonostante il ribaltone che portò per la prima volta alla guida della Regione un ex Pci, Angelo Capodicasa. E nel 2000 non cambiò “indirizzo” neppure sotto i colori del centrodestra guidato da Vicenzino Lenza. Nel 2001, ecco la candidatura alla presidenza della Regione: avversario Leoluca Orlando che resistette alla sua onda d’urto. L’uomo venuto da Raffadali diventò il primo governatore siciliano eletto dal popolo e la sua prima dichiarazione fu: “Affido la Sicilia alla Madonna”. Un successo bissato nel 2006, quando ebbe di fronte Rita Borsellino. Un’ascesa inarrestabile intrecciata, però, con i suoi guai giudiziari in cui affiorano nomi come quelli di Angelo Siino, il “ministro ai Lavori pubblici” di Totò Riina, il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e gli esponenti della famiglia mafiosa di Villabate, Antonino e Nicola Mandalà, i medici Salvatore Aragona e Vincenzo Greco. E, poi, quelle accuse, sempre contestate, di avere preso tangenti, o dato informazioni, come si disse nel processo alle “Talpe alla dda”, su indagini riservate e intercettazioni. Quei rapporti con l’imprenditore della sanità, Michele Aiello, accusato di essere il prestanome di Bernardo Provenzano e il regista delle “talpe”. E l’accusa “infamante” di avere favorito la mafia. Contestazioni da cui si è difeso nel processo, anche rivendicando le scelte compiute a Palazzo d’Orleans, come la campagna “La mafia fa schifo”. “Non ho mai consapevolmente incontrato mafiosi, non ho mai chiesto voti alla mafia, non ho mai promesso nulla alla mafia e ai mafiosi”, ha ripetuto dopo la condanna in primo grado del 18 gennaio 2008, a 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di segreto, con l’esclusione di avere agevolato Cosa nostra. “Sono forse l’uomo politico più intercettato d’Italia. Per quasi vent’anni – ha detto dopo la sentenza di primo grado – sono stati messi sotto controllo tutti i miei telefoni di ufficio e di casa, quelli dei miei familiari e dei miei collaboratori, di tutti i miei amici e degli amici delle persone a me vicine. E la procura ha dovuto costatare che in 2.800.000 contatti telefonici non ce n’è stato solo uno tra le utenze dei mafiosi e quelli a me riconducibili”. Il 26 gennaio 2008 l’addio a Palazzo d’Orleans sull’onda dei cannoli esibiti dopo la condanna in primo grado. Poi la rielezione al Senato nell’Udc. Nel 2010 la più pesante condanna in appello: da 5 a 7 anni, con l’accusa, questa volta, di avere agevolato la mafia. Più recente l’addio alla Vela e l’avventura nel Pid, sempre accanto a Mannino. Oggi l’ultima parola della Cassazione che ha confermato la condanna. (AGI)

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