Italiani all’estero, i piani per evacuarli in caso di crisi. Il generale Calligaris: “pronti a intervenire in tempi brevissimi”

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In 10 anni due operazioni di entità limitata. Roma, 3 feb (di Francesco Bussoletti) – Con la crisi egiziana si è assistito a esodi in massa degli stranieri, che con più o meno difficoltà hanno lasciato il paese. Ma cosa accadrebbe se non ci fossero mezzi civili sufficienti o se l’ambiente rendesse difficoltosi gli spostamenti? In Italia c’è il Comando operativo di vertice interforze (Coi), la struttura che gestisce tutte le nostre missioni militari all’estero e che si occupa anche dell’evacuazione dei nostri cittadini da paesi terzi. Come funziona un’operazione, chi la decide, come e da chi viene attuata? Lo ha spiegato al VELINO il generale di divisione Gian Giacomo Calligaris, capo reparto operazioni del Coi. «Noi, in stretta collaborazione con il ministero degli Esteri studiamo e pianifichiamo a monte delle Crisi internazionali piani a carattere generale che possono essere poi impiegati in caso di necessità. All’atto dell’emergenza avviamo una pianificazione ad hoc studiando nel particolare l’area di crisi. A comunicare lo stato di necessità in ogni caso è il Capo della Missione Diplomatica -l’ambasciatore italiano, che lo notifica alla Farnesina – ha detto l’alto ufficiale -. Poi questa, con il placet politico, interessa il Coi. A quel punto viene dapprima esaminato lo scenario di riferimento che può essere di tre tipi: permissivo, incerto e ostile» e successivamente viene costituita l’unità che dovra’ intervenire (task force) composta da diversi assetti. Generalmente l’unità è pronta a partire in tempi brevissimi.

«Nel primo caso si tratta di crisi in cui le istituzioni locali sono sovrane e autorizzano il nostro intervento – ha sottolineato Calligaris -. Nel secondo, in linea di massima vi sono scontri armati e il governo locale non ha il pieno controllo del paese. L’ultimo, infine, si verifica quando gli scontri diventano “gravi” e l’esecutivo locale ha perso completamente il controllo del territorio. Chiaramente, a seconda dello scenario si costituisce una forza più o meno robusta che viene inserita nel Paese oggetto della crisi e che attua il piano di evacuazione dei connazionali. La task force è a composizione variabile e può essere costituita da un minimo di 60-70 uomini ad un massimo di 170-180 unità con diverse peculiarità: vi sono infatti elementi che forniscono la sicurezza, personale per soddisfare il settore logistico, quello addetto alle comunicazioni, personale sanitario, e sempre un nucleo di polizia militare composto da carabinieri. Il grosso della task force è comunque rappresentato dall’Unità di manovra» che è poi l’unità che da’ vita alla vera e propria evacuazione dei connazionali».

La pianificazione dell’attività, invece, «viene effettuata da un nucleo solitamente composto da dieci-dodici elementi. Al termine di questa delicata fase si predispone un piano in cui sono identificati gli assetti da inviare, i tempi in cui farlo, le regole d’ingaggio (Roe) riferite essenzialmente alle attività di self protection sia degli operatori sia dei civili da evacuare (Le Roe come tutta l’operazione devono avere l’avallo dell’autorità politica) e tutte le predisposizioni tecnico tattiche da osservare. Per questo tipo di operazioni – ha aggiunto il capo reparto operazioni -, si impiegano unità di manovra regolari, tratte da un bacino costituito presso le Forze Armate. L’attuazione del piano viene poi diretta da uno specifico Comando dipendente dal Coi chiamato Joint Force Headquarters (It-JFHQ)». Si tratta del comando interforze di proiezione rapida, comandato dal generale Rosario Castellano. Solitamente c’è una turnazione all’interno di questo bacino con alternanze più o meno semestrali. «In caso si tratti di evacuazioni particolari – ha proseguito l’alto ufficiale -, vengono invece inviate le forze speciali».

Sul versante dell’operazione vera e propria, «l’unità preposta all’evacuazione viene immessa in momenti diversi, in modo da avere sempre il polso esatto della situazione sul campo – ha affermato Calligaris – viene dapprima inserito il nucleo di collegamento e da ricognizione che prende contatto con la realtà della situazione locale e con i funzionari dell’ambasciata di riferimento e successivamente il grosso della forza. Nel frattempo, l’ambasciata contatta tutti i connazionali, che si radunano nei centri di raccolta e poi confluiscono nel cosiddetto punto di evacuazione. Da lì, il nostro personale e quello dell’ambasciata li accompagnano nell’area intermedia, che può essere un porto o aeroporto, ma anche altre zone, dove vengono effettuati i controlli del caso e da dove si parte per tornare in patria. Tra i vari check vi sono l’identificazione dei cittadini e una serie di controlli sanitari. Vengono ispezionati anche i bagagli per scongiurare il rischio di infiltrati o altre problematiche».

«Per quanto riguarda, infine, il rientro “a casa”, è necessario individuare prima di cominciare la missione i mezzi di trasporto necessari. Questi potranno dare vita ad un ponte aereo con apparecchi militari o civili, ma potrebbe essere anche impiegata una nave o mezzi differenti. Dipende ovviamente dall’area geografica oggetto della crisi, dalla situazione operativa del momento e dal numero di connazionali da evacuare. Può capitare – ha aggiunto il generale -, che nonostante ci siano italiani da evacuare, non siamo noi a farlo ma un altro Paese. Se uno Stato diverso dall’Italia ha una marcata leadership in un’area geografica ed un numero elevato di cittadini da evacuare, è frequente che si faccia carico anche dei connazionali di Paesi amici». Un episodio di questo tipo è avvenuto pochi anni fa in Costa d’Avorio, con la Francia che si occupò di evacuare alcuni italiani presenti nel paese. «Il responsabile di un’evacuazione è sempre l’ambasciatore, ma la gestione della parte militare è affidata al comandante della task force, che opera in stretto contatto con il Comandante del Coi, il generale di corpo d’armata Giorgio Cornacchione». Finora sono stati preparati e aggiornati diversi piani di contingenza, ma fortunatamente di operazioni svolte ce ne sono state poche. «Negli ultimi dieci anni – ha concluso Calligaris -, ne abbiamo effettuate due e di entità limitata. In ogni caso siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi evenienza con la tempestiva professionalità». (Il Velino) – In apertura, la celebre foto dell’ evacuazione dell’ambasciata USA di Saigon.

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