Le bugie italiane e la verità di Wikileaks

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Vittima dell’attentato di Nassiriya, ma senza pensione d’invalidità. Wikileaks racconta l’altra verità della guerra in Iraq: da Nassiriya alla morte di un carabiniere. Roma, 26 ott – (di Giampiero Gramaglia e Ferruccio Sansa) Quante menzogne, nelle “verità di guerra” dall’Iraq raccontateci per anni e solo ora formalmente sbugiardate dai documenti di Wikileaks – 400 mila, l’ultima infornata. Menzogne americane e britanniche, menzogne irachene ma anche italiane e di altri Paesi. Menzogne magari grosse, per cui si potrebbe accampare la “ragion di Stato”, ma anche bugie piccole, che nulla tolgono sul momento al dolore di chi ha perso un figlio o il marito o il padre e che anzi aggiungono adesso al dolore l’odore aspro dell’inganno e della beffa.

Sono talmente tanti, i documenti di Wikileaks, che spulciarli tutti è impossibile: manca un quadro d’insieme. Da quelli già esaminati, escono alcune storie scomode   per l’Italia. Eppure, il ministro della difesa Ignazio La Russa già dice: “Da un primo esame, non mi pare nulla di trascendentale”, preoccupandosi di sottolineare a ogni frase che tutto è avvenuto “quando lui non era ministro”. E aggiunge: “Nulla che possa fare cambiare il giudizio estremamente positivo sull’operato, anche negli episodi in questione, delle nostre forze armate”.

Fuoco sull’ambulanza senza insegne

Ma gli episodi in questione sono inquietanti. Due, in particolare. Il primo: nella notte tra il 5 e 6 agosto 2004, la notte della “battaglia dei Lagunari” sui ponti di Nassiriya, un mezzo di soccorso iracheno venne colpito per non   essersi fermato a un posto di blocco italiano. Dopo i tiri, ci furono due esplosioni, una grossa, una minore. Tutti morti a bordo, una donna incinta, il marito, la madre, una sorella. Si disse allora che il veicolo, privo di insegne da ambulanza, fosse carico di esplosivo e che ne scesero uomini armati sparando contro i soldati italiani, che risposero al fuoco. I rapporti dell’epoca avrebbero, invece, “fuso” due episodi diversi, avvenuti a più di un’ora di distanza l’uno dall’altro: quell’ambulanza non aveva a bordo né insorti né esplosivo.

Il secondo: Salvatore Marracino, parà della Folgore, morì nel corso di un’esercitazione di tiro il 15 marzo 2005. La verità ufficiale è che Marracino, 28 anni, da San Severo (Foggia), si sparò da solo “per errore” puntandosi contro l’arma inceppata. La verità che esce da un rapporto americano è che il militare “venne colpito accidentalmente” da un commilitone. La versione da recluta al carsu scitò perplessità fin dal primo momento: il parà faceva parte di un’unità di elite, era in armi da otto anni, era già stato in Kosovo e in Afghanistan: possibile tanta imperizia? La notizia fu data in Parlamento dall’allora vice-premier Follini, proprio mentre si stava per votare il rifinanziamento della missione in Iraq: subito si parlo di suicidio “accidentale”.

La versione della famiglia Marracino

Ai funerali, la madre chiese ai compagni del figlio di aiutarla a “fare chiarezza” sulle circostanze della tragedia. Ma ora che Wikileaks consente di saperne di più, la famiglia fa sapere che va bene la verità di Stato. E, nonostante le numerose incongruenze, anche sull’ora del decesso, della versione ufficiale, la procura militare di Roma mantiene la sua tesi: Marracino fu vittima d’un incidente dovuto “alla sua imperizia” e non vi sono responsabilità colpose di altri. Per i magistrati con le stellette, non c’è motivo di riaprire le inchieste, né per il parà di San Severo né per la strage dell’ambulanza.  

I documenti di Wikileaks raccontano molti altri fatti. Confermano che gli italiani a Nassiriya subirono reiterate minacce e che almeno altri tre attacchi vennero pianificati contro la loro base, dopo la strage del novembre 2003, 19 vittime italiane e almeno nove irachene. E ricordano l’intervento di una pattuglia italiana, con un drone a supporto, per liberare, il 9 marzo 2005, poliziotti iracheni asserragliati nella sede di una Ong sotto l’attacco di insorti.

L’onda shock delle conferme e delle rivelazioni di orrori disumani sta provocando tensioni politiche in Gran Bretagna. Un militare della B Company, primo battaglione del Reggimento del Re, uccise con una raffica una bambina di 8 anni a Bassora nell’agosto del2003: la piccola “vestita di giallo”chiedeva una caramella. E i britannici si fecero pure sfuggire il capo di al Qaida in Iraq Abu Mussab al Zarqawi, perché l’elicottero che lo braccava rimase senza carburante. Il terrorista giordano fu poi ucciso dagli americani 15 mesi più tardi.

