Cassazione: termine “fascisti filo-nazisti” non è reato, lo dice la storia

F_NLa RSI accentuò la politica antisionista.  Roma, 21 mag. – Il parallelo “fascismo-nazismo” nel quadro “delle scelte di razzismo” non è “nè frutto di errore storico, nè manifestazione di critica realizzata sulla base di una falsità”. Lo certifica la Cassazione sottolineando come “i verdetti della storia non si cancellano con successive disinformazioni, amnesie e sottovalutazioni”. Dunque, equiparare il fascismo al nazismo rappresenta esercizio del “diritto di critica”. La Cassazione legittima il parallelo, occupandosi di una querela sporta dal segretario di Forza Nuova, Roberto Fiore, che si era sentito diffamato da tre lettere pubblicate sul “Piccolo” di Trieste in cui Gabriele Campana, cittadino memore del lager della Risiera di Sabba, criticava il raduno di Forza Nuova, effettivamente svoltosi a Trieste il 3 novembre 2000, etichettando i suoi aderenti come “nazifascisti”, “neonazisti”. Per Fiore tali espressioni erano difamatorie ed espressioni frutto di “ignoranza storica”. Nessuna “ignoranza storica”, dice oggi la Cassazione – Quinta sezione penale sentenza 19449 – visto che “la Repubblica Sociale Italiana accentuò la politica antisionista”. Manifesto programmatico redatto da Mussolini alla mano, la Cassazione rileva che “nel quadro normativo – diretta espressione dell’adeguamento del regime fascista alla politica del regime nazista – la storiografia descrive senza smentite e opinioni contrastanti- la caccia all’ebreo, condotta nella Rsi, con sistematicità tedesca e con l’ausilio italiano costituito dagli elenchi redatti dalle questure a partire dal 1938”.

In molte località, dice la Suprema Corte, “i tedeschi condussero la caccia in prima persona, in altre si servirono dei reparti fascisti, in altre si limitarono a prendere in consegna gli ebrei che erano stati internati dai colleghi italiani”. In questa “politica di collaborazione”, scrivono gli ‘ermellini’, “merita massimo rilievo l’unico lager nazista in Italia: la Risiera di San Sabbà che il cittadino querelato da Forza Nuova aveva definito “ideale luogo di convegno dei fascisti locali”. Se per la Corte d’appello di Trieste, dicembre 2008, paralleli di questi tipo erano diffamatori (da qui la condanna per diffamazione, ai soli effetti civili, di Gabriele Campana) e non rappresentavano legittimo esercizio di critica, per la Cassazione, che ha annullato la condanna “perchè il fatto non costituisce reato”, lo rispettano in pieno. Anzi, la Cassazione, “proprio per il tema in questione”, sente di dovere rievocare “quel periodo della storia del nostro paese che aveva eliminato le articolazioni democratiche della società”. In questo contesto “nonostante la fine del regime fascista – annota piazza Cavour – sono sopravvissute associazioni e organizzazioni politiche che, come Forza Nuova, si ispirano a questa ideologia e che, come nel caso in esame, pretendono di tutelare la propria identità politica, rispetto ad accostamenti e identificazioni che si riverberano negativamente sulla reputazione dei propri aderenti, perchè pretendono di affermare una corresponsabilità del fascismo nei crimini contro l’umanità commessi dal nazismo”. Perciò, dice la Cassazione, legittimare il parallelo “fascismo-nazismo” è frutto dell'”affidarsi alla storiografia”. A questo punto, annotano ancora gli ‘ermellini’ “gli storiografi non lasciano spazio a dubbi e ad incertezze” quando parlano del Regio Decreto del 17 novembre 1938 “considerato la magna charta del razzismo italiano”.

Ecco perchè “il necessario ed ineludibile esame di questi dati elaborati dalla storiografia rende evidente l’impossibilità di riconoscere fondamento alla pretesa” di Roberto Fiore di Forza Nuova “di rivendicare la qualità di fascista depurata dalla qualità di razzista e incontaminata dall’accostamento al nazismo”. Una impossibilità che, scrive Antonio Bevere, “deriva dalla documentata posizione del fascismo italiano nella questione ebraica, fatta di stretta collusione teorica con la dottrina nazista e di stretta collaborazione operativa con le forze militari naziste presnti nel territorio italiano nella caccia all’ebreo”. Insomma, riassume la Cassazione, “dopo una iniziale posizione neutrale, il capo del governo e tutto l’apparato di potere del fascismo nostrano si adeguarono all’ideologia razzista, a causa della preminente esigenza di rafforzare l’alleanza con il regime nazista”. Il termine “nazifascista”, dunque, “riassume pienamente questa osmosi politica e militare tra ideologie che, nate con radici diverse, si unirono nella volontà e nell’azione di razzismo antisionista”. E del resto, annotano i supremi giudici, “non risulta dagli atti la sussistenza di ufficiali dichiarazioni e di impegnativi propositi programmatici dimostrativi dell’odierna differenza e dell’odierno ripudio degli aderenti all’ideologia dell’associazione, nei confronti della cultura e della politica da cui è nata la legislazione antiebraica del passato e da cui promana il razzismo antisionista del presente, tali da rendere attualmente non vere e fattualmente infondate le espressioni critiche usate” nel caso in questione. Dunque, “è pienamente giustificato l’uso delle espressioni, da parte di un cittadino di Trieste, sede dell’unico lager nazista nel nostro paese – nel momento in cui manifesti una particolare attenzione nei confronti di una riedizione di pratiche politiche nei cui confronti la storia ha emanato un irrevocabile e definitivo verdetto”. (Adnkronos)

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