L’Aquila, emergenza abitativa: Anita Ciulini, occupante in una caserma cittadina a 83 anni

campomizziRoma, 7 apr – (di Chiara Paolin – Il Fatto Quotidiano) Anita Ciulini ha 83 anni e uno sguardo che non si dimentica: forza pura. La sua casa è un ammasso di pietre nel cuore de L’Aquila. Per quarant’anni ha gestito una tabaccheria, conosce tutti in città e tutti la conoscono. Il terremoto ha fermato la sua vita, ma lei ha deciso di riprendersela: squattando una camera della caserma Campomizzi. La Protezione civile le aveva assegnato un posto in albergo a Montesilvano, vicino Pescara. Vedrà signora, il sole e il mare saranno meglio di una vacanza, dicevano. Ma dopo mesi di soggiorno obbligato Anita ha capito che stava morendo. Sola, senza figli, pensava ogni giorno a quel che le resta: una sorella e un fratello, i nipoti, la tomba del marito. A L’Aquila.

Ha fatto domanda per un alloggio in città, la risposta è stata negativa: precedenza   ai nuclei familiari, i single devono aspettare. E allora lei, qualche giorno prima di Pasqua, s’è messa il vestito buono, ha chiamato i nipoti per farsi accompagnare su, vicino alla grande montagna. Non una vacanza a casa dei parenti, ma un vero atto di ribellione civile. Con la borsetta al braccio è entrata in caserma, ha scelto una camera e s’è seduta sul letto. Dopo un po’ i responsabili hanno capito le intenzioni della signora. Cercavano di dissuaderla: non è posto per lei, meglio un’altra soluzione. Ma Anita ha vuotato le valigie, ispezionato i bagni e deciso che sì, poteva vivere lì, di nuovo in mezzo alla gente che parla lo stesso dialetto e che si ricorda quando entrava a comprare sigarette e caramelle nel suo negozio.

Quel che Anita non sapeva era di aver scelto un posto conteso. Perché i 450 letti della Campomizzi sono al centro di una guerra tra i terremotati e   gli studenti universitari, cui era stato promesso lo stabile già da febbraio. Chi vive lì, e non ha una casa dove andare, punta i piedi. Non vuole finire a un’ora di strada dalla città. E poi ci sono anche gli sfollati che premono per riavvicinarsi a L’Aquila: perché dare la priorità agli studenti fuori sede? Così, nell’incrocio delle pretese, Anita s’è vista arrivare i messi del comune, gli agenti di polizia, tutti a dirle che proprio non si può fare, tocca andarsene. “Io laggiù non ci ritorno – ha risposto lei secca –. Diventavo matta a star sempre sola. Qui mi trovo bene. E ci resto finché non mi sistemate casa”.

Stamattina però Anita se la vedrà direttamente con la Digos. La sua occupazione abusiva ha fatto scattare la retata. Spiega Antonietta Centofanti, presidente del Comitato Familiari vittime della Casa dello studente: “Anch’io abito alla Campomizzi, ed è vero che ci sta qualcuno senza il permesso.   Ma lo scandalo è un altro. Tra noi e Coppito ci sono circa 600 posti vuoti. Gente che è andata nei Map, nelle Case, che s’è organizzata in qualche modo, e nessuno li ha rimpiazzati. Sarebbe la soluzione ideale per gli anziani che vivono ancora sulla costa, ma qui non li vogliono: richiedono troppa cura, tempo e denaro. Meglio lasciarli negli alberghi, a morire d’inedia. A Coppito potrebbero starci benissimo: che si aspetta? E se davvero si vuole destinare la Campomizzi agli studenti servono lavori di adattamento, aule studio, servizi minimi. Sono entrati un po’ di ragazzi, ma chiaramente hanno ritmi e abitudini diversi. La convivenza è forzata: quanto potrà durare?”. Nel frattempo Anita chiacchiera con una vicina di stanza. Rassetta il letto e dice che è tranquilla, anche se sta violando la legge. Suo marito, buonanima, era un maresciallo dei carabinieri. Ci penserà lui a quelli della Digos.

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