L’uomo chiamato Exodus. Addio al capitano “Ike”

exodus1947Roma, 27 dic – (di Giancesare Flesca – Il Fatto quotidiano) Nessun giornale italiano ha ripreso una scarna notizia proveniente da Israele nella quale si informava che il 23 dicembre, all’età di 86 anni, era morto Yitzhak “Ike” Aharonovitch, il capitano della nave Exodus 1947, che ebbe una decisiva importanza nella nascita dello Stato ebraico. Ike era un giovane ufficiale di marina che agli ordini dell’organizzazione di guerriglia israeliana Haganah compì un’operazione complessa, il cui scopo era di dimostrare come a quell’epoca, con la Palestina sotto il mandato britannico, i superstiti della Shoah dovevano rivivere gli orrori della deportazione e della violenza. E dimostrare anche con quanta determinazione i sopravvissuti vollero tornare in quella che per loro era la “terra promessa” da Mosè ai figli di Israele, con quanto coraggio si batterono per sconfiggere la politica inglese, decisa a negare loro questo diritto. La storia venne raccontata in parte da un romanzo di Leon Uris e da un film di Otto Preminger che suscitò in tutto il mondo una grande emozione. Dunque Aharonovitch era arrivato nel 1932 in Palestina dalla Germania e i genitori l’avevano mandato a Londra a studiare da ufficiale di marina. Ma il ragazzo era troppo irrequieto per affannarsi sui sestanti e sulle carte nautiche. Così si trovò invischiato in un traffico illegale di immigrati ebrei verso il paese da dove lui era partito e dove ancora vivevano i suoi genitori. A quell’epoca i coloni avevano cominciato ad affluire in Israele. Al fondatore del sionismo Theodor Herzl nel 1916 le grandi potenze avevano offerto come possibili foyer nazionali soltanto Cipro, il Sinai, l’Uganda e la Pampa argentina. Ecco allora la scelta di tornare alla terra della Torah, inizialmente senza atteggiamenti aggressivi con gli arabi che vi erano insediati. Quasi tutti di orientamento socialista, i primi coloni, delusi dalle promesse occidentali, guardavano allora con simpatia verso l’Unione Sovietica.
All’inizio degli anni 40 il futuro capitano dell’Exodus 1947 aveva cercato di arruolarsi nell’Armata Rossa per combattere contro i nazisti. Non ci riuscì, ma il caso gli offrì presto un’altra possibilità, molto più clamorosa. Ancorata nel fiume Potomac che bagna Washington c’era una vecchia nave per merci e passeggeri, la President Warfield. La nave era malmessa, tanto che non sembrò affatto strano che una compagnia chiamata Potomac Shipwrecking volesse comprarla per disarmarla del tutto. Fu così che l’Exodus 1947 cadde in mano a un’organizzazione di “terroristi ebrei”, come gli inglesi chiamavano i combattenti dell’Haganah, dell’Irgoun e delle altre forze di guerriglia anti-britannica in Palestina.
La nave rimessa su in qualche modo lasciò Baltimora il 25 febbraio del 1947 e fece rotta per il Mediterraneo al comando, appunto, di Yitzhak Aharonovitch, affiancato da una specie di commissario politico, Yossi Harel.
L’Exodus 1947 buttò le acque nel porticciolo di Sele, una cittadina francese di pescatori, non lontano da Montpellier. A bordo si stiparono 4515 profughi, la cui unica speranza era quella di arrivare in Israele. Ma, come abbiamo già visto, la Gran Bretagna era contraria a quel trapianto. Il viaggio della vecchia nave durò sette giorni, dall’11 al 18 luglio. Quando da lontano videro le coste palestinesi, grande fu l’emozione fra i passeggeri. Grandissima, ma di breve durata. L’Ajax, un vascello di Sua Maestà aveva seguito da vicino la Exodus 1947 fin dall’inizio e, al momento giusto, abbordò la nave ebraica con grande energia. I passeggeri si opposero con tutti gli attrezzi che avevano sotto mano. “Ike” chiese agli ufficiali inglesi di andarsene perché si trovavano a 40 km dalla costa, in acque internazionali. Ma dopo aver ucciso almeno tre marinai, gli inglesi ordinarono al comandante di far rotta verso Cipro, all’epoca colonia britannica. A questo punto Exodus 1947 diventò un caso internazionale, la stampa cominciò a criticare Londra, ma il Foreign Office era convinto che si dovesse evitare in ogni modo il ritorno degli ebrei nella terra degli avi, anche perché altre navi simili, come il Runnymade Park, sfidavano il dominio dell’Impero sulle onde. Exodus fu portata nel porto allora palestinese di Haifa, dove morirà un decennio appresso, i suoi ospiti vennero caricati su tre navi più consone. “Ike” Aharonovitch avrebbe voluto resistere all’ukase degli occupanti, ma Ben Gurion, che due anni dopo sarebbe diventato il primo Presidente dello Stato ebraico, accettò la resa. Un pugno di militanti riuscì a fuggire nelle stradine di Haifa, ma la quasi totalità dei passeggeri cominciò, senza capirlo, un altro capitolo della Shoah. Non sapendo che farsene di quelle 4500 persone, Londra le portò addirittura nei porti tedeschi del Baltico. Da lì, dopo altri scontri violenti con la polizia militare, furono sistemati nei campi di concentramento costruiti dai nazisti a AmStau e a Eppendorf: baracche circondate dal fil di ferro, inservienti tedeschi e giovani marinai inglesi cui i luoghi ispiravano comportamenti nazisti. Soltanto con l’aiuto degli americani, dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel gennaio nel 1949, mille ottocento dei quattromila cinquecento profughi della Exodus 1947 arrivarono nella Terra Promessa. I restanti tornarono poco a poco, dopo aver subito altri maltrattamenti ed altre umiliazioni. E nei primi tempi i cittadini di Israele vennero percepiti come un rischio per l’Occidente, perché si temeva che attraverso il loro Paese, Stalin mettesse le mani su tutto il Medio-Oriente. Il capitano “Ike” continuò a raccontare tutta la vicenda ai ragazzi di Hadera, un paesino lontano dal mare dove s’era ritirato. Ma col passare del tempo i giovani vollero sempre meno saperne di dolori, discriminazioni, eroiche lotte di uomini che spendono la vita per difendere la loro terra.

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