Il Presidente furibondo

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Il Quirinale: da Berlusconi “attacco violento”. Roma, 11 dic – (di Vincenzo Vasile – Il Fatto Quotidiano) Quello sferrato da Berlusconi a Bonn davanti al congresso del Partito popolare europeo è un proclama bellicoso, un “violento attacco” contro le istituzioni.

E soprattutto contro le massime istituzioni di garanzia create nel 1948 dai Padri costituenti. Si tratta di “istituzioni fondamentali” (la Corte costituzionale, la presidenza della Repubblica”). E queste frasi sono tanto più gravi perché pronunciate davanti a una “importante platea politica internazionale”, come quella dei dirigenti del Ppe. Le parole che certificano lo scontro più grave e pesante ai vertici dello Stato che abbia coinvolto il Quirinale negli ultimi diciassette anni vengono stilate di getto da un furibondo Giorgio Napolitano poco dopo le 2 e 40 di ieri pomeriggio, in un giovedì nero che rimarrà consegnato agli archivi. Una risposta ferma e chiara del capo dello Stato era nell’aria sin dalle prime battute del comiziaccio, consegnate dai funzionari dell’ufficio stampa nello studio del presidente a mano a mano che le agenzie rilanciavano il testo, durante una densa routine di riunioni. A un certo punto è stata interrotta la registrazione di un filmato promozionale per la raccolta di fondi per la ricerca di Telethon. Ma a convincere Giorgio Napolitano a intervenire con una tempistica da botta e risposta che non gli è congeniale è stata la sprezzante replica che Berlusconi ha riservato a Fini davanti ai microfoni dei giornalisti che a Bonn gli riferivano della richiesta di una qualche precisazione da parte del presidente della Camera: “Non c’è nulla da chiarire” (14,42). Nulla? La replica del Quirinale (15,04, il tempo di mettere mano a penna), non prevede solo l’espressione – se vogliamo ovvia – del “profondo

Berlusconi a Bonn

rammarico” e della “preoccupazione” di Napolitano, ma specifica il carattere “violento” dell’attacco. Il solco tra Palazzo Chigi e il Colle, già tracciato dopo la bocciatura al lodo Alfano diventa, dunque, un fossato: da allora, come si dice in gergo, si sono rotti i telefoni, qualunque messaggeria istituzionale è interrotta, rimane qualche straccio di rapporto formale: Berlusconi e Napolitano si vedono talvolta di sfuggita durante le cerimonie canoniche. La nota del Quirinale, del resto, ieri rimarcava una sorta di inconciliabilità tra il programma di stravolgimento della Costituzione espresso con brutalità da Berlusconi a Bonn (una specie di “dichiarazione di guerra”, la definiscono persone che hanno potuto incontrare ieri Napolitano), e la filosofia del capo dello Stato: i problemi del paese si risolvono con spirito di “leale collaborazione” e di “condivisione”, lo stesso che è stato auspicato “concordemente ” dal Senato pochi giorni fa con le mozioni sulle riforme istituzionali. Il presidente tiene a chiarire di volere tuttavia evitare, per quel poco che sia ancora possibile, una personalizzazione dello scontro. E infatti si riferisce nel suo comunicato alla necessaria difesa delle istituzioni di garanzia, cioè la Consulta (accusata da Berlusconi di sabotare il Parlamento) e la Presidenza (secondo la grottesca vulgata di Bonn tutti gli ultimi tre inquilini del Colle sarebbero “di sinistra”, e cioè l’ex scelbiano Scalfaro, il tecnico Ciampi – che Berlusconi implorò di accettare un secondo mandato, n.d.r. – , e il riformista Napolitano). Nell’ormai lontano aprile 2008, quando Berlusconi attaccò in un “f lashback” Ciampi, Napolitano ricordò come “chiunque ne sia il titolare” il Quirinale rivesta un ruolo neutrale. È la quarta volta che il Colle risponde a dichiarazioni di Berlusconi.
Ma c’è stato un crescendo del duello: l’ultimo battibecco sullo stesso tema, con Berlusconi che ancora aveva l’aria di celiare: “…lo sapete da che parte sta il presidente…” e con il Quirinale che rimbeccava “…tutti sanno che sta dalla parte della Costituzione…”, è del 7 ottobre scorso. Anche se forse esagerò chi derubricò il tutto a una manfrina, questo poteva sembrare un minuetto rispetto al tintinnare di spade incrociate ieri pomeriggio. Il 27 novembre una nota del Colle invitava ancora a fermare la spirale delle esternazioni rissose di tutti coloro che “rivestono cariche istituzionali”, e non tutti colsero l’allusione paludata a chi riveste l’incarico di vertice dell’esecutivo. Adesso, la provocazione del discorso di Bonn ha segnato un salto di qualità, e si navigherà a vista. Le forzature imposte da Berlusconi sui tempi delle leggi ad personam dovrebbero approdare a un esito interlocutorio in Parlamento entro la pausa di fine anno: perciò è ancora presto per fasciarsi la testa sull’eventuale promulgazione o bocciatura da parte di Napolitano. Il calendario del Quirinale prevede, però, almeno tre appuntamenti solitamente importanti, adesso importantissimi, sul piano delle esternazioni del presidente: il saluto alle alte cariche dello Stato (cui partecipa solitamente in silenzio il presidente del Consiglio), gli auguri al corpo diplomatico, il messaggio di fine anno a reti unificate. Stavolta, a differenza che nel passato, con un magma politico così fluido e ribollente è immaginabile che non sia stata ancora buttata giù neanche una traccia della “scaletta” dei tre discorsi.

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