Libia: parte missione italiana protetta da militari. Russia e Francia contro la No-fly zone

gheddafi1Roma, 2 mar – L’Italia fa le sue mosse sul fronte dell’emergenza profughi in nord Africa, che sta prendendo sempre più forma dopo lo scoppio della crisi libica e da’ il via ad una missione umanitaria in Tunisia, paese confinante con la Libia. Nel corso del vertice di ieri sera a Palazzo Chigi presieduto da Silvio Berlusconi è stata messa a punto una missione che comincerà entro le prossime 48 ore, per fronteggiare gli eventuali esodi dal paese di Tripoli. In Tunisia si recheranno la Croce Rossa, la Protezione civile, i Vigili del fuoco (protetti ovviamente da militari) e verrà costruito un campo profughi per dare assistenza a coloro che scapperanno dalla Libia. L’iniziativa italiana, ha chiarito comunque ieri sera il ministro dell’Interno Roberto Maroni, avrà come obiettivo anche quello di impedire che i profughi partano in direzione dell’Italia e dell’Europa più in generale. La missione umanitaria italiana, che avrà uno stanziamento iniziale di 5 milioni di euro, prende forma davanti alle informazioni che arrivano dal fronte libico, dalle quali emerge che le rivolte contro Gheddafi hanno spinto verso la Tunisia – altro Paese dell’area oggi caratterizzato da una forte instabilità politica e sociale – circa centomila persone, alle quali il paese africano non è in grado di dare ospitalità. L’Italia stima di poter assistere almeno 10 mila profughi. Nel corso della riunione di ieri Berlusconi ha chiamato il premier britannico David Cameron per informarlo dell’iniziativa italiana e per trasmettergli l’auspicio che altri Paesi possano unirsi alla missione.

Navi militari Usa entrate nel canale di Suez

Le due unità della Marina statunitense “Uss Kearsarge” e “Uss Ponce”, dirette verso la Libia, sono entrate questa mattina all’alba nel Canale di Suez e si dirigono verso il mediterraneo: lo hanno reso noto le autorità egiziane. Per l’attraversamento del Canale occorrono circa dodici ore: la Us Navy ha inviato altre unità per scortarle verso la Libia, dove dovrebbero venire impiegate in missioni di soccorso umanitario. Tuttavia, la portaelicotteri Kearsarge è un’unità multiruolo che trasporta anche mezzi da sbarco, oltre a disporre di un ospedale: può quindi essere impiegata sia in missioni civili che strettamente militari. Nel Mar Rosso si trova anche la portaerei “Uss Enterprise”, in grado se necessario di impiegare i caccia di cui dispone per garantire il rispetto di una eventuale zona di interdizione al volo sulla Libia.

Russia e Francia contro la no-fly zone

“La Russia frena Washington sull’imposizione di zone di interdizione al volo sulla Libia e trova il consenso della Francia mentre la Casa Bianca mantiene alta la pressione militare su Muammar Gheddafi. Rompendo un silenzio durato sin dall’inizio della crisi libica, – riporta Maurizio Molinari su LA STAMPA – il Cremlino ieri ha battuto un doppio colpo. Un portavoce del presidente Dmitry Medvedev ha definito il colonnello libico un “cadavere politico la cui stagione è finita” auspicando che “vada via al più presto” mentre il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, da Ginevra ha descritto l’idea di far rispettare delle “No Fly Zone” sui cieli della Libia come “superficiale”. “Le grandi potenze dovrebbero piuttosto concentrarsi sulla piena applicazione delle sanzioni votate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu” ha sottolineato Lavrov, trovando il consenso del collega francese Alain Juppè che da Parigi si è detto “contrario ad un intervento militare il Libia senza un chiaro mandato delle Nazioni Unite” anche perchè “un’azione della Nato può essere controproducente”.

Anche il premier britannico David Cameron sembra muoversi in questa direzione auspicando “diplomazia prima delle no fly zones” pur dicendosi pronto “all’uso della forza se necessario”. Per comprendere quanto sta avvenendo bisogna ascoltare i diplomatici europei che al Consiglio di Sicurezza dell’Onu si occupano del dossier-Libia: “Per le No Fly Zones servono aerei, basi, cisterne volanti e l’autorizzazione ad abbattere aerei ed elicotteri di Gheddafi, si tratta di un’operazione militare e farla svolgere dalla Nato sul territorio di un Paese arabo potrebbe avere conseguenze esplosive”.

Attorno al “niet” di Lavrov c’è dunque un consenso ampio. A prenderne atto è Ander Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, che dice: “Solo se il Consiglio di Sicurezza lo chiederà prenderemo in considerazione le No Fly Zones”. Poichè ad avanzare, informalmente, tale scenario era stata la Casa Bianca per Barack Obama si tratta di prendere atto della difficoltà di condurre un’intervento militare multilaterale. Per questo Mike Mullen, capo degli Stati Maggiori Congiunti, fa un mezzo passo indietro: “Siamo pronti ad interventi di emergenza ma nessuna decisione è stata presa”. Fonti del Pentagono – prosegue Molinari su LA STAMPA – spiegano alla tv Cbs che “le opzioni sono molte, potremmo impiegare i marines in un’operazione umanitaria di terra in Cirenaica oppure condurre un attacco elettronico ai centri del potere di Gheddafi per impedirgli di far arrivare ordini alle truppe”. A conferma dell’intenzione di mantenere sotto pressione il colonnello le unità della Us Navy continuano la marcia di avvicinamento alla Tripolitania: la portaerei Eisenhower è all’entrata del Canale di Suez, proveniente dall’Oceano Indiano, mentre la USS Kearsarge sarebbe più vicina, con a bordo centinaia di marines, elicotteri e mezzi anfibi.

Per accrescere ulteriormente l’assedio a Gheddafi, Hillary Clinton preannuncia una “nuova inchiesta sull’attentato di Lockerbie” sulla base delle dichiarazioni di alcuni alti funzionari libici sul fatto che sarebbe stato proprio il colonello ad ordinare l’attentato del 1988. Su questa linea, l’Onu ha sospeso Tripoli dal Consiglio per i Diritti Umani. L’impressione – conclude Molinari su LA STAMPA – è che l’amministrazione Obama punti per il momento a un rigido isolamento internazionale di Gheddafi nella convinzione che le forze ribelli della Cirenaica possano riuscire a prendere Tripoli, contando magari sul sostegno di contingenti di truppe speciali occidentali.

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