Difesa: Corte d’Appello di Torino condanna il ministero per mobbing

soldatiRoma, 14 mar – La Corte d’Appello di Torino segna il confine tra “comportamenti mobbizzanti” e semplice maleducazione, in una fattispecie concernente condotte subite da una dipendente del Ministero della Difesa da parte di un superiore gerarchico (colonnello) e condanna il Ministero al risarcimento del danno.
La Corte d’Appello di Torino qualifica come mobbizzanti comportamenti – ben noti nell’ambiente di lavoro della vittima – costantemente posti in essere dal suo superiore gerarchico e consistiti in ingiurie, minacce, molestie e violenze verbali. È stato ritenuto irrilevante, e si tratta di profilo interessante, il fatto che l’autore di tali condotte fosse solito comportarsi in maniera arrogante e maleducata con tutti e abitualmente; non solo ciò non costituisce una giustificazione, ma anzi permette di rilevare la responsabilità dell’amministrazione datrice e di chi, a sua volta superiore gerarchico del superiore, non sia intervenuto per interrompere comportamenti di non indifferente rilevanza penale. Dalla prova di queste premesse è dipeso il riconoscimento del danno biologico – per le riscontrate patologie psichiche – e del danno morale, occorsi alla vittima per aver subito per anni le ingiuste vessazioni.

Su un piano diverso si colloca invece la questione del demansionamento lamentato, ma non riconosciuto dal Giudice, in quanto non risultato provato. La Corte rileva innanzitutto  che il mobbing può sussistere senza demansionamento (e viceversa). Ciò posto, può sostenersi che svolgere per un certo periodo di tempo mansioni corrispondenti ad un grado superiore rispetto al livello posseduto possa, in alcuni casi, legittimare la richiesta di inquadramento nella categoria superiore. Ma non può, come nel caso in esame, lamentarsi un “demansionamento” nell’ipotesi di cessazione di tali mansioni superiori e della assegnazione di mansioni (ritenute) inferiori tuttavia confacenti alla qualifica effettivamente posseduta.

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