Divorzi: nel comparto Sicurezza e Difesa la più alta percentuale

Roma, 4 nov – (di Deborah Bruschi) Quando si parla della situazione lavorativa in Italia, si ricorrere immediatamente alle statistiche, sciorinando così dati freddi e asettici che ben poco mi appassionano e che a mio avviso sono anche stati spesso manipolatati per il pro o il contro, rendendo così decisamente poco credibile la già “meno esatta delle scienze esatte”. Poiché quindi nel mio lavoro sono a diretto contatto con i materiali problemi dei lavoratori, dal momento che sindacato significa anche controllo delle buste paga, anticipo del Tfr, Isee, modello 730 e quant’altro, penso di avere accumulato una conoscenza diretta anche se ben lungi dall’esaustiva, della situazione reale del mercato del lavoro. E sinceramente allo stato attuale, è il sopramenzionato “quant’altro” che mi preoccupa, rapportato soprattutto a quel comparto sicurezza che per molti, troppi anni se n’è stato in silenzio a digerire bocconi amari, ligio ai propri doveri compreso quello del silenzio. Ciò che mi propongo dunque con queste righe è di creare lo spunto per qualche riflessione, alla luce di un paio di esperienze che mi hanno colpito particolarmente nel corso di quest’anno.
Intanto, vorrei sfatare uno stereotipo se non completamente, almeno in parte: il buon vecchio detto per cui la divisa la vestono i meridionali disoccupati. Premesso che sicuramente una parte dell’attuale arruolamento si rispecchia in questa situazione poiché di fatto ci sono realtà in Italia dove è decisamente meglio acquisire un nuovo carabiniere o sergente dell’esercito piuttosto che ritrovarselo come delinquente, non sarò però di certo stata l’unica che cammin facendo ha conosciuto molti addetti alla sicurezza originari del nord o centro Italia che avevano già un lavoro (e magari pure statale..) e che hanno scelto poi di indossare una divisa. Una missione insomma, una passione, una traccia sul DNA. E questi amici li ho sempre visti fieri della divisa che indossavano, magari nel tempo un po’ disillusi e con qualche critica in più sulla punta della lingua, ma sempre fieri e dignitosi nel loro ruoli.
Ora, tornando alla vita reale: i dati delle separazioni e dei divorzi nel comparto Sicurezza e Difesa presentano le percentuali maggiori rispetto ad ogni altro comparto lavorativo, e di questo si sono recentemente convinti anche gli Stati Maggiori più recalcitranti, una volta che è stata loro messa sotto il naso la rilevazione annuale dei tribunali civili italiani. Quindi fino a qui niente di nuovo. Ma all’inizio dell’anno un amico è partito per una missione all’estero e alla mia richiesta sul perché andare a trascorrere mesi in un container, mi ha risposto: “Perché devo pagare le spese della separazione dalla mia ex- moglie.” Ecco. Ero rimasta che ci si andava per amor di patria, perché gli italiani sono tanto apprezzati nelle missioni di pace, perché c’è da pagare il mutuo di casa, sposarsi, i figli. E invece questa situazione non avrebbe dovuto meravigliarmi neanche per un attimo perché se, da buon militare, ha scarrozzato la propria signora in giro per l’Italia senza dunque permetterle un lavoro fisso, è chiaro che la parte economicamente più debole all’atto di una separazione indipendentemente dalle cause, risulterà sempre la moglie che come tale o viene liquidata in solido o si procede all’assegno di mantenimento mensile che è come dire un mutuo su uno stipendio già esiguo. Delle due allora, meglio andare all’estero e sperare anche che si parta presto e si torni tardi.
Ma quello che mi ha colpita ancora di più sono stati i licenziamenti volontari. Ho sinceramente pensato, poiché ho mio malgrado contribuito alla compilazione di più di uno, che dopo la fuga dei cervelli dall’Italia adesso fosse arrivato il momento della fuga delle stellette. A differenza però del caso di cui sopra, qui ne ho colto subito la fragilità e la pericolosità: trasferirsi all’estero quando non si hanno più vent’anni e con l’illusione di svolgere un mestiere indipendente o alle dipendenze ma comunque all’incirca simile al ruolo ricoperto in patria e con il vantaggio di vivere in un paese efficace ed efficiente è pura utopia. Intanto non c’ è nessun paese in Europa e fuori che sia immune da difficoltà e problemi: quelli sono ovunque perché ogni luogo è paese, semmai cambiano nella quantità e nel merito ma sempre problemi sono. Inoltre, la posizione di un italiano all’estero non è sostanzialmente diversa da quella di un egiziano, un cinese, un congolese con una lingua sconosciuta con cui cimentarsi, usi, costumi, tradizioni e leggi del tutto nuove, nessuna possibilità di vedere riconosciuta la professionalità acquisita in patria e senza neanche la facoltà di lamentarsi perché la risposta che arriva immediata è che ce ne possiamo tranquillamente tornare a casa nostra. E ad aggravare la situazione di scelte impulsive o mal consigliate, si aggiunge che per i militari non è possibile il reintegro dopo le dimissioni come invece, in taluni casi, è contemplato per i pubblici dipendenti o meglio ancora per una ditta privata che può liberamente decidere l’assunzione o la riassunzione.
Credo sinceramente che in Italia tanti, tantissimi siano i problemi irrisolti, le difficoltà, ma non ci sto a buttare via il bambino con l’acqua sporca: la criticabile statistica mi insegna che il mio paese è l’unico in tutta Europa dove un maschio di circa quarant’anni ha la sicurezza al 90% di poter contare su un reddito sicuro e infatti il problema della disoccupazione in Italia è da sempre stato appannaggio dei giovani e delle donne perché la nostra tradizione (opinabile quanto vogliamo) ci ha però permesso di far sì che un uomo possa garantire un reddito ad un’eventuale famiglia. La stessa cosa invece non può dirsi nel resto d’Europa, da sempre proiettata verso forme di lavoro flessibili e a tempo determinato, dove lo spettro della disoccupazione anche se temporanea è comunque sempre e costantemente presente. Inoltre, anche quei paesi dove i tassi di disoccupazione sono minimi, che ce lo vogliano o non ce lo vogliano raccontare, offrono di fatto lavoro solo relativo alla bassa manovalanza.
Credo che molto sia migliorabile in Italia ad iniziare dalle condizioni di lavoro, dalla dignità lavorativa e salariale, dalla reale parità di opportunità tra donne e uomini, ma sono altrettanto certa che la terra della cuccagna non esiste e che siamo tutti abbastanza adulti e vaccinati per discernere tra sogni e realtà. Pena pagarne le conseguenze per il resto della vita perché errare è umano ma, come tutto, ha un prezzo.

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