Giustizia: Tricoli, quella militare funziona ma ci sono incongruenze tra i reati

tribunale1Vicepresidente del Consiglio della Magistratura Militare: giurisdizione frammentaria e a macchia di leopardo. Roma, 18 apr. – C’è un’isola, nell’arcipelago spesso problematico della Giustizia italiana, che appare, se non felice, quantomeno normale: quella della Giustizia Militare. “Veloce, rapida e immediata” e con “risorse adeguate”, la descrive alla ADNKRONOS l’avvocato Roberto Fabio Tricoli, nominato lo scorso anno vice presidente del Consiglio della Magistratura Militare (l’equivalente del Csm per la giustizia ordinaria, ndr), per il quale “si arriva alla sentenza in tempi rapidissimi”. Con la riforma entrata in vigore nel luglio del 2008, la Giustizia militare è andata incontro a un processo di snellimento e razionalizzazione che ha lasciato sul territorio tre Procure e altrettanti tribunali, Roma, Verona e Napoli e una sola Corte d’Appello, a Roma. Il Tribunale militare e la Procura militare di Roma mantengono inoltre la competenza sui reati militari commessi all’estero. Ad amministrare la Giustizia militare, al cui vertice siede, nel ruolo di presidente del Consiglio della magistratura militare il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, un organico di cinquantotto magistrati.Ma non mancano i problemi, come rileva lo stesso vicepresidente Tricoli, che denuncia “la frammentarietà di una giurisdizione che è a macchia di leopardo”. Tricoli traccia alcuni esempi di quelle che chiama “incongruenze”: costituisce reato militare l’omicidio tra militari di grado diverso e non quello tra militari dello stesso grado; è reato militare il peculato, ma non il peculato d’uso; non è reato militare la corruzione o la concussione, ma il furto sì, ma non la rapina. Questa situazione, spiega, “paralizza la tutela penale delle legalità in ambito militare”.

Il vicepresidente del Consiglio della Magistratura Militare invoca quindi la rapida riforma dell’articolo 37 del Codice militare di pace che, “è in itinere”. In sintesi, spiega, basterebbe stabilire che, “tutti i reati che vengono commessi in una postazione militare sono di competenza del tribunale militare, e laddove c’è un concorso con il privato, la competenza passa al tribunale ordinario”. Ma quali sono i reati di maggiore frequenza nell’universo militare? In base alle denunce ricevute dalle tre Procure militari (Roma, Verona e Napoli) nel corso del 2009 è stato registrato un numero elevato di reati di “furto militare”, il 23% del totale. Nel suo intervento all’apertura dell’anno giudiziario, il procuratore generale militare presso la Corte Militare d’Appello, Fabrizio Fabretti, ha indicato anche un consistente numero di reati di danneggiamento colposo di cose mobili militari. Inoltre, dalla relazione di Fabretti, e’ emerso anche un significativo numero di truffe ai danni dell’amministrazione militare, con una percentuale che va dal 6 all’8% dei procedimenti. Il reato di peculato militare ha invece una percentuale del 2% sul totale dei reati. Sono il 2,5% i reati di lesione personale e sempre il 2,5% i reati di diffamazione, il reato di insubordinazione rappresenta il 3,5% e quello di abuso di autorità il 4,2%.

Sempre in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte Militare d’Appello, Vito Nicolò Diana, ha rilevato che nel corso del 2009, agli uffici del Gip e del Gup dei tribunali militari, sono giunti 1922 fascicoli e ne sono stati esauriti 1.833. “Il carico dei procedimenti pendenti -ha detto Diana, è quindi aumentato da 263 a 352. I Tribunali militari a fronte di 173 procedimenti ricevuti ne hanno esauriti 181 riducendo il carico dei processi pendenti da 151 a 143. La Corte Militare d’Appello ha trattato 139 processi, avendone ricevuti 87, riducendo il carico dei processi pendenti da 88 a 36”. “Numeri assolutamente modesti -ha detto Diana nel suo intervento- specie se ‘pesati’ con riferimento alla scala della Giustizia ordinaria”. Per Diana, “solo un prossimo futuro potrà chiarire” se “questa progressiva rarefazione dei processi militari penali” è dovuta a “un’oggettiva minore frequenza di illeciti o piuttosto ad una minore efficacia del controllo di legalita'”. Il vicepresidente del Cmm Tricoli, rileva però che con il passaggio dall’esercito di leva a quello professionale, “la natura dei reati è cambiata molto”. Un tempo, spiega “la struttura portante dei reati era costituita dalla diserzione e dalla renitenza alla leva”. Nel 2009, il reato di assenza dal servizio, come la diserzione e l’allontanamento illecito ha avuto una percentuale del 2,5% a Roma, del 9% a Verona e del 13,5% a Napoli. (Adnkronos)

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