Emergency: gen. Mini, vendetta politica contro l’associazione

generale_miniRoma, 12 apr – Una soffiata, la perquisizione, una scatola di esplosivo, una pistola, due bombe a mano attive e quattro inattive, gli agenti dei servizi che si portano dietro le telecamere, qualche soldato e poliziotto afgano e un paio di parà inglesi che si dirigono a colpo sicuro in una sala e fra decine di scatoloni individuano subito quelli sospetti. Il generale Fabio Mini, ex capo del contingente Nato in Kosovo, commenta sulle pagine di Peacereporter l’arresto dei tre volontari di Emergency in Afghanistan sostenendo apertamente la tesi della vendetta politica da parte delle autorità locali, legata in parte al ruolo giocato dall’associazione nella liberazione del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, finito nelle mani dei talebani. ”Ho già detto chiaramente in tempi non sospetti che Emergency avrebbe pagato caro il suo intervento politico nella vicenda Mastrogiacomo. Ora ci siamo”, scrive Mini. ”Un altro fatto concreto è il fastidio arrecato da Emergency alle forze internazionali e ai governanti afgani ogni volta che ne ha denunciato le nefandezze”. L’associazione di Gino Strada, prosegue Mini, ”è un punto di riferimento per chiunque abbia bisogno e quindi anche per i cosiddetti talebani”, mentre Helmand è ancora una roccaforte dei ribelli pashtun. ”’Dal punto di vista militare – è il ragionamento del generale – Emergency deve cessare di essere un testimone e un punto di riferimento per i ribelli. Tutti devono sapere che farsi ricoverare può essere l’anticamera dell’arresto che per gli afgani è sempre l’anticamera del cimitero. Inoltre, il governatore deve riacquistare peso dimostrando ai suoi e ai protettori inglesi che anche le organizzazioni internazionali e gli alleati italiani ce l’hanno con lui. Solo così può sperare di continuare a fare gli affari propri. Come ottenere tutto questo con un semplice coup di teatro – conclude Mini – è esattamente quello che si è visto finora”. (ASCA)

Con gli italiani si può (di Furio Colombo – Il Fatto Quotidiano)

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Gino Strada – chirurgo e fondatore di Emergency

Siete cittadini italiani, fate di professione il medico, specializzazione in Chirurgia di Pronto soccorso, ferite gravi e amputazioni da combattimento o da bombardamento. Una specializzazione in più per la chirurgia dei bambini, che sono il 40% delle vittime. Con una simile preparazione e un simile carico di lavoro operate in mezzo alla guerra, più o meno in quelle zone caotiche di combattimento che un tempo si chiamavano “il fronte”. Adesso quel fronte è tutto un Paese. Quel Paese si chiama Afghanistan. Ma i medici appena descritti non curano e operano e suturano e assistono i “nostri”. Curano e assistono tutti, senza fare domande.   Ora i servizi di sicurezza della parte civile del mondo devono fare molta attenzione. Se questi medici che non si occupano delle bandiere ma delle ferite sono italiani e un pò pacifisti, è necessaria una sorveglianza assidua, magari con irruzioni frequenti nelle corsie. Se sono medici italiani di un’organizzazione chiamata Emergency, un pò di sinistra, sono sicuramente infidi e si possono anche arrestare e far sparire nelle carceri locali a cura dell’autorità afghana, quella in difesa della quale i soldati italiani combattono. Se si tiene conto che nessun inglese, olandese, tedesco o americano è mai stato arrestato o anche solo multato dalla polizia o dai servizi segreti afghani, balza agli occhi una sgradevole novità: con gli italiani si può. Anzi, si sente nell’aria un’atmosfera favorevole. Da parte di chi? Del governo italiano. Sentite le dichiarazioni del ministro della Difesa italiano dopo l’arresto con accusa di terrorismo di due   chirurghi e un tecnico italiano dell’ospedale italiano “Emergency” di Lashkar Gah: “Gino Strada farebbe meglio a prendere le distanze dai suoi collaboratori”. Tenuto conto che il ministro La Russa fa parte di un governo che ha ospitato a lungo come sottosegretario all’Economia un imputato di mafia, esprimendogli ogni giorno solidarietà, e impedendone l’arresto, il “prendere le distanze” dai tre italiani prelevati e scomparsi in Afghanistan gioverà alla reputazione dei tre giovani medici senza bandiera. Ma vedono tutti l’abisso di pericolo creato di proposito da quelle parole.

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