La Gran Bretagna chiede chiarezza

Il vice-premier britannico Clegg chiede agli Stati Uniti di rispondere del fatto che truppe Usa avrebbero consegnato prigionieri a squadre della tortura irachene: “Accusa estremamente grave”. Ma il premier Cameron evita di criticare gli americani, pur affermando che “i maltrattamenti dei detenuti non si giustificano”. La linea anti-americana di Wikileaks crea qualche incrinatura dentro il team di Julian Assange: una dozzina di collaboratori lo avrebbe abbandonato perché lui punta a mettere Washington sotto accusa e trascura i dati che riguardano regimi non democratici.

L’eroe italiano risarcito dal tribunale. Vittima dell’attentato di Nassiriya, ma senza pensione d’invalidità

base-maestraleI funerali di Stato per le 19 vittime. La Croce d’onore per i morti e i feriti. Strade e piazze intitolate in tutta Italia ai caduti di Nassiriya. Ma poi la vita per i sopravvissuti all’attentato del 12 novembre 2003 non è stata così facile. “Non vi lasceremo soli”, si disse in quei giorni. Ma dopo gli onori ufficiali, il trattamento non è sempre stato tenero.

E’ la storia del sottufficiale dei carabinieri Giantullio Maniero che si è visto negare la pensione di invalidità. Che ha dovuto ricorrere alla giustizia per ottenerla. Finché, ieri, il Tar della Liguria ha dato torto al ministero della Difesa e ha riconosciuto a Giantullio il suo diritto. Tutto per una questione burocratica, per un’incredibile storia di timbri, firme e date: la causa di invalidità gli era stata riconosciuta. Ma dopo che era andato in congedo.

Carte bollate, avvocati, udienze. Due anni di amarezza. Certo, il sottufficiale Maniero questo non se lo aspettava. Lui era uno degli uomini dell’operazione Antica Babilonia. Lui c’era quando quella mattina di novembre due kamikaze cercarono di entrare a tutta velocità nella caserma con il camion carico di esplosivo.

Fu soltanto grazie al carabiniere Andrea Filippa, che sparò all’impazzata con il suo mitra d’ordinanza, se il mezzo si fermò all’ingresso. Altrimenti le vittime sarebbero state di più, molte di più.

Maniero non morì, ma la sua vita quel giorno è cambiata. Gli specialisti lo chiamano disturbo post-traumatico da stress, sono cicatrici che non si vedono, ma che fanno altrettanto male.

È il 25 giugno 2004 quando il carabiniere per la prima volta domanda che gli sia riconosciuta l’infermità per causa di servizio. Ma i riflettori si sono spenti, Nassiriya è un ricordo. E la burocrazia non guarda in faccia a nessuno. Giantullio non ce la fa più a lavorare, nell’ottobre del 2006 si congeda dall’Arma, quel corpo cui era legato e che aveva deciso di servire in una missione pericolosissima, dove sono morti in tutto 25 italiani (carabinieri, soldati e civili).

Ricorda il Tar nella sentenza: “Il disturbo post traumatico da stress con decreto del 5 novembre 2007 è stato riconosciuto come dipendente da causa di servizio”. Insomma, non sembrerebbero esserci problemi. E invece no: ecco che nel 2008 il ministero della Difesa nega la pensione di invalidità. Maniero, però, non ci sta: si rivolge al suo avvocato, Enrico Donati. Perché lo Stato ha negato la pensione a un militare di Nassiriya? Scrivono i magistrati del Tar: “Benché richiesto fin dal giugno 2004, il riconoscimento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio è intervenuto soltanto successivamente al congedo del ricorrente, che, il 4 ottobre 2006 è stato dichiarato permanentemente non idoneo al servizio militare”.

Eccolo il punto: il ministero della Difesa aveva respinto la richiesta di Maniero perché “il riconoscimento dell’infermità contratta come dipendente da causa di servizio ad opera del Comitato di verifica è successivo alla data di collocamento   in congedo”. Scrive così il documento del ministero della Difesa: il riconoscimento di invalidità “non è più utilizzabile ai fini dell’attribuzione della provvista stipendiale in trattazione”.

Proprio così. In parole povere il sottufficiale Maniero si era visto respingere la richiesta a un’indennità di servizio. Che fosse invalido non lo negava nessuno. Che fosse colpa della missione in Iraq nemmeno. Ma c’erano quel ritardo e quella parola “stipendio”, invece di “pensione” contenuta nella richiesta.

Così, dopo aver visto tanta morte, dopo aver schivato bombe e proiettili, Giantullio ha rischiato di perdere la battaglia con la burocrazia. Il Tar, però, alla fine gli ha dato ragione: il ministero della Difesa dovrà rivedere la sua decisione. Adesso arriverà il risarcimento delle spese giudiziali, arriverà la pensione. Ma per il sottufficiale in congedo Giantullio Maniero non era soltanto una questione di soldi. Proprio no. (Il Fatto Quotidiano)

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