Libia, massima allerta nelle basi militari italiane

gheddafiAerei ed elicotteri si stanno spostando nel sud Italia. Abu Dhabi, 21 feb. – “Le basi militari italiane sono entrate in stato di massimo allerta dopo l’atterraggio di due elicotteri e di due aerei libici a Malta”: lo confermano fonti della Difesa, spiegando che si tratta di “un provvedimento dovuto”, in cosiderazione della gravità della situazione nel paese africano. Aerei ed elicotteri militari italiani si starebbero spostando verso il sud Italia a scopo preventivo.

Libia in fiamme, l’Europa dorme

Il crollo in borsa di oggi del titolo Eni mentre aumenta il prezzo del petrolio e tutti gli indicatori mondiali indicano una impennata del greggio e delle altre commodities energetiche, significa una cosa sola: che più che a fattori ciclici o speculativi i mercati cominciano a guardare seriamente alle ripercussioni a lungo termine della rivolta in Libia. E questo è confermato anche dai cali a doppia cifra dei gruppi più impegnati nella terra di Gheddafi: Ansaldo, Impregilo, Saipem. Ma ciò che qui interessa non sono tanto le oscillazioni di piazza Affari – la borsa si riprenderà, almeno così sostengono gli analisti – quanto invece la pigra reazione dell’Europa rispetto alla destabilizzazione di un quadrante cruciale non solo per noi, ma anche per la Francia e la Germania, e non soltanto sul piano economico, ma strategico e politico. L’Italia è il primo partner commerciale della Libia, è il secondo dell’Algeria dietro la Francia, è tra i primi dell’Egitto assieme a Stati Uniti, Cina e Germania. Ma l’Unione europea nel suo complesso è di gran lunga il primo interlocutore economico dell’intero Maghreb, dal Marocco al Nilo, con Francia, Spagna ed Italia particolarmente esposte. Poi ovviamente c’è il fronte dei profughi e dei clandestini pronti a riprendere le rotte verso Italia, Spagna e Grecia. E infine, ma certo non ultima in ordine d’importanza, resta la questione del fondamentalismo, particolarmente attivo in Egitto e Algeria, che potrebbe creare un rischio emulativo nel Golfo Persico ed anche in Turchia.

gheddafi2Come sta affrontando l’Occidente, e l’Europa in particolare, tutto questo? Semplicemente, non lo sta affrontando. Colta totalmente alla sprovvista nei suoi apparati di sicurezza, sia militari sia industriali (Eni compresa), fatto questo comune alla Cia e alla Casa Bianca forse troppo impegnate con Wikileaks. In ritardo nell’azione diplomatica, che oscilla tra generici incoraggiamenti alla democrazia, ovvie condanne delle cosiddette satrapie, e preoccupazioni per la fine della stabilità politica ed economica che le satrapie medesime avevano garantito. La Libia, paradigma di tutto questo, non è solo il paese dei rapporti privilegiati Berlusconi-Gheddafi, è anche da pochi anni uscita dalla lista degli stati canaglia della Casa Bianca, che anzi l’ha inserita nell’elenco delle “special partnership”, governi che meritano trattamenti di maggior favore per gli accordi con le imprese americane. Se Washington si è mossa in ritardo, e in maniera contraddittoria (appoggiando le rivolte contro Ben Alì e Mubarak, molto più cauta per ciò che riguarda Gheddafi), ma comunque si è mossa, l’Unione europea non ha finora dedicato neppure un quarto d’ora dei suoi infiniti vertici ad impostare una strategia comune verso ciò che accade nelle capitali africane in fiamme. Per non parlare delle inutili riunioni tipo Davos: i banchieri presenti sulle nevi svizzere avevano con rara lungimiranza pensato di inserire l’Egitto in una nuova lista di economie emergenti da suggerire ai clienti, coniando un nuovo acronimo da affiancare ai Brics: Civets, ovvero Colombia, Indonesia, Venezuela, Egitto, Turchia e Sud Africa. Solo oggi i ministri degli Esteri si incontreranno a Bruxelles per emettere una dichiarazione congiunta che “deplora la violenza”, “condanna la repressione”, e naturalmente “esprime preoccupazione”. Tutto qui? A paragone delle maratone impiegate ad individuare meccanismi di tutela dai debiti pubblici europei, stress test sulle banche, parametri di valutazione dei bilanci pubblici e privati, la sensazione che si ricava è che l’Europa continui a considerarsi come su una torre d’avorio, una grande isola in un mondo che gira vorticosamente, e spesso drammaticamente.

Era accaduto con i ritardi nel comprendere la crisi di Wall Street, si è ripetuto con la Cina, adesso con l’Africa. Se dopo Libia, Egitto e Tunisia toccherà al Golfo Persico, all’Iran e addirittura alla Turchia, tutti le baruffe sui decimali di questi ultimi mesi diverranno carta straccia, perchè avremo la guerra, politica ed energetica, in pratica dentro casa. Una buona idea, ovviamente da perfezionare, resta ancora quella di Franco Frattini di impegnarsi in una sorta di piano Marshall a sostegno delle economie arabe dove più forte è il rischio di fondamentalismo. Possibile che l’Europa che è corsa in soccorso dei propri colossi bancari e ha messo in piedi meccanismi di salvataggio dei debiti pubblici, non sappia lanciare un’iniziativa anche lontanamente paragonabile a quanto gli americani fecero nel dopoguerra con i loro nemici sconfitti? L’Europa ha ormai più alti gradi di quanti ne avessero le corti e gli eserciti del Settecento: da un anno al presidente della Commissione si affianca un presidente stabile del Consiglio europeo (Herman Van Rompuy) ed un’alta rappresentante per la Sicurezza e gli Affari esteri (Catherine Ashton). Mentre il Parlamento che si muove tra Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo, ha acquisito poteri di ratifica. Eppure manca tuttora la risposta alla vecchia domanda di Henry Kissinger: “Se chiamo l’Europa, chi risponde al telefono?”. (Luca Simoni)

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