Dalla Crimea all’Afghanistan: nel mondo contiamo solo grazie ai nostri militari

soldatiRoma, 13 ott – (di Giampiero Gramaglia) Centocinquant’anni d’Italia unita ed è ancora e sempre Crimea: come ai tempi che precedevano l’unità nazionale, il peso dell’Italia in politica estera resta essenzialmente affidato alla capacità di essere presente, al fianco di alleati importanti, su fronti di conflitti che non sempre la riguardano direttamente. Si va, si torna – tranne quelli che ci restano, morti ammazzati o, come avvenne la prima volta, falcidiati dalle pestilenze – la gente piange i caduti, il Paese è orgoglioso dei suoi soldati.

Intendiamoci, l’Italia non è la sola, a praticare l’esercizio. Ma i Paesi che davvero contano sulla scena mondiale hanno una politica estera basata sulla diplomazia, sull’economia, sull’influenza, oltre che sul militare; e le guerre, quando le fanno, le fanno spesso per conto proprio e non per conto terzi. L’Italia, invece, manda il giro per il globo il meglio del suo apparato militare, i Carabinieri, gli Alpini, i Bersaglieri, le unità scelte, per acquisire crediti che altrimenti non riesce a ottenere. Lo fanno pure i Paesi dell’Europa ex comunista, che si affrancano dal passato e trovano così una nuova legittimazione internazionale; e lo fanno Paesi da Terzo mondo, come il Bangladesh o le Fiji, che però s’accontentano di gratificazioni finanziarie. Nell’Italia che ancora non c’era, la via la tracciò Camillo Benso conte di Cavour, quando, tra il 1853 e il 1856, spedì i bersaglieri di Lamarmora nella penisola di Crimea, a combattere una guerra dove non importava dove stesse il torto e la ragione, e neppure chi la vincesse. Contava che i piemontesi fossero al fronte al fianco dei francesi, così da poterci poi aspettare che, qualche anno dopo, loro stessero al nostro fianco contro l’Austria nella seconda, e decisiva, guerra d’Indipendenza. I bersaglieri fecero il loro dovere e si coprirono di gloria alla battaglia della Cernaia, nell’agosto 1855, così che, alla fine, i conti per il Piemonte, e per l’Italia che ne seguì, tornarono. Nel 1859, Napoleone III portò in Italia le sue truppe e contribuì alla sconfitta degli austriaci. E per di più fece proprio il minimo indispensabile.

Come Cavour, fa Silvio Berlusconi (‘absit iniuria’ per il conte nell’accostamento), come, prima di lui, e solo nella cosiddetta seconda Repubblica, hanno fatto Prodi (Afghanistan e poi Libano) e D’Alema (Balcani e poi una voce che conta sul Libano) – e sono solo esempi. Cambiano gli alleati – adesso, sono gli Stati Uniti o, in generale, i partner della Nato – e cambiano le motivazioni contingenti, ma un obiettivo di fondo resta costante: affermare, confermare, rafforzare il ruolo internazionale dell’Italia. Certamente, al di là del gusto dell’affermazione apodittica, ci sono da fare distinguo   e puntualizzazioni: la guerra contro il terrorismo, con le sue origini e con il suo impatto per la sicurezza nazionale, non ha nulla a che vedere con la guerra di Crimea, o con la rivolta dei Boxers in Cina. Anche se resta da vedere se andarla a combattere in Afghanistan come stiamo facendo – o, peggio, andarla a combattere in Iraq, come abbiamo fatto – serva davvero a migliorare la sicurezza collettiva e nazionale. Nel giorno dei funerali di Francesco e Gianmarco, di Marco e Sebastiano, il dubbio è lecito ed è più forte. Morire sulla Cernaia, o in Afghanistan, è poi così diverso? (Il Fatto Quotidiano)

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