Difesa: “due pacifisti e un generale”, intervista al gen. Camporini

camporini3Roma, 28 ott. – Chi erano e chi sono oggi i soldati italiani che vengono mandati all’estero e di cui i nostri giornali si ricordano solo quando saltano su uno IED o vengono uccisi da una pallottola? Nelle Forze armate italiane c’è stata una rivoluzione. E’ cominciata dopo la caduta del muro di Berlino e prosegue anche oggi. Tutto è cambiato. Non più soldati di leva, ma professionisti della sicurezza, non più solo uomini, ma anche donne, non più militari ignoranti e inconsapevoli, ma ragazze e ragazzi addestrati, colti e curiosi, esperti di tecnologie, abituati a girare il mondo e a capirlo. La rivoluzione ha riguardato l’idea di pace, di guerra, di disciplina, di gerarchia, di comando, di tempo.

Fino al 1989 l’obiettivo del militare era quello di vincere la battaglia o le battaglie. Oggi il suo fine è quello di conseguire un obiettivo politico, cioè un livello di stabilità idoneo allo sviluppo delle attività umane, garantendo condizioni di sicurezza. Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, racconta a due giornalisti che non hanno mai nascosto la propria adesione ai valori del pacifismo, Ritanna Armeni ed Emanuele Giordana, tutte le tappe di questa rivoluzione che non è stata solo organizzativa, ma anche concettuale e ideologica. In questa lunga intervista-libro, pubblicata dalla case editrice Ediesse con il titolo “Due pacifisti e un generale”, si affrontano i grandi temi del nostro presente, dal dibattito su guerrieri o “soldati di pace”, alla stessa idea di pace, di guerra, di discilplina, di gerarchia, di comando.

Per la prima volta un militare a capo dello stato maggiore della Difesa affronta senza reticenze i problemi delle nostre missioni internazionali, gli interventi in Iraq e Afghanistan, la relazione non sempre facile con il Palazzo e con i media, la guerra e la pace, le vittime civili, i rapporti con il mondo umanitario e gli altri Paesi, l’esercito europeo e il cosiddetto “approccio italiano” fuori dai patrii confini. Ne esce il racconto inedito di un mondo in gran parte sconosciuto e anche una sorprendente predisposizione al dialogo che prefigura un nuovo ruolo delle Forze armate nella società italiana. Di cui solo gli addetti ai lavori si erano finora, e solo in parte, accorti. (AGI)

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